sabato 12 agosto 2023

IL SISTEMA: IL POLITICO E LA TECNICA*


Non è certo una novità che oggi per i vertici del potere politico ed economico o finanziario (non solo dell’Occidente) conta soprattutto la Tecnica (i semiconduttori, l’IA, le batterie per auto elettriche, i satelliti, le biotecnologie e così via). D’altronde, è palese che ormai non c'è più sfida geopolitica, sociale o economica che possa prescindere dalla potenza della Tecnica e che chi "rimane indietro" è perduto. 

In sostanza, è la Tecnica che oggi “fa la differenza” non certo l’ideologia, quale che essa sia, al punto che si può considerare come una “finzione produttiva”, utile soprattutto per giustificare o legittimare determinate posizioni di potere, nonostante che si debba riconoscere che in un sistema liberal-democratico o, meglio, neoliberale vi sono degli spazi di libertà, dato che una élite dominante neoliberale, a differenza di quanto accade in una dittatura  o in una “autocrazia elettiva”, non può usare il “bastone e il bavaglio” come metodo di regno.

In questa prospettiva, peraltro, ha poco senso parlare di un nuovo processo di "decolonizzazione" (del resto pure il "terzomondismo" del secolo scorso era soprattutto espressione di un marxismo nella sua fase terminale), dato che i diritti dei popoli dipendono sempre più da un contesto internazionale contraddistinto dalla lotta per l’egemonia (in cui il ruolo essenziale è svolto naturalmente dalla Tecnica) ovvero dalla competizione geopolitica e (geo)economica tra "potenze" (grandi o no che siano).

Ma un analogo discorso si potrebbe fare per quanto concerne i diritti sociali ed economici. Non a caso, in Occidente i diritti umani che contano sono soprattutto quelli civili, dato che tutto ciò che concerne la sfera pubblica e pure quella individuale appare sempre più sottomesso al “mercato”, che a sua volta dipende non tanto da “leggi economiche” quanto piuttosto da rapporti di potere (inclusi quelli che riguardano la “sicurezza nazionale”), che presuppongono il cosiddetto “primato della Tecnica” (sebbene si debba sempre tenere presente che il concetto stesso di "primato" è un concetto eminentemente politico, proprio come quello di potere o potenza).

Peraltro, non vi è bisogno di citare il grande storico francese Fernand Braudel per sostenere che al di sopra del “mercato”, in cui grosso modo vale la legge della domanda e dell’offerta, vige necessariamente la lotta per l’egemonia, sia sotto il profilo (geo)politico che sotto quello economico e sociale, senza che per questo si debbano condividere gli obsoleti e “incapacitanti” schemi concettuali marxisti (va da sé dunque che la stessa questione della Tecnica non può prescindere dalla lotta per l’egemonia  e viceversa).(1)

Attualmente perfino la differenza tra Occidente e Oriente (di fatto il “gigante cinese”) non ha quindi tanto a che fare con l’ideologia ossia con la contrapposizione tra mondo libero e autocrazia - o, per chi crede ancora alle “favole del Novecento”, tra capitalismo e socialismo - quanto piuttosto tra diversi centri di potenza (tra diverse volontà di potenza si potrebbe dire) in lotta tra di loro. In pratica, se si considera la contrapposizione tra la Cina e l‘America (e di conseguenza l’Occidente in quanto egemonizzato dall’America) sempre di “gabbie di acciaio” si tratta, nonostante le notevoli differenze tra i due sistemi politici.

In altri termini la “gabbia di acciaio tecnocratica” (una sorta di prigione senza muri) - che si può anche definire più brevemente come il Sistema - sembra essere il “nostro destino”, tanto che l'unica prassi politica possibile consisterebbe ormai nel potere scegliere tra i diversi modi in cui il Sistema si può sviluppare e configurare ovverosia tra le diverse "opzioni politico-sociali" offerte dal  Sistema stesso, essendo ogni altra scelta politica destinata a finire "nella discarica" della storia. Una questione (quella delle diverse "opzioni politico-sociali" possibili, s'intende) che indubbiamente ha la sua importanza, in specie per quanto concerne i diritti politici e civili, ma non decisiva se paragonata a quella che concerne l’essenza stessa del Sistema, in quanto quest’ultimo, basandosi comunque sulla potenza della Tecnica, di necessità deve accrescere la propria complessità e la propria potenza. Qualsiasi “situazione di equilibrio” (ossia qualsiasi limite) non può quindi che essere temporanea, dato che l’incremento illimitato della potenza del Sistema è sia il fine che il “motore” del Sistema.

Nondimeno, una crescita illimitata  di potenza e di complessità comporta pure che sia sempre maggiore il rischio di una “crisi catastrofica”. Come scrivono, infatti, Luke Kemp ed Erich K. Cline «When combined with ideas of systemic risk and the presence of a threshold effect for connectivity, there are grounds for believing that the larger and more interconnected a system is, the more susceptible it is to a catastrophe and the quicker and more complete will be its eventual disaggregation».(2)

Un conto, del resto, è mirare ad accrescere illimitatamente la propria potenza, un altro che non vi siano (più) limiti di nessun genere. Che il Sistema si stia già imbattendo in questi limiti può forse essere opinabile, ma non è certo un problema che riguardi solo la contrapposizione tra “apocalittici” e “integrati”, come dimostra la stessa questione dei "limiti ambientali", su cui si possono avere idee diverse ma che non sono solo il frutto della fantasia degli “apocalittici”, tanto che è lo stesso Sistema che li riconosce e al tempo stesso si propone di “superarli”, sia pure incrementando la propria potenza (e come potrebbe agire diversamente?).

Ma pure i limiti antropologici e sociali contano, anche se si mette in discussione la dicotomia “natura vs cultura”, proprio perché il fatto che l’uomo sia un animale storico e sociale non può non essere significativo per lo stesso Sistema, perlomeno nella misura in cui il Sistema si configura necessariamente sempre anche come un particolare sistema politico e sociale. E un animale storico e sociale non solo non può non “abitare”  la terra insieme con gli altri ma non può non agire in vista di qualche fine. E questo a maggior ragione vale per il Politico in quanto vuole e deve avvalersi della potenza della Tecnica in vista della conquista o della conservazione dell’egemonia.

La Tecnica comunque oggi è soprattutto la Tecnoscienza e quindi è assai diversa dalla tecnica antica, che si poteva considerare come uno strumento dell'uomo per raggiungere un determinato fine. La Tecnoscienza non ha, infatti, alcuno scopo preciso, ma  soprattutto è un “potere" di cui l'uomo non può disporre a proprio piacimento (in particolare è capacità di calcolo e di "manipolazione" di segni, cose e persone), e per quanto possa modificare i rapporti sociali e il nostro modo di “abitare” la terra, di per sé non produce nessuna coesione sociale né alcun senso intersoggettivamente condiviso. 

D’altra parte, è una pia illusione che si possa risolvere questo problema con i media mainstream  e l’attuale sistema educativo, che in realtà tendono a generare sempre maggiore frammentazione sociale e “conflitti identitari” che favoriscono le più pericolose forme di stasis (davvero significativa sotto questo profilo è l’attuale situazione sociale degli Stati Uniti, che in un certo senso si possono ancora considerare il Paese più “avanzato” non solo dell’Occidente ma del mondo).

Pare lecito quindi affermare che l’essenza della Tecnica è una volontà di potenza che ha come scopo principale l’incremento illimitato della propria potenza (praticamente si tratta dello stesso scopo politico del Sistema dato che è ancora la lotta per l’egemonia che contraddistingue il modo in cui l’uomo “abita” la terra).

Ciò nonostante, pure la coesione sociale è un fattore di potenza e la coesione sociale presuppone la capacità del Politico di istituzionalizzare il conflitto sociale, di difendere i legami comunitari e le diverse identità culturali che caratterizzano un sistema sociale. (3) D’altronde, nessun Sistema, per quanto potente, può perseguire dei fini che si escludono a vicenda o che distruggano la possibilità stessa di “abitare” la terra, in quanto presupposto necessario per l’esistenza stessa del Sistema. Vale a dire che il Sistema, se da un lato mira - e non può non mirare - ad accrescere la propria potenza illimitatamente grazie alla Tecnoscienza, dall'altro non può fare a meno di perseguire anche dei fini politici e sociali per consentire agli uomini di potere continuare  ad "abitare" la terra insieme con altri uomini. 

Comunque sia, che l’uomo sia un animale storico e sociale è indubbiamente vero ma è anche vero che è un animale politico e culturale - al punto da potersi esprimere con il linguaggio dell’arte - che vive grazie ad un ambiente non del tutto ostile e che peraltro l'uomo può pure cambiare con la tecnica per soddisfare i suoi bisogni e perseguire  molteplici e perfino opposti scopi. Tutto può essere pertanto il “mortale” fuorché indifferente nei confronti della terra che “abita” insieme con altri "mortali". 

Eppure è evidente che non è più possibile mettere in forma politico-culturale la Tecnica - ossia "domarla" - senza che su questa terra regni un’idea di potenza nettamente diversa da quella su cui si basa il Sistema, indipendentemente dalle sue varie configurazioni politiche. Tuttavia, anche se più volte nella storia si è espressa l'esigenza di "abitare altrimenti" la terra, nulla garantisce - per usare il lessico di Carl Schmitt - che sia possibile un nomos della terra, caratterizzato da un rapporto talmente agile e libero con la Tecnica da consentire agli "spiriti pacifici" di regnare su questa terra. 


Questo articolo è la prima parte (modificata) dell'articolo Il Sistema: il Politico, la Tecnica e il Capitalismo, pubblicato su Academia.edu.

(1) Si noti che non è neppure necessario condividere la cosiddetta "teoria del valore lavoro" di Marx (che com'è noto non riesce a spiegare la trasformazione del valore in prezzi) per parlare di sfruttamento del lavoro, dato che grazie a particolari rapporti di potere (politico ed economico) si possono imporre condizioni svantaggiose a chi vive del proprio lavoro (su questo argomento si vedano ad esempio C. Napoleoni, Valore, Milano, 1976,  P. Garegnani, F. Petri, Marxismo e teoria economica oggi, in Storia del marxismo, vol. 4, Torino, 1982, pp. 749-822, e S. Cesaratto, Heterodox Challenges in Economics, Cham, 2020, in specie pp. 36-58). Vedi anche F. Falchi, Il Sistema: il Politico, la Tecnica e il Capitalismo, pubblicato su Academia.edu.

 (2) L. Kemp, Erich K. Cline, Systemic Risk and Resilience: The Bronze Age Collapse and Recovery, disponibile sul sito Academia. edu.

(3) Non solo homo homini lupus ma anche homo homini homo è un "presupposto antropologico" del Politico e di conseguenza un "limite" del Sistema.

giovedì 3 agosto 2023

VECCHIO E NUOVO NEOCOLONIALISMO

La Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale nota come Ecowas e composta attualmente da undici Stati africani (Benin, Capo Verde, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea Bissau, Liberia, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo) ha duramente condannato il golpe in Niger cui ha già imposto delle sanzioni. 

In particolare le sanzioni annunciate dall'Ecowas comprendono l'interruzione delle transazioni energetiche con il Niger, che riceve fino al 90% dell'energia dalla vicina Nigeria. Per di più, il 30 luglio scorso l'Ecowas ha lanciato un ultimatum alla giunta nigerina, minacciando un intervento militare, mentre il Mali e il Burkina Faso hanno dichiarato di essere pronti a difendere con le armi i golpisti nigerini.

La situazione è resa ancora più complicata dalla presenza di soldati francesi in Niger, a causa della forte ostilità che molti nigerini nutrono nei confronti della Francia (come del resto accade in altri Paesi africani che facevano parte dell'impero coloniale francese e che non tollerano più il vergognoso neocolonialismo francese), e da quella della Wagner (di fatto una organizzazione criminale di stampo mafioso), che potrebbe offrire i suoi "servigi" alla giunta militare nigerina, anche se non è chiaro se la Wagner abbia favorito in qualche modo questo colpo di Stato. 

Ovviamente, si deve anche tenere conto della presenza di bande islamiste nel Niger che, come in altri Paesi africani della macroregione di cui fa parte il Niger, costituisce un problema tutt’altro che facile da risolvere. Peraltro, non solo dal Niger passa buona parte degli africani che cercano di emigrare in Europa (sebbene si debba ricordare che la maggior parte degli africani emigrano in Paesi africani), ma è pure noto che le ricchezze minerarie del Niger fanno gola a diversi e potenti attori geopolitici.

D’altronde, non sono nemmeno chiari i motivi per cui i militari nigerini abbiano "deposto" il presidente Bazoum , che vinse le elezioni nel 2021 e che stava attuando un vasto programma di riforme sociali (riduzione dell'altissimo tasso di natalità, promozione dell'istruzione, in specie delle ragazze nigerine, ecc.) ed economiche, tanto che si stimava che, dopo molti anni di stagnazione, quest'anno il Pil del Niger sarebbe cresciuto addirittura del 7%.

Comunque sia - indipendentemente dall’immagine distorta e perfino grottesca che hanno dell’Africa (e non solo dell’Africa) i non pochi “zombi” occidentali (rossi, neri, rossobruni  o rozzobruni che siano) che scambiano i fantocci della loro immaginazione per la realtà - se si continuerà a non capire che quanto accade in Africa, ossia un continente in cui l’età media della popolazione è di circa vent’anni, non riguarda solo gli africani e che l’Africa non è solo un continente ricco di materie prime ma soprattutto un continente che manca di un’industria degna di questo nome, allora sarà inevitabile che il capitalismo predatore (occidentale e non occidentale) rivolga la propria punta distruttiva anche contro coloro che pensano che per risolvere i problemi basti negare che esistano.



mercoledì 2 agosto 2023

NOTA SULLA CONTROFFENSIVA UCRAINA

 Che la controffensiva ucraina non sarebbe stata un’impresa facile era scontato. Troppi i punti deboli dell’esercito ucraino: scarso addestramento di molti soldati, numero insufficiente di ufficiali esperti, pochi mezzi del genio per aprire corridoi liberi da mine, situazione logistica tutt’altro che eccellente per dover gestire un numero troppo elevato di mezzi militari di tipo diverso, mancanza di potere aereo e una limitata potenza di fuoco.

In pratica, Kiev puntava molto su un crollo del morale dei soldati russi che non c’è stato. Il “fighting power” dell’esercito russo varia molto, ma nel complesso i russi hanno dimostrato di sapere difendersi. Inoltre è evidente che i russi abbiano fatto notevoli progressi nella guerra elettronica e in quella dei droni.

La controffensiva ucraina quindi rischia di essere caratterizzata da una serie di battaglie di logoramento, che avvantaggerebbe chi si difende, non certo chi attacca o chi, come i russi, gode di un netto vantaggio sotto il profilo demografico.

Tuttavia questo non significa che la controffensiva ucraina sia già da considerare un fallimento.
Gli ucraini, difatti, si battono con la consueta determinazione e continuano a cercare di creare le condizioni per aprirsi un varco nelle difese russe e non hanno ancora impiegato un buon numero delle loro migliori brigate.

Nel settore settentrionale del fronte hanno respinto un forte attacco dei russi, che hanno dimostrato ancora una volta di avere enormi difficoltà a condurre una guerra di movimento.
Nel settore di Bakhmut hanno conquistato alcune posizioni importanti, rendendo assai precaria la situazione dei russi che occupano Bakhmut, sebbene non si possa (ancora) parlare di un vero e proprio accerchiamento.

Ma, com’è noto, l’esercito ucraino cerca di sfondare le difese russe soprattutto nel settore centro-meridionale del fronte, puntando a tagliare il “corridoio” che unisce la Crimea e il Donbass.
Nella zona di Robotyne, presso Orichiv, l’attacco ucraino ha avuto (almeno per ora) scarso successo e gli ucraini hanno pure subito perdite notevoli di mezzi e uomini. Del resto, la zona del fronte compresa tra Orichiv e Tokmok (la città che rappresenta il centro strategico di questo settore) è fortemente difesa dei russi.

Maggiore successo gli ucraini hanno invece avuto nel settore del fronte più ad est. Qui gli ucraini sono penetrati nelle difese russe - che sono peraltro assai meno forti che nella zona di Tokmok – giungendo fino a Staromaiorske. Un successo tattico notevole tanto più che gli ucraini stanno spingendo in direzione di Staromlynivka, costringendo i russi ad impiegare diverse unità di riserva per cercare di arrestare l’avanzata ucraina.

Lo scopo di questo attacco ucraino è chiaramente quello di tagliare la linea ferroviaria che collega Tokmok e Donetsk passando dalla cittadina di Azov (al confine tra la provincia di Zaporizhia e quella di Donetsk) e da Volnovacha che però distano (in linea d’aria) da Staromlynivka rispettivamente circa 35 km e 50 km.

Comunque, l'azione più "incisiva" dell’esercito ucraino è l’attacco con i missili ai centri logistici e di comando russi, che potrebbe offrire agli ucraini l’occasione per superare le difese russe in direzione di Mariupol o di Berdiansk, acquisendo il controllo della linea ferroviaria che collega Tokmok e Donetsk, che è certamente una arteria logistica di vitale importanza per l’esercito russo.
Nondimeno, la forte resistenza che i russi oppongono anche in questo settore fronte è tale che per essere superata dovrebbe verificarsi un vero e proprio collasso della logistica russa prima che cominci la cattiva stagione.

Sono quindi ancora possibili diversi “scenari”. Quello attualmente più probabile è che la situazione militare alla fine di quest’estate non sia molto differente da quella che vi era nella primavera scorsa, anche se non si può escludere né un successo (sia pure limitato) degli ucraini né una vittoria difensiva dei russi. Assai meno probabile, ma non impossibile, è un crollo dell’esercito russo, mentre il rischio che corre l’esercito di Kiev è di concludere questa controffensiva senza un successo militare degno di nota e con gravi perdite di uomini e mezzi ossia si concluda con un sostanziale fallimento.

Vi sono buone dunque probabilità che la guerra non termini entro la fine di quest’anno sia perché né Kiev né Mosca sembrano disposte a riconoscere che la guerra non può concludersi con una vittoria totale di nessuno dei due belligeranti, sia perché sul fronte diplomatico “non si muove foglia”, anche se forse, soprattutto a Washington, si aspetta che finisca quest’estate per “tirare le somme” e, sulla base della situazione militare creata dalla controffensiva ucraina, cercare di arrivare perlomeno ad un cessate il fuoco duraturo (ma questo ovviamente dipende anche da Mosca che sembra puntare invece soprattutto su una vittoria di Trump nelle elezioni presidenziali del 2024), dato che non solo per la Russia e per l’Ucraina i costi di un eccessivo prolungamento della guerra con ogni probabilità sarebbero nettamente maggiori dei benefici.

sabato 29 luglio 2023

LA QUESTIONE DELL'EGEMONIA IN UNA PROSPETTIVA GEOPOLITICA

Che la sfida tra Usa e Cina sia anche e soprattutto una sfida geopolitica non è certo una novità. Tuttavia, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di questo argomento - nonostante che si definiscano o siano definiti “analisti geopolitici”  - ignora proprio questo aspetto della sfida tra gli Usa e la Cina, confondendo un economicismo rozzo e volgare con la geopolitica.

Difatti, il confronto tra gli Usa e la Cina ha poco senso se si ignora il confronto tra il blocco occidentale egemonizzato dagli Usa e la Cin, anche se all’élite dominante americana (o perlomeno alla maggior parte di essa) è ormai chiaro che basarsi unicamente sui mezzi e le risorse degli Usa non è sufficiente per non perdere la sfida con la Cina. 

In altri termini, anche se per un buon numero degli americani che “contano” essenziale è il confronto tra gli Usa e la Cina e hanno comunque interesse a presentare la Cina come una potenza che sta già vincendo la sfida con l’America, l’élite dominante americana è perfettamente consapevole del “declino relativo” degli Usa – cui certo l’America non può mettere fine nel breve-medio periodo - e quindi che solo un blocco occidentale egemonizzato dagli Usa è in grado di fare fronte alla sfida (tecnologica, economica e militare) con la Cina.

D’altronde, il principale “asset geostrategico” degli Usa consiste proprio nel potere contare su una rete di alleanze composta da numerosi Paesi caratterizzati da un’economia avanzata e con capacità di innovazione nei principali settori strategici, mentre sotto questo profilo la Cina praticamente può contare solo su sé stessa ovverosia sui propri mezzi e le proprie risorse (che non sono pochi). 

Questo ovviamente non significa che la Cina sia isolata. Non vi è dubbio che pure la Cina possa contare su una preziosa rete di alleanze, che sta pure estendendosi, ma sotto il profilo geostrategico si tratta di una rete di alleanze assai diversa da quella  su cui può contare l’America, dato che, sotto questo aspetto, due sono i principali “asset geostrategici” di cui dispone la Cina: le materie prime strategiche e il commercio.

Ragion per cui una vera e propria “rottura” tra la Cina e il “mondo occidentale” avrebbe conseguenze assai gravi sotto il profilo economico non solo per i Paesi europei ma anche per gli Usa e la stessa Cina. Ciò nonostante, nella misura in cui la sfida tra gli Usa e la Cina si configura come una lotta per l’egemonia mondiale, i fattori economici contano assai meno o, meglio, contano soprattutto in quanto fattori di “potenza geopolitica”, ad ulteriore conferma che è la “potenza” del blocco occidentale egemonizzato dagli Usa che si deve tenere presente  per capire l’attuale lotta per l’egemonia mondiale.

Peraltro, si deve tener conto anche dei problemi politici e sociali di ciascuna delle due grandi potenze. In quest'ottica l’America sembra essere messa decisamente peggio della Cina, benché pure la Cina si stia imbattendo nei limiti che contraddistinguono una società industriale avanzata (invecchiamento della popolazione, calo demografico, disoccupazione giovanile, costo del lavoro non più competitivo  a livello mondiale ecc.) e lo stesso metodo di governo di Xi Jinping (sempre più basato sul “bastone e il bavaglio”) possa rendere il sistema politico-sociale cinese meno “flessibile” e privarlo di preziose energie morali e intellettuali.

Comunque sia, è ovvio che l’attuale formazione di un’area geoeconomica non più egemonizzata dagli Usa - o, se si preferisce, il cosiddetto “multipolarismo” - rappresenti un pericolo serio per gli Usa, tanto più che si tratta di un’aerea che si sta espandendo, al punto da comprendere anche Paesi tradizionalmente alleati degli Usa o comunque non ostili nei confronti del “mondo occidentale”.

Del resto, è indubbio che molti Paesi di quella che fino a non molti anni fa era considerata la periferia o la semiperiferia del “sistema mondo” abbiano acquisito una “certa” autonomia strategica e non intendano sacrificare i propri interessi per seguire le direttive strategiche di Washington, anche se ciò non implica affatto che siano disposti a sacrificarli a vantaggio della Cina. Nondimeno, non si può sottovalutare  il rischio che il “multipolarismo” si muti in una sorta di “bipolarismo imperfetto”, sebbene assai diverso da quello che caratterizzava il “sistema mondo” durante il periodo della guerra fredda.

In questa prospettiva, è particolarmente significativa la situazione dell’Unione Europea. Pressoché priva di un'autentica autonomia strategica, l’Unione  Europea, sotto il profilo geopolitico, sembra essere un vaso di coccio tra vasi di ferro e soprattutto la Germania pare essere ancora prigioniera di un ottuso economicismo, come se nemmeno la guerra russo-ucraina avesse confermato che la cosiddetta “supremazia” dell’Economico è tale solo in quanto l’Economico dipende da fattori (geo)politici e geostrategici, dato che il concetto stesso di “supremazia” è e non può non essere un concetto eminentemente (geo)politico.

Ma perfino più preoccupante è il declino politico-culturale dell’Europa, che pure sembrava potere dimostrare al “resto del mondo” che non è un’utopia risolvere le controversie internazionali in un quadro di coesistenza pacifica e di cooperazione economica e culturale. Avere fallito questo obiettivo (tanto che l’Europa attuale - grazie alla disastrosa invasione russa dell’Ucraina, frutto unicamente delle ambizioni imperiali di una Russia incapace di fare i conti con la propria storia - è apparentemente unita “sotto la bandiera americana”, anche se in realtà sembrano esserci tante “Europe” in lotta tra di loro quanti sono gli Stati europei) rischia  invece di essere  il più grande fallimento geopolitico di questo secolo.

domenica 23 luglio 2023

UNA PRECISAZIONE NECESSARIA

Il 22 novembre scorso "l'AntiDiplomatico" ha pubblicato sul suo sito il seguente mio post:

«L'interpretazione politica dell'"Holodomor" e la storiografia anglosassone*

L'Holodomor - termine con il quale si designa il genocidio per fame che il regime sovietico avrebbe "intenzionalmente" perpetrato a danno della popolazione ucraina - è ancora una questione storica controversa. Certo, non possono essere dei parlamentari a decidere se la morte per fame di milioni di ucraini durante la terribile carestia che colpì l'Ucraina negli anni Trenta del secolo scorso si possa definire un genocidio.

Storici autorevoli come Robert Davies, Stephen Kotkin, Stephen Wheatcroft, Mark Tauger e J. Arch Getty (che non sono né putiniani né filorussi né comunisti) sostengono che Stalin non aveva intenzione di sterminare gli ucraini, anche se ovviamente non negano le gravi responsabilità del regime sovietico, dato che è indubbio che le conseguenze della carestia furono disastrose anche a causa della politica del regime stalinista.

Arch Getty ha scritto:

"Similarly, the overwhelming weight of opinion among scholars working in the new archives (including Courtois's co-editor Werth) is that the terrible famine of the 1930s was the result of Stalinist bungling and rigidity rather than some genocidal plan" (A. Getty, The Future Did Not Work,  "The Atalntic Monthly", 285, 3, 2000, pp. 113-116).

E Stephen Wheatcroft  ha scritto:

"Davies and I have […] produced the most detailed account of the grain crisis in these years, showing the uncertainties in the data and the mistakes carried out by a generally ill-informed, and excessively ambitious, government. The state showed no signs of a conscious attempt to kill lots of Ukrainians and belated attempts that sought to provide relief when it eventually saw the tragedy unfolding were evident. The relief measures that were given were of course too few and too late to make much difference and they were also given in secret with most concern over covering up the catastrophe that had occurred" (S. Wheatcroft, The Turn Away from Economic Explanations for Soviet Famines, “Contemporary European History”, 27, 3, 2018, pp. 465-469).

Insomma l'interpretazione politica dei fatti è necessaria, ma non può prescindere dalla ricostruzione storica dei fatti.

Solo in un regime "totalitario" si può pensare che siano i Parlamenti a scrivere la storia.»**


Ovviamente lo scopo di questo post era solo quello di evidenziare che non possono essere certo dei parlamentari a stabilire se una ricostruzione storica dei fatti sia vera o no, ragion per cui dopo avere precisato che l'Holodomor è ancora una questione controversa ho citato alcuni autori che mettono in dubbio che si possa definire un genocidio, benché nessuno di questi autori metta in dubbio che il regime stalinista abbia moltiplicato le conseguenze negative della carestia. 

Anche nel mio libro La strada della vita, pur ricordando che secondo vari storici l'Holodomor fu un genocidio, dopo avere citato Stephen Wheatcroft  - che insieme a Robert Davies è autore di The Years of the Hunger: Soviet Agricolture, 1931-1933 (si tratta del vol. V della fondamentale opera The Industrialisation of Soviet Russia) New York, 2009 -  ho  scritto: "Insomma, anche se la questione della carestia in Ucraina è ancora controversa, sembra sia lecito affermare che se omicidio (ammesso che sia lecito esprimersi così) ci fu non si trattò di omicidio premeditato bensì di omicidio colposo o tutt’al più, ma è da dimostrare, preterintenzionale".

In effetti non credo che si lecito esprimersi in questo modo (anche se nel mio libro mi riferisco solo a quanto sostiene Wheatcroft ossia non esprimo il mio pensiero sull'Holodomor) e quindi me ne scuso, sebbene subito dopo abbia ricordato che secondo Roy Medvedev "nel 1931-1933 'in tutte le regioni del paese si creavano decine di migliaia di kolchozy, che erano privi di attrezzatura tecnica, di esperienza di conduzione agricola collettiva, e di buoni dirigenti. Contemporaneamente veniva attuata la deportazione forzata verso lontani territori di centinaia di migliaia di famiglie kulak, e anche di centinaia di migliaia di famiglie di contadini medi che non intendevano entrare nei kolchozy, nonché di molte altre famiglie di contadini, anche poveri, che si erano opposti o alla creazione dei kolchozy […] La produzione agricola continuava a diminuire, ma gli ammassi aumentavano, e lo Stato continuava a vendere cereali all’estero per rimpinguare le proprie riserve valutarie. Tutto ciò finì per produrre una grave carestia, che colpì tutte le regioni cerealicole […] dove morirono milioni di contadini'".

Comunque sia, di "spazio" per il cosiddetto "negazionismo dell'Holodomor", tipico di una certa storiografia russa  o comunista, non ve n'è e non ve ne deve nemmeno essere. Meglio essere chiari al riguardo. Difatti, le gravissime responsabilità di Stalin e in generale del regime stalinista sono fuori discussione, sia che l'Holodomor si definisca un genocidio sia che non lo si definisca un genocidio, anche se oggi si deve riconoscere che la grande maggioranza degli storici occidentali - tra cui Timothy Snyder, Steven Rosefielde, Nicolas Werth e Andrea Graziosi - ritiene che si sia trattato di genocidio.***

D'altronde, degno di nota è anche il fatto che Robert Conquest, che nel 1986 (quando cioè venne pubblicato il suo libro Harvest of Sorrrow) era stato il primo importante storico in Occidente a definire l'Holodomor un genocidio,  ebbe poi a scrivere (nel 2003) a Wheatcroft e Davies: "Stalin purposely inflicted the 1933 famine? No. What I argue is that with resulting famine imminent, he could have prevented it, but put ‘Soviet interest’ other than feeding the starving first thus consciously abetting it" (vedi R. Davies, S. Wheatcroft, Stalin and the Soviet Famine of 1932-1933: A Reply to Ellman, "Europe-Asia Studies", Vol. 58, No. 4, 2006, p. 629.

In sostanza, per quanto concerne l'interpretazione storica dell'Holodomor è il giudizio degli storici che conta non certo il mio né quello dei politici.




*Il titolo del post è della redazione dell'"AntiDiplomatico". Il post, infatti, lo avevo pubblicato su  Facebook senza titolo.

**https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-linterpretazione_politica_dellholodomor_e_la_storiografia_anglosassone/45289_48025/ Si deve comunque pure notare che lo storico Sthépane Courtois ha contestato l'affermazione di Getty citata nel mio post.

***Si veda ad esempio A. Graziosi, The Soviet 1931–1933 Famines and the Ukrainian Holodomor: Is a New Interpretation Possible, and What Would Its Consequences Be?

  https://www.iris.unina.it/retrieve/handle/11588/335138/3891/GraziosiFaminesPDF.pdf

ma anche An interview with economic historian Stephen Wheatcroft on the Soviet famine and historical falsification


Si badi che lo stesso Andrea Graziosi scrive nel suo libro L'Unione Sovietica, 1914-1991 (Bologna, 2011, p. 163): "C'è dunque un genocidio ucraino dentro la storia sovietica? La risposta è negativa se pensiamo a una carestia concepita dal regime o - versione ancor più indifendibile - dalla Russia per distruggere il popolo ucraino. E resta tale se si adotta una definizione restrittiva di genocidio come volontà preordinata di sterminare tutti i membri di un gruppo etnico, religioso o sociale. Ma la definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 elenca tra i possibili atti genocidiari «l'infliggere loro deliberatamente condizioni di vita calcolate per determinarne la distruzione fisica totale o parziale». In questa prospettiva, se riflettiamo sulla differenza tra i tassi di mortalità nelle diverse repubbliche; aggiungiamo ai milioni di vittime ucraine i milioni di ucraini russificati dopo il dicembre 1932; prendiamo in considerazione la distruzione di gran parte dell'élite politica e intellettuale della repubblica ecc., allora la risposta alla domanda sulla presenza di un genocidio ucraino sembra essere positiva."






mercoledì 19 luglio 2023

IL POLITICO E LA GUERRA

È da quando è cominciata questa guerra che pure chi scrive sostiene che la questione della indipendenza e della sicurezza dell’Ucraina non deve dipendere dalla questione territoriale, tanto più che una soluzione meramente militare di quest’ultima sarebbe con ogni probabilità non definitiva.

Si tratta quindi di difendere una concezione realistica, in sostanza non diversa da quella condivisa da noti analisti militari o geopolitici occidentali (da distinguere dai sedicenti analisti militari o geopolitici italiani che non hanno mai pubblicato nulla di serio o di significativo né su argomenti di storia militare né su questioni geopolitiche), tra cui spiccano i nomi di alcuni ricercatori della Rand Corporation.*

Comunque sia, non solo il governo di Kiev, ragionando in un’ottica nazionalista anziché realistica, rischia di non “capitalizzare” i pur notevoli successi conseguiti nel primo anno di guerra, ma l’Occidente non può continuare a lasciare che la sua strategia sia dettata da Paesi come la Polonia o quelli baltici, tanto più che i principali Paesi della Ue hanno interessi diversi da quelli dei Paesi dell’Europa nord-orientale e la stessa America  - a differenza della Polonia e dei Paesi baltici ma pure dell' Ucraina - non vuole certo che la Federazione Russa si disgreghi o precipiti nel caos.

D’altronde, non si può neanche ignorare che nell’Ucraina orientale (Crimea inclusa)** vi è una minoranza russa o filorussa (da non confondere con gli ucraini russofoni, dato che gran parte di loro è ostile o addirittura “ferocemente” ostile nei confronti dei russi – basti pensare a Kharkiv) che ormai è pressoché impossibile che possa convivere pacificamente con gli altri ucraini.  Peraltro, la Russia di Putin sta già pagando un costo assai salato per la sua fallimentare strategia politica in Ucraina,  in quanto lo scopo di Mosca era quello di insediare un governo filorusso a Kiev  e inglobare l’Ucraina o la maggior parte di essa (ossia l’Ucraina centrale e orientale) nello spazio geopolitico egemonizzato dalla Russia.

Ovviamente per arrivare ad un cessate il fuoco duraturo occorre almeno 1) che si garantisca la difesa della indipendenza e della sicurezza dell’Ucraina (vi sono diverse soluzioni, inclusa una alleanza tra Ucraina e Paesi occidentali simile a quella che esiste tra Israele e l’America), 2) che la Russia sia disposta a riconoscere l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. Certo, quest’ultima condizione non è facile che si verifichi dato che la Russia sembra prigioniera della sua strategia fallimentare in Ucraina, ma è pur vero che anche l’Occidente in un certo senso rischia di essere prigioniero della sua mancanza di una strategia (geo)politica chiara e realistica.***

Difatti, affermare che si deve stare con Kiev “sino in fondo” – come ripetono a pappagallo molti politici europei che non sanno forse nemmeno con quali Paesi confina l’Ucraina - non significa nulla né significa nulla che l’Occidente deve prepararsi a sostenere l’Ucraina in una guerra lunga contro la Russia se non si precisa chiaramente qual è lo scopo politico di questa guerra e soprattutto se non si dimostra che si tratta  di uno scopo che si può conseguire agendo in modo razionale. 

Insomma, anche se la controffensiva ucraina è ancora in corso, sarebbe opportuno fin da adesso cominciare  a "capitalizzare politicamente" i successi ucraini (compresi quelli che gli ucraini potrebbero ottenere con l'attuale controffensiva) secondo una prospettiva realistica. In altri termini, una iniziativa diplomatica da parte dell’Occidente, mentre si continua a combattere in Ucraina, per giungere ad un cessate il fuoco, praticamente equivale a riconoscere che la guerra è solo la prosecuzione della politica con altri mezzi. 


*Naturalmente si tratta di posizioni che non hanno nulla a che vedere con le farneticazioni dei (filo)putiniani che diffondono una miriade di bufale di ogni genere, al punto che sembra che sia stata l'Ucraina ad aggredire la Russia e che questa guerra venga combattuta in Russia anziché in Ucraina.


**Che la Crimea appartenga all’Ucraina, considerando i confini dell’Ucraina riconosciuti dalla Russia nel 1991, è indubbiamente vero ma - indipendentemente dal fatto che pure gli Usa e Israele hanno violato numerose volte il diritto internazionale (anche se, com'è ovvio, questo non implica affatto che si debbano giustificare i crimini commessi dai russi in Ucraina) - è anche innegabile che le condizioni storiche oggi sono molto diverse da quelle che c’erano all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso e che ostinarsi a non riconoscerlo significa preferire ad un agire razionale rispetto allo scopo un agire basato unicamente su principi di carattere ideologico. 

***Certo è possibile pure che l'Ucraina infligga una sconfitta militare decisiva alla Russia, al punto da riconquistare tutti i territori occupati dai russi (Crimea inclusa), e che a Mosca si insedi un governo che non nutra più ambizioni imperiali. Ma una strategia politica razionale non si basa solo su ciò che è possibile o auspicabile. D'altra parte, si deve tenere presente che il generale Mark Milley, capo degli Stati maggiori riuniti statunitensi, ha dichiarato che la controffensiva ucraina "è tutt'altro che un fallimento. Penso che sia troppo presto per fare questo tipo di valutazione.  In questo momento [gli ucraini] stanno preservando il loro potere di combattimento. E stanno lentamente e deliberatamente e costantemente lavorando per farsi strada attraverso tutti questi campi minati, ed è una lotta dura. È una lotta molto difficile". Vedi: https://apnews.com/article/ukraine-russia-war-offensive-4cdc520d57c8caa71e9eef629a6c42e7.  Non si può quindi nemmeno escludere che la controffensiva ucraina non raggiunga risultati significativi prima che cominci la cattiva stagione o addirittura che fallisca. Insomma, come possa finire l'attuale controffensiva ucraina non è ancora possibile saperlo.



mercoledì 12 luglio 2023

SI VOLTA PAGINA

Nel vertice Nato a Vilnius si sono approvati i piani di guerra contro la Russia nel caso che quest'ultima dovesse aggredire un Paese membro della Nato. Si tratta di un cambiamento radicale della strategia della Nato dato che non ci si basa più, come nella guerra fredda, sulla deterrenza nucleare, ma si prevede di combattere un conflitto convenzionale ad altissima intensità, in cui ad ogni Paese della Nato verranno assegnati compiti precisi.

Inutile dire che tutto questo avrà un costo assai elevato, a discapito del potenziamento del sistema sanitario, della costruzione di nuove infrastrutture, della difesa del territorio, del miglioramento delle condizioni vita e di lavoro e così via.

Per di più, secondo il Washington Post,  la guerra in Ucraina è già costata all'Europa 139,5 miliardi (più quindi che agli Usa, i cui aiuti complessivi all'Ucraina ammontano a 70,9 miliardi).*  

Ma la guerra non è ancora terminata e già nel febbraio scorso si stimava che la ricostruzione dell'Ucraina sarebbe costata più di 400 miliardi. E non è un mistero che il costo della ricostruzione dell'Ucraina  dovrà essere sostenuto soprattutto dall'Europa.

Queste le conseguenze, ma potrebbero essere perfino peggiori, delle assurde e perfino grottesche ambizioni imperiali del regime neostalinista o, se si preferisce, nazi-stalinista di Putin, che solo degli sprovveduti o dei veri e propri mistificatori di professione (che abbondano nel nostro Paese) possono giustificare (favoleggiando pure di un imminente e catastrofico crollo dell'Occidente, quasi che non li riguardasse!), dato che non vi era alcuna minaccia militare  della Nato nei confronti della Russia (diversa e più complessa era la questione geopolitica che opponeva la Nato e la Russia, in specie dopo lo scontro tra la Russia e la Georgia nel 2009), come prova lo stesso fatto che - mentre il Cremlino badava solo a riempire di rubli le tasche degli oligarchi, a rafforzare la sua macchina bellica e ad incrementare la produzione di munizioni di artiglieria, infischiandosene dello sviluppo del sistema socio-economico russo - gli arsenali della Nato all'inizio di questa guerra erano semivuoti, giacché la stessa America non prevedeva di dovere combattere una guerra convenzionale ad alta intensità.

Adesso si è voltata pagina e certo opporsi (si badi, secondo una prospettiva che si potrebbe ancora definire socialdemocratica, benché "declinata" in forme diverse da quelle del secolo scorso e quindi assai più attenta alla difesa dei legami comunitari e dell'ambiente) alla volontà di potenza del sistema liberal-capitalistico, che sta generando miseria e degrado sociale e ambientale pure in Occidente, sarà molto più difficile.

*Usa: aiuti finanziari 24,5; umanitari 3,6; militari 42,8.

Europa: aiuti finanziari 37,7; umanitari 8,4; militari 35,6; per i rifugiati 57,8 (fonte https://www.washingtonpost.com/opinions/interactive/2023/ukraine-war-analysis-stalemate-economy-aid/?itid=sf_world_ukraine-russia_opinions_p001_f008&fbclid=IwAR33nX-v7zYj-Xs4dwz5D_WnSLnQoSFaA7tB3YbpkRXNrcz9oaao4201lxE).