domenica 16 ottobre 2022

NEOLIBERALISMO E GEOPOLITICA

Allorché si discute di neoliberalismo è necessario intendersi non solo sulla differenza tra neoliberalismo e liberalismo ma anche e soprattutto sulla differenza tra ciò che si può definire come liberalismo antico ( in particolare dei Greci) e liberalismo moderno. 

Scopo principale del liberalismo antico, infatti, era quello di cercare di risolvere la questione politica per eccellenza, vale a dire come conciliare un ordine politico che non sia oppressione con una concezione della libertà che non sia né arbitrio né licenza (il fatto che storicamente questa conciliazione non ci sia mai stata o ci sia stata solo in forme più o meno imperfette conta poco sotto il profilo metapolitico).

In particolare, per il liberalismo antico decisiva era l'antropologia politica giacché l'(auto)formazione spirituale dei membri della polis era considerata la condizione necessaria perché vi fosse una polis "rettamente ordinata" sotto il profilo politico.

Scrive Leo Strauss: "L’educazione liberale è l’antidoto contro la cultura di massa, i suoi effetti corrosivi e la sua tendenza intrinseca a non produrre altro che 'specialisti senza spirito di discernimento ed epicurei senza cuore'. L’educazione liberale è la scala con cui cerchiamo di salire dalla democrazia di massa alla concezione della democrazia nel suo senso originario. L’educazione liberale è lo sforzo necessario per fondare un’aristocrazia nell’ambito della società democratica di massa. L’educazione liberale ricorda la grandezza umana ai membri della democrazia di massa che hanno orecchie per intendere."

(Strauss sapeva bene, del resto, che lo Stato omogeneo e universale, che è lo scopo politico "ultimo" del neoliberalismo, sarebbe stato il trionfo del conformismo e la fine della "filosofia” - intesa come espressione della intelligenza critica non sottomessa al potere - ovverosia la dittatura "perfetta". Criticando l’ordine politico delineato da Kojève, scrive infatti Strauss: "Kojève [...] conferma la concezione classica secondo cui il progresso tecnologico illimitato […], inteso come condizione indispensabile per la creazione dello Stato universale e omogeneo, è distruttivo dell’umanità dell’uomo").

In questo senso, non solo il liberalismo dei moderni è nettamente diverso da quello antico, come sostiene Strauss, ma il neoliberalismo è l'esatto contrario del liberalismo antico.

Tuttavia, non vi è errore peggiore che credere che per combattere il neoliberalismo sia necessario un ordine politico "illiberale", non solo perché un ordine politico fondato sull'oppressione (in cui cioè l'uso della forza - che pure talvolta è indubbiamente necessario – sia "metodo di regno") non si può certo considerare "migliore" di un regime neoliberale (anche questa è appunto una lezione del liberalismo antico), ma soprattutto perché sarebbe una strategia politica errata, considerando che il regime neoliberale - in quanto si configura come un sistema capitalistico fondato su una volontà di potenza e una bramosia di possesso "illimitate" - ben difficilmente può non rivolgere la propria "punta distruttiva" contro sé medesimo.

Pertanto, il pericolo che si deve evitare è che il crollo o la "progressiva degenerazione" del regime neoliberale equivalga ad una "catastrofe globale". E questo rileva in specie sotto il profilo geopolitico, perlomeno nella misura in cui il multipolarismo (che, si badi, è un processo storico non una ideologia) può davvero essere un "freno" alla pre-potenza dell'Occidente neoliberale. 

                                                                                                       *

Al riguardo, ci si dovrebbe chiedere se e quanto siano significative sotto il profilo geopolitico le caratteristiche di una determinata formazione politica e sociale, dato che gli Stati non sono come delle astronavi che si muovono nel vuoto cosmico, ma “creature” storiche che agiscono nella storia, come prova il fatto stesso che il conflitto sociale e politico, benché anch’esso possa essere un conflitto tra élites, non “si riduce” solo al conflitto tra élites dominanti.

In definitiva, se l’analisi geopolitica, come insegna la teoria delle relazioni internazionali, deve necessariamente tener conto delle “costanti” che contraddistinguono il conflitto tra diverse “potenze” (e in specie tra “grandi potenze”), non può nemmeno prescindere da un’analisi delle caratteristiche politiche e sociali delle singole “potenze” in lotta tra di loro, come ha dimostrato la stessa storia del secolo scorso.

domenica 18 settembre 2022

GUERRA E PACE

 All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, dopo numerosi scontri tra armeni e azeri, ci fu la Prima Guerra del Nagorno Karabakh, in cui gli armeni, pur essendo in inferiorità numerica, riuscirono a sconfiggere gli azeri. Nel 2020 scoppiò però una nuova guerra tra armeni e azeri (nota come Seconda Guerra del Nagorno Karabakh), in cui furono gli azeri ad infliggere una netta sconfitta agli armeni. Infatti, l’esercito azero, impiegando soprattutto droni (di fabbricazione turca) e) munizioni circuitanti (di fabbricazione israeliana), fece a pezzi le unità meccanizzate e corazzate armene. 

Gli angloamericani definirono questa guerra come “la guerra del futuro” e non solo la studiarono in ogni minimo dettaglio ma decisero che si doveva puntare su droni, munizioni circuitanti, missili anticarro e antiaerei (in specie manpads) nonché su un moderno ed efficiente sistema C3I (comando, controllo, comunicazioni e intelligence) per trasformare l’esercito ucraino in una macchina bellica potente, tale da infliggere perdite elevatissime alle colonne corazzate e meccanizzate russe nel caso fosse scoppiato un conflitto tra Russia e Ucraina. 

Viceversa, nonostante che secondo le analisi angloamericane del conflitto del Donbass nel 2014-2015 i Btg (Battalion tactical groups) russi, intervenuti in Ucraina (benché non “ufficialmente”) per appoggiare le milizie del Donbass contro l’esercito e le milizie di Kiev, avessero già dimostrato di avere diversi “punti deboli” (tra cui un numero insufficiente di fucilieri ben addestrati), l’esercito russo pare avere ignorato pressoché del tutto le lezioni della Seconda Guerra del Nagorno Karabakh, forse anche perché Mosca era ancora impegnata a potenziare soprattutto il proprio apparato bellico strategico (ovverosia nucleare), al fine di non perdere la parità strategica con l’America*.

Comunque sia, i principali problemi militari dell’Ucraina ancora da risolvere nel febbraio scorso erano la mancanza di un’artiglieria capace di “tener testa” a quella russa (notoriamente assai potente) e la mancanza di una difesa aerea in grado di intercettare e abbattere la maggior parte dei missili (non nucleari, si intende) che i russi potevano lanciare da aerei, da navi o da sistemi terrestri.

Quest’ultimo problema non è ancora stato risolto dagli ucraini, ma i pezzi di artiglieria a lunga gittata forniti dalla Nato a Kiev consentono ormai all’esercito ucraino di sostenere anche il “duello” con l'artiglieria russa e di colpire “in profondità” la stessa struttura logistica dell’esercito russo. Inoltre, il Comando ucraino non solo è in grado di “intossicare” le comunicazioni dell’esercito russo, ma, anche grazie al sostegno della Nato e specialmente dell’intelligence angloamericana (rete satellitare compresa), ha un quadro esatto della disposizione e dei movimenti delle unità russe, mentre l’esercito russo se non è “cieco” poco ci manca, anche per il “non brillante” livello operativo dell’aviazione russa (che pure con circa 1.500 aerei da combattimento dovrebbe “oscurare” il cielo ucraino e sviluppare una potenza di fuoco tale da permettere all’esercito russo di annullare lo svantaggio di combattere in condizioni di inferiorità numerica, dato che il regime di Kiev, a differenza del Cremlino, ha subito decretato la mobilitazione totale). 

Significativo è pure che, secondo alcuni milbloggers russi assai bene informati, il sistema C3I ucraino è così efficiente che l’artiglieria ucraina può intervenire a sostegno dei soldati di Kiev praticamente appena questi ultimi lo richiedano, mentre possono passare anche molte ore prima che l’artiglieria russa intervenga a sostegno delle milizie del Donbass o dei fucilieri russi.

Invero, sotto molti aspetti (se non tutti), la guerra che si combatte in Ucraina vede un esercito ucraino moderno e indubbiamente motivato combattere contro un esercito (aviazione inclusa) che sotto il profilo tattico-operativo (anche se non necessariamente sotto quello strategico) è almeno un “passo indietro” rispetto all'esercito ucraino.

Peraltro, anche l'ormai cospicua documentazione video disponibile evidenzia abbastanza chiaramente questa differenza tra i due eserciti (che può essere negata solo per ragioni ideologiche - poco importa, dal punto di vista militare ovviamente, se siano giuste o no), benché non si debba esagerare, dato che pure i russi dispongono di diversi reparti militari capaci di svolgere compiti tattico-operativi complessi. 

D’altronde, si deve pure considerare che abbiamo poche informazioni attendibili anche sulle perdite dei due eserciti, in particolare su quelle subite dagli ucraini (le perdite russe secondo gli americani ammonterebbero a circa 80.000 soldati, contando non solo i morti ma anche i feriti, i prigionieri e i dispersi), che secondo fonti russe sarebbero addirittura circa il doppio di quelle russe, ma, sebbene sia ovvio che anche l'esercito ucraino abbia subito e continui a subire perdite elevate, non ci si può certo basare sulla propaganda russa o filorussa per stimare correttamente le perdite dell’esercito ucraino. 

In ogni caso la Russia ha mezzi e risorse non solo per continuare la guerra (come gli stessi americani riconoscono) ma probabilmente anche per colmare almeno alcune delle lacune tattico-operative che il conflitto russo-ucraino ha “impietosamente” evidenziato. Né si deve ignorare che in guerra contano anche e soprattutto i fattori strategici (compresi quelli di natura politica, sociale ed economica) e quindi si deve tenere conto che la Russia dispone di migliaia di testate nucleari (ma pure che la Russia sta combattendo, benché indirettamente, contro la Nato, che ha già dimostrato di essere nettamente più forte della Russia sotto il profilo tecnologico).


La domanda allora che ci si deve porre è se alla stessa Russia convenga cercare una soluzione militare della questione ucraina, a prescindere dal fatto che l’Ucraina e gli Usa condividono con la Russia la responsabilità (geo)politica, anche se non militare, di quanto accade in Ucraina.

Certo, sulla difficile e complessa questione ucraina mentono Kiev, Washington, Londra e in generale i governi dei Paesi occidentali, ma se si è intellettualmente onesti si deve riconoscere che mente pure Mosca, che fino al 23 febbraio scorso aveva negato di avere intenzione di invadere l'Ucraina (il che poteva corrispondere a verità nell'autunno scorso, quando cioè Mosca pareva puntare su una diplomazia coercitiva per risolvere la questione ucraina, ma ovviamente non più nei mesi di gennaio e febbraio di quest’anno) e nega tuttora di avere voluto rovesciare il governo di Kiev, nonostante che Putin stesso nel suo discorso del 25 febbraio scorso abbia esplicitamente chiesto ai vertici militari ucraini di sbarazzarsi della “cricca nazista” che governa l’Ucraina dal 2014.

Appare pertanto saggia la posizione della Cina e dell’India che, pur comprendendo le ragioni della Russia, ritengono che sia una “follia geopolitica” cercare una soluzione militare della questione ucraina, criticando così, non solo la Nato - il cui scopo “dichiarato” è infliggere una devastante sconfitta militare e politica alla Russia assai più che difendere le ragioni dell'Ucraina - ma, benché implicitamente e in modo meno “duro”, la stessa Russia ((ciò non significa che la Cina possa "mollare" la Russia, giacché la Cina è consapevole che dopo la Russia toccherebbe proprio alla Cina subire la prepotenza dell'America). Il processo storico che si designa con il termine multipolarismo è, infatti, solo all’inizio e quindi perché si consolidi occorre che passino ancora alcuni lustri. 

Come ha scritto Vincenzo Costa: “La guerra è il modo in cui il capitalismo […] angloamericano cerca di rallentare il proprio declino e di arrestare le proprie contraddizioni interne [...] La Cina sa che il peggior dispetto che può fare a questo Occidente angloamericano è di non reagire, sa che l'arma contro questo mondo morente è la pace.”

Mosca invece non si è limitata a garantire “pubblicamente la difesa delle due province ucraine di Lugansk e Donetsk, per costringere Kiev a riconoscere i diritti dei filorussi del Donbass, ma ha voluto “bruciare le tappe”. Così è caduta in una sorta di trappola strategica tesagli dagli anglo-americani, e si è illusa di potere non occupare l’Ucraina, come sostengono i media occidentali, ma perlomeno di destabilizzare rapidamente il regime di Kiev, contando sulla collaborazione degli ucraini filorussi e “giocando la carta” di una potenza ed efficienza militare che (escludendo la potenza nucleare) ha dimostrato di non possedere o possedere solo in parte, e suscitando così una reazione durissima di tutto l’Occidente, che avvantaggia soprattutto l'America.

In altri termini, l'improvvida decisione di Mosca di risolvere militarmente la questione ucraina (una decisione non giustificata neppure dall'allargamento della Nato ad Est, anche se indubbiamente rappresentava una minaccia per la Russia, giacché chiaro e netto era il veto della Germania e della Francia all'ingresso dell'Ucraina nella Nato) non solo ha rafforzato ulteriormente la presenza della Nato “alle porte” della Russia ma sta ostacolando pure il consolidamento di una “realtà multipolare”, in specie se si ritiene che di quest’ultima debba essere parte costitutiva l’indipendenza dall'America della stessa Europa continentale (occidentale).


Tuttavia, è ovvio che indietro non si possa tornare. Come si può risolvere allora la questione ucraina? 

“Incerta” è la posizione del Cremlino dato che non vuole e forse non può rischiare di compromettere la stabilità politica ed economica del Paese (che deve fare fronte alle difficoltà economiche causate dalle sanzioni imposte dall'Occidente) mettendolo sul piede di guerra, ma non può nemmeno permettersi di subire un'umiliante e disastrosa sconfitta in Ucraina, e quindi sembra puntare sul prossimo “lungo inverno” per mettere in ginocchio il regime di Kiev e indurre i più importanti Paesi della Ue a rivedere le proprie posizioni nei confronti della Russia.

D’altronde, il regime di Kiev, grazie al forte sostegno militare - e non solo militare - da parte soprattutto dell'America, punta alla riconquista dell'intero Donbass e perfino della Crimea. E la determinazione di Kiev è pure aumentata per i crimini di guerra commessi dai russi o dai filorussi (che di crimini di guerra ne commettano anche gli ucraini, in specie contro i filorussi, è vero, ma questo non giustifica alcunché). 

Pertanto, il Cremlino potrebbe anche usare la propria aviazione strategica per bombardare assai più duramente (ma senza usare armi nucleari) di quanto abbia fatto finora le città e le infrastrutture ucraine (sempre che l'aviazione russa sia davvero in grado di effettuare simili operazioni militari). Nondimeno, dal momento che in guerra conta distruggere l’apparato bellico nemico, quali vantaggi otterrebbe sotto il punto di vista militare? L’Ucraina, infatti, per continuare la guerra conta non sul proprio apparato industriale ma sugli aiuti dei Paesi della Nato, che la Russia non può attaccare senza scatenare la terza guerra mondiale (al riguardo, è degno di nota che gli americani nella Guerra di Corea, anche se distrussero senza problemi le città e le infrastrutture nord-coreane, dovettero arrivare ad un compromesso con la Corea del Nord, che poteva contare sul massiccio aiuto della Cina).

Comunque il Cremlino potrebbe non solo infliggere danni gravissimi alla struttura logistica dell'esercito di Kiev con attacchi prolungati contro le infrastrutture energetiche ucraine ma alzare il livello dello scontro perfino oltre la soglia della guerra convenzionale, qualora l'esercito ucraino dovesse prevalere su quello russo al punto da mettere a repentaglio l’integrità della Federazione Russa (in questo caso, com’è noto, la dottrina militare russa prevede anche l’uso di armi nucleari tattiche). D’altro canto si deve riconoscere che non è probabile,, anche se non è impossibile, che il Cremlino si convinca che la migliore strategia per contrastare la prepotenza della cosiddetta “anglosfera” sia quella di Pechino, che - sebbene anche i cinesi naturalmente ritengano necessario potenziare la propria “difesa” - sa che l’arma della pace e del commercio è quella che ormai più temono Washington e Londra.

Stando così le cose, è lecito ritenere che le “chiavi strategiche” della questione ucraina le possieda soprattutto Washington, vuoi perché la politica e la stessa difesa militare dell'Ucraina dipendono (Kiev volente o nolente) dalle decisioni di Washington, vuoi perché solo Washington può offrire a Mosca una “via di uscita” dal conflitto con l'Ucraina che non appaia come una disastrosa sconfitta della Russia, e al tempo stesso garantire che l’Ucraina non esca sconfitta da questa guerra.

Del resto, anche se si parla di conflitto russo-ucraino questa guerra è anche una guerra civile ma principalmente una guerra tra Russia e America, e pure - considerando che per l’America era decisivo “tagliare i ponti” tra la Russia e l’Ue e in particolare con la Germania - una guerra economica che l’America, in un certo senso, conduce contro i più importanti Paesi della Ue, benché paradossalmente con il consenso della stragrande maggioranza della classe dirigente della Ue (ma si tratta di un paradosso solo “apparente”, tenendo conto che gli Usa difendono comunque gli interessi della classe liberal-capitalistica europea, nella misura in cui Washington continua a svolgere il ruolo del “gendarme” del liberal-capitalismo occidentale).

Che Washington quindi possa optare per una soluzione politica anziché militare della questione ucraina è ben difficile crederlo, sebbene non si possa escludere che nei prossimi mesi gli “effetti collaterali" delle sanzioni imposte alla Russia creino una situazione del tutto nuova in Occidente, tale da indurre Washington a un “cambiamento di rotta” sia per ragioni di politica interna sia per evitare che gli interessi dell’Europa occidentale e quelli dell’America siano talmente “divergenti” da compromettere le stesse relazioni tra l’America e i più importanti Paesi della Ue.**

* Degno di nota comunque è che anche a vari analisti militari russi non era sfuggita l'importanza della Seconda Guerra del Nagorno Karabakh (si veda https://jamestown.org/program/the-second-karabakh-war-lessons-and-implications-for-russia-part-one/?fbclid=IwAR1Ab6ycggizDYAF-fPAScpffJcBqFCAo1VrjvObrnsawFptWXVpbwua5Sk).

** Anche questa mia analisi (sono il primo a riconoscerlo) presenta diversi “aspetti” controversi e discutibili. Tuttavia, anche se si sa ancora poco di questo conflitto per formulare giudizi definitivi, non si sa così poco da non potere formulare alcun giudizio.
























venerdì 22 luglio 2022

OLTRE LA LINEA?

 Quel che i "compagni" (ma non "sinistrati") non hanno capito o comunque, per ragioni meramente ideologiche, hanno difficoltà a capire, è che il socialismo – inteso, in sostanza, come democrazia sociale - presuppone necessariamente una élite (perlomeno dal tempo dei Sumeri non c’è comunità o società in cui non vi sia un’élite del potere, ossia da quando l’economia è in grado di generare un sovrappiù, nozione chiave della teoria economica classica e di quella neoclassica - non marginalista! - di Sraffa, nonché di buona parte dell’antropologia culturale), composta da un tipo umano “differenziato”, sia sotto il profilo antropologico che sotto il profilo etico (in un senso però che nulla ha a che fare né con le "razze" né con i diversi gruppi etnici) rispetto al cosiddetto "uomo comune" (Platone, anche se ovviamente non era socialista, lo aveva perfettamente compreso). 

Il socialismo presuppone infatti la liberazione dell'uomo che è incatenato nella caverna. Ma non sono solo le catene dell'ignoranza, nel senso comune del termine, che si devono spezzare bensì quelle della miseria e soprattutto quelle che si dovrebbero definire, seguendo l’insegnamento del grande filosofo ateniese, dell'anima concupiscibile. Sottomessa quest'ultima anche le catene della miseria e dell'ignoranza si possono spezzare. Ma appunto solo un tipo umano "differenziato" può liberarsi e liberare gli altri dalle catene dell'anima concupiscibile.

La civiltà dei consumi (come Pasolini aveva intuito) invece ha generato un tipo umano così diverso e degenerato perfino rispetto a quello che era lo stesso “uomo comune”, che non vi sono né talenti né istruzione che possano "addomesticarlo", perché anzi talenti e istruzione sempre più accrescono i suoi appetiti e la sua brama di possesso (anche un "mostro", del resto, non necessariamente è un bruto anzi può essere istruito e non affatto privo di talento - basti pensare ai membri tedeschi degli Einsatzgruppen, tutti non sprovvisti di "competenze" e con un notevole livello di istruzione).

Solamente allora chi - per formazione culturale, ambiente sociale o per particolari doti personali - ha già un'anima "rettamente ordinata" - per usare il lessico di Platone - ovvero non dominata dalla parte concupiscibile e dalla brama di possesso, può non solo uscire dalla caverna ma ritornarvi per liberare i suoi "compagni" incatenati (giacché ci si libera insieme, non da soli).

Non a caso, l'antropologia politica, per così dire, assai più che l'economia ha spazzato via nel secolo scorso l'ingenua idea ottocentesca secondo cui sarebbe bastato abolire la disuguaglianza economica per generare un "uomo nuovo". Ma le catene della miseria dipendono appunto anche da altre catene.

 Vale a dire che per sconfiggere quella sorta di zombi presuntuoso, arrogante e prepotente che è diventato l'homo occidentalis "liberale" (visceralmente antidemocratico e illiberale ma sedicente democratico, e pronto a compiere qualsiasi misfatto e a giustificare qualsiasi delitto pur di soddisfare la sua illimitata brama di possesso) sarebbero necessarie - al di là delle competenze tecnico-scientifiche di cui comunque una società ha bisogno - sia una formazione spirituale e culturale di tipo “umanistico” (intesa però in senso ampio), sia anche e soprattutto una formazione e una disciplina di carattere politico secondo una visione realistica della storia (soprattutto della storia politica, economica e militare) e della condizione umana. 

Tuttavia, scomparsi i partiti di massa (che perlomeno fungevano da scuola politica consentendo ai partiti di "esprimere" una vera classe dirigente anziché solo dominante come quella attuale) e trasformato l’intero sistema educativo (scuola e università) in un sottosistema della società di mercato (nel senso di Karl Polanyi), sono praticamente venute meno anche le possibilità di formare una élite politica e intellettuale capace di contrapporsi con successo all'homo occidentalis "(neo)liberale" (che è davvero un uomo ad una sola dimensione e in questo senso antropologicamente “inferiore” rispetto anche ad una umanità “semplice” ma non totalmente "alienata" ed eterodiretta) o, se si preferisce, ma cambia solo la "prospettiva", in grado di contrapporsi al sistema del capitalismo predatore occidentale (com’è noto, lo stesso Marx afferma che pure il capitalista è “alienato” ma, a differenza del lavoratore, trae profitto da questa sua condizione  e di conseguenza si oppone con tutte le sue forze a chiunque cerchi di "cambiare sistema").

In definitiva, anche se può sembrare paradossale, in Occidente, nelle attuali condizioni storico-sociali, solo dal basso potrebbe nascere qualcosa di veramente nuovo, favorito magari da un Evento particolare (una sorta di Ereignis), che implichi una "rottura di livello" antropologico ed esistenziale tale da cambiare il "corso della storia".













mercoledì 11 maggio 2022

LA ROULETTE RUSSA

 “Non accettiamo i ricatti dei russi” ha affermato  von der Leyen, che evidentemente, come la stragrande dei politici europei (Draghi incluso), non si è ancora resa conto che la Russia è in guerra non solo contro l’Ucraina ma contro la Nato che oltre a consegnare armi di ogni genere all’esercito ucraino che sta combattendo contro l’esercito russo, collabora con lo stato maggiore ucraino, dato che l’apparato militare di Kiev è ormai “integrato” nel sistema di comando, controllo e comunicazioni della Nato.

In gioco quindi per Mosca non c’è soltanto la sicurezza del Donbass ma quella della Russia stessa, tanto più che il ministro della Difesa americano ha dichiarato che lo scopo della Nato è mettere la Russia nelle condizioni di non potere più rappresentare una minaccia per qualsiasi Stato. In altri termini è quello di infliggere una sconfitta alla Russia tale che non possa più muovere guerra a nessun Paese. E questo sarebbe possibile, ovviamente, solo se la Russia non esistesse più o non fosse più uno Stato in grado difendere la propria indipendenza e sovranità.

La guerra, anche mediatica ed economica, che l’Occidente a guida angloamericana di fatto sta combattendo contro la Russia quindi ha scopi ben diversi dalla necessità di garantire l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina, e conferma invece la “percezione della realtà” che hanno i russi (si badi, non solo quella di Putin), vale a dire che la Russia adesso è impegnata in una lotta per la vita o per la morte. Perciò Putin, sapendo di contare sul sostegno del popolo russo, che non ha certo dimenticato la Seconda guerra mondiale, al riguardo è stato chiarassimo: la Russia è disposta ad andare fino in fondo, costi quel che costi.

Non è dunque Putin ad essere prigioniero della propria propaganda come sostengono i media occidentali, ma sono i politici e i media occidentali che rischiano di essere prigionieri della propria propaganda. Manca cioè in Occidente la percezione del pericolo reale che si sta correndo e non si può ritenere che limitarsi ad affermare che si devono muovere mari e monti per aiutare la resistenza ucraina sia una strategia politica razionale, sempre che non si pensi che l’Ucraina possa resistere “da qui all’eternità”.

L’Ucraina e gli angloamericani vogliono cioè “vincere” la guerra contro la Russia. Ma che significa “sconfiggere la Russia”? I successi tattici degli ucraini possono anche essere notevoli ma non possono cambiare i reali rapporti di forza sotto il profilo strategico. O si può forse davvero credere che l’esercito ucraino riconquisti l’intero Donbass e pure la Crimea, e che quindi i russi si arrendano agli ucraini e accettino di subire una sconfitta disastrosa?

La Nato può prolungare questa guerra, ma non all’infinito, e più passa il tempo e peggio diventa la situazione non solo per l’Ucraina ma per l’intera Europa. Trattare del resto, non significa affatto arrendersi. E le condizioni per trattare ci sono, senza che vi sia bisogno di sacrificare “sull’altare” del realismo geopolitico l’indipendenza e la sovranità dell’Ucraina. Casomai, indipendentemente da quelle che possono essere le colpe della Russia, si tratta di non difendere il “narcisismo identitario” degli ucraini e di non condividere l’immagine fasulla della realtà diffusa dai media occidentali e dalla Nato ovvero dagli angloamericani che sembrano disposti a combattere contro la Russia fino all’ultimo ucraino e anche fino all’ultimo europeo.

 Washington e Londra stanno cioè giocando alla roulette russa anche con le nostre vite, perché ciò che preme davvero agli angloamericani - che di fatto hanno il controllo del regime ucraino, dato che ormai quest’ultimo dipende militarmente ed economicamente dagli aiuti occidentali - è non certo cercare una soluzione diplomatica di questo conflitto, bensì cercare di “dissanguare” la Russia,  anche a costo di rischiare una guerra nucleare, perché, se non lo si fosse ancora capito, è questo il rischio che si sta correndo. D’altronde, anche la geopolitica ha le sue leggi e solo il realismo geopolitico può evitare che la sua meccanica sia irreversibile.

lunedì 27 dicembre 2021

BREVE NOTA SULLA LOTTA PER L’EGEMONIA E LA “TEMPESTA PERFETTA”

Che l’attuale fase storica sia caratterizzata dal multipolarismo sotto il profilo geopolitico e dal declino relativo della potenza americana è difficile metterlo in dubbio, sebbene siano ancora gli Stati Uniti la maggiore potenza mondiale e il centro egemonico del capitalismo occidentale. Pertanto, secondo diversi analisti, l’attuale fase storica sarebbe in realtà una complessa fase di transizione, cosicché non è facile prevedere se si concluderà con la nascita di nuovo ordine mondiale non egemonizzato dagli Stati Uniti o se l'America riuscirà a conservare la direzione strategica del sistema internazionale sia sotto il l’aspetto geopolitico che sotto quello economico. Al riguardo pare comunque necessario tener presente che l’egemonia americana dalla Seconda guerra mondiale fino ad oggi si può distinguere in diverse fasi (ovviamente in questa sede è possibile solo delineare in modo assai sintetico i tratti essenziali di ciascuna di queste fasi).

La prima, che abbraccia un arco di tempo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni Settanta, è contraddistinta sia dalla netta supremazia economica americana garantita dagli accordi di Bretton Woods (estate 1944) sia dalla guerra fredda, ossia non solo dalla rivalità tra gli Usa e l’Unione Sovietica ma, in generale, dallo scontro tra capitalismo e comunismo, che interessa in pratica tutte le regioni del pianeta. Gli Usa quindi agiscono come gendarme dell’ordine capitalistico mondiale, benché la sfida comunista renda necessaria la mediazione politica (sia pure in forme diverse nei diversi Paesi occidentali) tra interessi del grande capitale e quelli delle classi sociali medie e subalterne.

In questa fase quindi è decisivo per gli Usa non solo avere il controllo geopolitico del continente americano (tutelando in specie gli interessi della borghesia compradora latino-americana), ma pure dell’Europa Occidentale e del Rimland, ossia della fascia costiera che dal Mediterraneo si estende fino all’Estremo Oriente, passando per il Medio Oriente e il Golfo Persico, ovverosia due aree geopolitiche di vitale importanza anche sotto il profilo (geo)economico per la presenza di numerosi giacimenti petroliferi, da cui dipende l’economia dell’Europa Occidentale.

Alla fine degli anni Sessanta però si moltiplicano i segni di una crisi dell’egemonia americana. Dopo lo scacco subito nella guerra di Corea, gli Usa non riescono ad evitare una umiliante sconfitta nella guerra del Vietnam, non certo per mancanza di mezzi ma per una insipienza politico-militare che pare dipendere da uno scarso “senso della storia” e da una sopravvalutazione della “potenza” della tecnologia (un conto è potere distruggere un Paese, un altro è acquisire il controllo del “territorio” di un Paese) e che in sostanza rende impossibile che non divergano scopo politico e obiettivo militare con conseguenze disastrose anche sul piano militare. La guerra del Vietnam, inoltre, provoca profonde lacerazioni nella società americana (specialmente nel mondo universitario) già scossa dal conflitto razziale e dalla lotta sempre più aspra all’interno della stessa élite dominante statunitense, anche per il ruolo politico dei principali media sempre più ostili all’impegno militare americano in Vietnam.

Per giunta, l’America deve fare fronte alla sfida con l’Unione Sovietica nel Medio Oriente, e a quella ancora più complessa della diffusione delle idee socialiste o marxiste sia nell’Europa occidentale che nel Terzo Mondo e nella stessa America Latina. In gioco vi sono quindi l’egemonia degli USA e la difesa degli interessi del grande capitale occidentale, anche perché lo sviluppo del Welfare State nell’Europa Occidentale minaccia di mutare i rapporti di forza a vantaggio del mondo del lavoro. Inquietante, del resto, per l’élite del potere statunitense è anche la crescita economica dei principali alleati europei, tanto che l’America registra pure un passivo della propria bilancia commerciale (un passivo che da allora sarà una costante dell’economia americana), sebbene negli anni del dopoguerra, anche grazie al surplus della propria bilancia commerciale, gli USA potessero permettersi di prestare ingenti capitali ai propri alleati, condizionandone quindi anche le scelte economiche oltre a quelle (geo)politiche. 

Ciò nonostante, gli Stati Uniti hanno ancora ottime carte da giocare, anzi ne hanno assai più del loro principale rivale, ossia l’Unione Sovietica che sembra ormai avere esaurito la spinta propulsiva che nei decenni precedenti l’aveva trasformata in una superpotenza. E gli Stati Uniti le sanno giocare con abilità. Difatti, non esitano a sganciare il dollaro dall’oro, ossia a mettere fine agli accordi di Bretton Woods, né a sfruttare l’ostilità tra la Cina e l’Unione Sovietica. Evitano pertanto che la sconfitta subita nella guerra del Vietnam assuma il significato di una sconfitta strategica e al tempo stesso possono trarre il massimo vantaggio, non solo sotto l’aspetto geopolitico ma anche sotto quello politico-culturale, dalle divisioni interne al mondo comunista, da cui, del resto, i vari partiti e movimenti di sinistra occidentali già prendono nettamente le distanze, considerando i sistemi comunisti o socialisti ormai peggiori del sistema liberal-capitalistico ovvero di quello che si definisce il “mondo libero”.

D’altronde il rapporto particolare che Washington ha con le élite latino-americane, ferocemente antisocialiste, permette agli Usa di sostenere una serie di “operazioni sporche” (di cui le più note forse sono il golpe di Pinochet in Cile e la famigerata Operazione Condor) per eliminare non solo politicamente ma anche fisicamente chiunque possa rappresentare un pericolo per gli interessi della borghesia compradora latino-americana o per quelli degli Stati Uniti. Peraltro, l’America può sfruttare perfino gli shock petroliferi causati dalla guerra del Kippur e dalla rivoluzione islamica in Iran, che acuiscono la crisi del Welfare State europeo, basato su politiche economiche neokeynesiane. L’America adesso può dunque ridefinire i rapporti con il Terzo Mondo e pure con l’Europa occidentale (stretta nella morsa della stagflazione ma anche sempre più attratta dall’“american way of life”, non certo dai “modelli culturali” del mondo comunista), mentre l’Unione Sovietica, oltre ad impegnarsi in un conflitto in Afghanistan che la indebolisce ulteriormente, non è più in grado di controllare le forze centrifughe e distruttive che minacciano il suo impero e si rivela capace solo di prolungare per qualche lustro la propria agonia. 

D’altronde, la rivoluzione industriale dell’elettronica e dell’informatica se da un lato consente agli Usa di riaffermare la propria supremazia in campo militare - vanificando così gli enormi e costosissimi sforzi compiuti dai sovietici per dotarsi di una apparato militare convenzionale in grado di competere con la macchina bellica americana -, dall’altro offre al grande capitale, i cui interessi possono essere tutelati in ogni parte del mondo soltanto dagli Usa, di mutare i rapporti di forza con il mondo del lavoro, in modo tale che il sistema politico e sociale occidentale ritorni ad essere a direzione capitalistica. Lo Stato, in Occidente, nel giro di pochi anni torna quindi ad essere lo strumento mediante il quale l’intera società è sottomessa agli interessi del grande capitale nazionale e soprattutto internazionale.

Alla fine del secolo scorso, mentre la Russia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica sprofonda in una spaventosa crisi economica, sociale e demografica, nulla dunque sembra più poter opporsi né al disegno di una supremazia totale dell’America né, di conseguenza, alla prepotenza del capitalismo predatore. Perfino il terrorismo islamista - che pure è stato favorito dagli Stati Uniti prima per logorare l’Unione Sovietica e poi per indebolire ulteriormente il gigante russo, perché non possa più tornare ad essere perlomeno una grande potenza eurasiatica sfruttando le enormi risorse naturali del suo immenso territorio – anche se può colpire direttamente l’America sembra offrire a Washington la possibilità di consolidare l’egemonia americana sull’intero pianeta. 

Al tempo stesso, la Nato, che di fatto prende ordini dagli americani, si espande verso Est e l’America, oltre a fare leva sulla nota russofobia di alcuni Paesi dell’Europa orientale e a sostenere (anche finanziariamente) la cosiddetta “rivoluzione” di piazza Maidan (in realtà un colpo di Stato) in Ucraina, si avvale di diverse “quinte colonne” filo-occidentali al fine di destabilizzare la Russia di Putin. Nondimeno, il “sogno americano” termina proprio quando sembra che stia per diventare realtà, ovverosia allorché sembra che la storia sia finita con il trionfo del capitalismo a stelle e strisce. La storia, infatti, non solo non è finita ma riserva all’élite dominante americana delle brutte soprese. 

Eppure all’inizio del terzo millennio le sfide che gli Usa devono affrontare non paiono particolarmente difficili. Se il Giappone si è già imbattuto nei suoi limiti, l’Unione Europea è solo una unione competitiva europea, i cui membri, a cominciare dal più importante, ossia la Germania, sono impegnati a difendere i propri interessi anche e soprattutto a scapito dei membri più deboli della Ue. In sostanza l’Ue è solo un nano geopolitico e un gigante economico dai piedi di argilla. 

Le altre due sfide sono quella del terrorismo islamista e quella rappresentata da una Cina che si è aperta al mercato. Ma come potrebbe una Cina ancora a guida comunista competere con gli Usa? La cosiddetta “globalizzazione” o l’internazionalizzazione del capitalismo anzi offre l’occasione di prendere due piccioni con una fava: da un lato le multinazionali hanno l’opportunità di trarre il massimo profitto dal basso costo del lavoro in Cina, dall’altro la creazione di una classe capitalistica cinese sembra la carta vincente di Washington, perché si ritiene inevitabile che i capitalisti cinesi si sbarazzeranno del partito comunista. Invece non solo la crescita economica e tecnologica della Cina si rivela essere incredibilmente rapida, tanto che il Paese diventa nel giro di pochi lustri la prima potenza industriale, ma il sistema politico cinese non muta, anzi si rafforza e la Cina dimostra di non avere alcuna intenzione di farsi inglobare nel sistema liberal-capitalistico a guida statunitense. 

Inoltre, la cosiddetta “guerra al terrore” voluta da Washington (quasi che il terrorismo fosse un nemico politico anziché un metodo, per quanto detestabile, di lotta politico-militare) anziché debellare il terrorismo islamista lo ha reso perfino più pericoloso, mentre ancora una volta l’insipienza e l’arroganza dell’élite del potere statunitense conducono ad altri due fallimenti politico-militari americani (in Iraq e in Afghanistan). Incapaci ancora una volta di far convergere scopo politico e obiettivo militare gli Usa evitano comunque una sconfitta strategica, solo grazie alla loro gigantesca macchina bellica, che però non è in grado di rimediare agli errori commessi nel tentativo (anch’esso fallito) di rovesciare il regime di Assad, che non solo ha complicato a dismisura lo scenario medio-orientale, ma ha dato modo alla Russia (che è pur sempre una superpotenza nucleare) di tornare ad essere un attore geopolitico di primaria importanza e ad alcune potenze regionali (in particolare l’Iran, la Turchia e l’Arabia Saudita) di giocare una partita geopolitica che vede l’America in seria difficoltà al punto da compromettere la sua alleanza con la Turchia e a non avere rapporti facili nemmeno con l’Arabia Saudita.

Anche questa volta però non si tratta solo di crisi geopolitica ma anche di crisi sociale ed economica, che riguarda tutto il mondo occidentale e in particolare la stessa società americana, in cui vecchi conflitti (come quello razziale) si sommano a nuovi conflitti generati da una crisi che penalizza non solo le classi sociali subalterne o gli afroamericani ma perfino il ceto medio bianco, aggravando così la tensione tra l’élite dominante e buona parte del popolo americano che considera Washington non tanto come la capitale della nazione americana quanto piuttosto come il “centro” di un potere malefico e “nemico” della stessa nazione americana.

Pare dunque lecito chiedersi se gli Usa anche questa volta siano in grado di superare l’attuale crisi di egemonia con una controffensiva politico-strategica “a tutto campo”, proprio come è avvenuto nella seconda metà del secolo scorso, benché naturalmente si debba tener conto anche delle notevoli differenze tra le due fasi storiche. Si tratta perciò di capire quali sono le carte che gli Usa possono giocare in questa fase storica, che non si può paragonare, se non per certi aspetti, a quella che esisteva mezzo secolo fa (basti pensare al fatto che attualmente gli Usa devono confrontarsi con l’ascesa di una grande potenza, ossia la Cina, mentre negli anni Settanta del secolo gli Usa dovevano competere con l’Unione Sovietica che era già una grande potenza in declino), anche perché non vi è in Occidente alcuna forza politica che voglia o sia davvero in grado di mettere in discussione l’attuale sistema liberal-capitalistico, benché quest’ultimo sia incapace di risolvere i problemi che esso stesso genera e possa quindi solo cercare di guadagnare o, meglio, “comprare” tempo. (Anche il/la Covid-19 ha messo in luce non solo l’inefficienza ma pure la “fragilità” del sistema liberal-capitalistico che, promuovendo un estremo individualismo e una concezione della libertà che in pratica non si riesce nemmeno più a distinguere dalla bramosia di possesso o dalla libertà di calpestare la libertà degli altri, ha distrutto quasi del tutto i legami comunitari e reso sempre più difficile perseguire un fine collettivo e la tutela del bene comune). 

Prima di tutto si deve osservare che gli Usa non possono più giocare la carta della rivalità tra Russia e Cina, e che la politica di Washington di questi ultimi anni ha perfino rafforzato i rapporti di amicizia tra questi due Paesi, al punto che ben difficilmente gli Usa possono rinunciare ad una politica ostile sia nei confronti della Russia che della Cina. La Cina, difatti, solo per la sua potenza economica e il suo “diverso” sistema politico costituisce una minaccia per gli interessi economici che Washington non può non difendere senza abdicare al proprio ruolo di gendarme del liberal-capitalismo, mentre una politica diversa nei confronti della Russia comprometterebbe il ruolo egemone degli Usa in Europa, dato che solo considerando la Russia una potenza ostile è giustificabile il rapporto di subordinazione dei Paesi europei nei confronti degli Stati Uniti. 

In definitiva, volente o nolente, l’America, se non è disposta a rinunciare al suo disegno di egemonia globale, non può che continuare ad essere ostile nei confronti della Russia e della Cina e strumentalizzare, con la complicità dei media occidentali, la delicata questione dei diritti umani. Accordi di vario genere (commerciali, militari, ecc.) con l’uno o l’altro di questi Paesi sono certo possibili, ma sempre in un contesto internazionale caratterizzato da forti tensioni con queste grandi potenze. Come se non bastasse, l’emergere di diversi attori geopolitici regionali complica enormemente le relazioni internazionali, sia perché può facilmente indebolire anche alleanze consolidate sia perché può moltiplicare le aree calde del pianeta e rendere perfino più “incandescenti” quelle già esistenti (si pensi, ad esempio, al Kashmir).

Gli Usa possono comunque sia cercare di riguadagnare le posizioni perdute nel Medio Oriente, anche perché contano sempre sull’alleanza con Israele che in quell’area geopolitica è ancora la potenza regionale più forte e più temibile (sebbene nel complesso scenario medio-orientale anche una grande potenza rischi di perdere più di quel che può guadagnare), sia contrastare la penetrazione commerciale della Cina in Africa (in particolare promuovendo colpi di Stato e conflitti etnici e favorendo la politica neocolonialista delle multinazionali). D’altra parte, gli Usa possono anche continuare a tenere sotto scacco l’America Latina (un compito però che non è così facile come nello scorso secolo, anche perché le condizioni per una nuova Operazione Condor non paiono esserci più). Tuttavia, dopo i fallimenti politico-militari di questi ultimi anni, per l’America non sarebbe facile intervenire militarmente per difendere degli interessi regionali senza rischiare di perdere nuovamente la faccia, e questo è già di per sé un grave limite sotto il profilo geopolitico. 

Le carte principali quindi che gli Usa possono giocare nella lotta per l’egemonia sembrano essere essenzialmente due: rafforzare l’alleanza strategica con i Paesi di lingua inglese e quelli europei (oltre che con il Giappone e la Corea del Nord) in funzione anti-russa e/o anti-cinese, e sfruttare la nuova rivoluzione tecnologica (digitale, green economy, biotecnologie ecc.) per dare nuovo slancio al capitalismo e consolidare il potere della classe capitalistica occidentale anche sul piano interazionale oltre che nei singoli Paesi occidentali o filo-occidentali. Nondimeno anche i rapporti con alcuni di questi Paesi (Germania inclusa) presentano non pochi problemi, dato che i loro interessi economici rischiano di essere in contrasto con gli interessi geopolitici dell’America. 

Invero il problema più difficile da risolvere per gli Usa è come conciliare una politica di potenza unilaterale con un mondo che di fatto è già multipolare. Certo l’America potrebbe pure fare qualche passo indietro e limitarsi ad una egemonia sul mondo di lingua inglese, accontentandosi di avere un’influenza significativa nel resto del mondo. Ma questo implicherebbe rinunciare ad essere il centro propulsivo del capitalismo predatore che non può esistere senza che vi sia un centro di potenza egemonico che ne tuteli gli interessi. L’élite dominante americana ovviamente ne è consapevole, e consapevoli ne sono anche le diverse classi capitalistiche dei Paesi occidentali, ragion per cui sono disposte a sostenere la politica di potenza americana anche allorché, nel breve termine, può essere in contrasto con i loro interessi. Ma nel lungo periodo una tale situazione non è sostenibile. 

In questo senso il multipolarismo è una sfida che né il capitalismo occidentale né l’America possono vincere se non accettando di rischiare uno scontro diretto con i due principali centri di potenza anti-egemonici (ossia la Cina e la Russia), puntando tutto sulla nuova rivoluzione tecnologica (anche per trasformare il sistema educativo in un sorta di fabbrica di “idioti” politicamente “innocui” e socialmente utili – alla classe capitalistica, s’intende), sulla capacità dei media mainstream di manipolare l’opinione pubblica occidentale, e soprattutto sulla incapacità della Russia e della Cina di fare “fronte comune” oppure sul crollo del sistema politico cinese. 

In questo caso però fallire non significherebbe subire le conseguenze di un’altra crisi geopolitica ed economica, ma scatenare una “tempesta perfetta” che travolgerebbe l’intera comunità internazionale. Certo, non si può nemmeno escludere che, per evitare questo rischio, si giunga a creare un diverso ordine mondiale, basato cioè su una effettiva cooperazione internazionale e su un sistema politico ed economico post-capitalista, ma si deve riconoscere che in una prospettiva realistica l’ottimismo della volontà non vale più del pessimismo della ragione.


mercoledì 20 ottobre 2021

COME FINIRÀ IL CAPITALISMO?

 Come afferma Carlo Formenti, in un lunga e densa  recensione del libro di Wolfgang Streeck “Come finirà il capitalismo?”,* “nemmeno la catena di fallimenti cui [il capitalismo] è andato incontro possono indurre il sistema [capitalistico] ad autoriformarsi e a cambiare rotta”, ragion per cui per cui, secondo Streeck, “si cercheranno modi sempre nuovi per sfruttare la natura, estendere e intensificare l’orario di lavoro e incoraggiare ciò che il gergo chiama ‘finanza creativa’, in uno sforzo disperato per mantenere alti i profitti”.

Molte, del resto, sono le sfide che il capitalismo non può risolvere, incluse quella di una crescita infinita in un mondo finito e di un multipolarismo che mette in discussione la presenza di un unico centro egemonico capitalistico. 

Di fatto, il sistema capitalistico o, meglio, liberal-capitalistico può solo cercare di guadagnare tempo, non potendo risolvere i problemi che esso stesso genera. Attualmente quindi non si è in presenza di una “normale crisi” dell’apparato capitalistico, che si possa cioè risolvere con una distruzione creatrice, come accaduto nel passato, tanto che pure con il cosiddetto “Great Reset”, in definitiva, si mira soprattutto a guadagnare tempo. La stessa pandemia, del resto, ha dimostrato quanto sia fragile e incoerente il sistema liberal-capitalistico.

Non stupisce allora che secondo Streeck “la fine del capitalismo [possa] essere immaginata come una morte sopraggiunta per innumerevoli ferite o per una molteplicità di infermità, ognuna delle quali sarà tanto più incurabile quanto più tutte richiederanno cure contemporaneamente”. Insomma, il sistema rischia di collassare in quanto non può gestire le sue contraddizioni interne.

Tuttavia, sebbene esistano le condizioni sociali, economiche e perfino ambientali per un “mutamento di sistema”, non pare esserci nessuna alternativa realistica al sistema capitalistico, che di conseguenza sempre più si configura come una gabbia di acciaio da cui non si può evadere o addirittura come una prigione senza muri da cui ben pochi prigionieri desiderano evadere. Mancano dunque le condizioni politico-culturali perché sia possibile un “mutamento di sistema.

Né è realistico immaginare che la classe capitalistica accetti di incastonare di nuovo il mercato in un ampio ventaglio di istituzioni politiche e culturali, ovverosia favorisca una politica che si opponga alla mercificazione di ogni ambito vitale di modo da allargare il più possibile la differenza tra società e modo di produzione (di merci e servizi).

A giudizio di Streeck, perciò, il declino del sistema liberal-capitalistico è inevitabile ma prima di esalare l’ultimo respiro il capitalismo “resterà sospeso nel limbo, morto o sul punto di morire per overdose di sé stesso, ma ancora molto presente, poiché nessuno avrà il potere di spostare il suo corpo in decomposizione dalla strada”. 

D'altronde, perfino la condizione di incertezza e precarietà prodotta dalle “forze di mercato” viene glorificata - in specie dalla middle class cosmopolita e dai media mainstream, il cui potere di manipolazione delle masse è ormai evidente a chiunque – come il trionfo della libertà individuale, e al tempo stesso rende sempre più difficile un’azione collettiva capace di contrastare con successo una politica che tutela soprattutto gli interessi del grande capitale e in particolare di quello finanziario.

Nota, comunque, Formenti che l’analisi di Streeck, sebbene abbia l'indubbio merito di non essere economicistica, pecca di “eurocentrismo”, in quanto non tiene conto di altre realtà, come il socialismo di mercato con caratteristiche cinesi o il socialismo dell’America Latina, che pure si differenziano nettamente dal sistema liberal-capitalistico occidentale. 

Nondimeno anche Formenti, che pure ritiene che sia senza fondamento la tesi del crollo del capitalismo sostenuta da Streeck, conclude affermando: “Il capitalismo continuerà a sopravvivere, cercando e trovando scappatoie, ancorché precarie e temporanee, finché non matureranno uno o più soggetti sociali e politici in grado di dargli il colpo di grazia. Se ciò non dovesse succedere in tempi relativamente brevi, non andremo incontro a nessun interregno, bensì alla peggior barbarie”

Difficile sì non condividere la conclusione di Formenti, ma la “questione cruciale”, sotto il profilo politico, non è appunto quella della mancanza di un soggetto politico in grado di rappresentare un’alternativa valida e realistica al sistema liberal-capitalistico? La diagnosi, benché corretta, non è la terapia. Ed è proprio quest’ultima che manca. In altri termini, manca una teoria politica (ma anche geopolitica!) della crisi del liberal-capitalismo capace di ridefinire la funzione politica dello Stato in un’ottica socialista. In questo senso l’alternativa socialismo o barbarie non designa altro che il problema da risolvere, non certo la sua soluzione, anche se si può concedere che avere compreso qual è la causa del male che si deve curare prova comunque che la "storia non è finita", vale a dire che non necessariamente ci si deve rassegnare al trionfo della barbarie.

*https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2021/10/il-capitalismo-sta-crollando-ma-ce-poco.html?fbclid=IwAR1dCjT7JaTgnK6ne77HWHH0BjGQCv5ULrPQYRlI_Y0NBXfeHlUjMLCB_R4

mercoledì 16 giugno 2021

POSTILLA A "GEO-POLITICAMENTE ABITA L’UOMO"*

 Molti anni fa, esattamente nel 1986 (in occasione di “Firenze capitale europea della cultura”), ebbi la possibilità di rivolgere alcune domande al filosofo Emmanuel Lévinas.

La prima domanda riguardava il problema del linguaggio e del logos in Derrida. Lévinas volle subito precisare che la sua concezione del logos era nettamente diversa da quella di Derrida. A tale proposito, egli affermò che riteneva invece che fosse possibile e necessaria una “transustanziazione del logos”. Assai diverso era , del resto,  anche il modo in cui Lévinas interpretava la filosofia di Husserl. (Si badi che Derrida, che pure conosceva assai bene il pensiero di Husserl, pare “cancellare” la differenza tra ritenzione e rammemorazione, che pure è essenziale nella filosofia di Husserl - si tratta, del resto, di una critica che diversi studiosi di Husserl hanno rivolto a Derrida; vedi, ad esempio, M. Ferraris, Introduzione a Derrida, Laterza, Roma- Bari 2005).

A Lévinas comunque interessava soprattutto la questione del Mitsein in Heidegger, giacché egli riteneva che proprio il modo in cui Heidegger aveva trattato la questione del Mitsein e in generale la questione dell’Altro fosse l’aspetto più “pericoloso” della filosofia di Heidegger. In Essere e tempo cioè, secondo Lévinas, non si trova alcun “autentico” riferimento all’“altro uomo” ma solo alla folla anonima ed eterodiretta, ossia solo ad un “uomo senza volto”, e la questione della “intersoggettività” è solo quella del Man, del Si “inautentico” (si dice, si fa, si pensa, ecc.).

In effetti, è difficile negare che questa “lacuna” non solo sia presente nel pensiero di Heidegger ma che possa spiegare, sia pure in parte, sia l’adesione di Heidegger al nazismo sia il suo sostanziale “silenzio” riguardo al rapporto tra l’Etica e il Politico anche dopo la Seconda guerra mondiale. 

Com’è noto, negli anni Trenta del secolo scorso Heidegger ebbe anche a polemizzare con Carl Schmitt per quanto concerne l’essenza del Politico. Per Heidegger la contrapposizione tra amico e nemico è sì importante ma non “essenziale” od “originaria”. Il Politico cioè deve essere compreso in primo luogo alla luce dell’appartenenza ad una comunità, appartenenza che sola permette di “riconoscere” l’altro come amico o come nemico. La strada che si deve percorrere allora è quella che dal problema del Politico “risale”, sulla base dell’etimologia greca, fino alla questione della polis. Scrive perciò Heidegger:

“Cosa significa polis? Status significa stato, status rei publicae = stato della cosa pubblica (nell’accezione moderna, comparsa per prima nell’italiano stato). Questo stato non ha assolutamente niente a che vedere con la polis. Polis non è nemmeno la comunità della politeia. Cosa sia polis lo apprendiamo già da Omero, Odissea, libro VI, verso 9 e sgg. ‘e di mura circondò la polis, fabbricò case, e fece templi ai numi e divise le terre’.

Polis è quindi il centro autentico dell’impero dell’esistenza. Questo centro è propriamente il tempio e il mercato, dove l’assemblea della politeia ha luogo. La polis è l’autentico e determinante centro storico di un popolo, di una razza, di un clan; ciò intorno al quale la vita si svolge; il centro al quale tutto si riferisce, la cui protezione come autoaffermazione è importante.

L’essenziale dell’esistenza è l’autoaffermazione. Muraglia, casa, terra, dei. E a partire da ciò che bisogna cogliere l’essenza del politico” (vedi E. Faye, Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, L’Asino d’Oro, Roma 2012, p. 238).

Il problema dell’altro quindi non è affatto ignorato, anzi concerne l’essenza stessa del Politico (del resto, già nel paragrafo 37 di Essere e tempo si può leggere: “Unter der Maske des Füreinander spielt ein Gegeneinander”, ossia “sotto la maschera dell’essere-l’uno-per-l’Altro, domina l’essere-l’uno-contro-l’Altro” – vedi M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976). Ciò che ora è essenziale però è l’appartenenza ad un popolo, ad un clan, ad una “razza” e soprattutto l’autoaffermazione di un popolo, di un clan, di una “razza”.

In altri termini, se nella nota frase di Terenzio homo sum humani nihil alienum puto lo “straniero” o l’“estraneo” (che tale può essere pure chi appartiene alla nostra comunità) è prima di tutto - ancor prima cioè che lo si possa ritenere amico o nemico - un “altro uomo”, ossia hospes non è necessariamente hostis (la radice di questi due termini, non a caso, è la medesima), nel pensiero di Heidegger l’abitare (politicamente) la terra sembra implicare l’identificazione di hospes e hostis, dato che lo “straniero” o l’“estraneo” è comunque un nemico, in quanto “indebolisce” o addirittura minaccia di annientare la radice terranea di un popolo, di un clan o di una “razza”. 

Si capisce allora anche l’antisemitismo cosiddetto “metafisico” di Heidegger (che è comunque una forma di antisemitismo, di cui, ovviamente, non vi può essere alcuna giustificazione), dato che ciò che il filosofo tedesco definisce come desertificazione sarebbe una “figura dell’ebraismo [...] sia perché il deserto è il luogo simbolo del popolo ebraico, sia perché la desertificazione è l’impossibilità di essere in rapporto con l’inizio, è quello sradicamento che, mentre rischia di diventare planetario, è in grado di ‘annientare l’indistruttibile’, di erodere e minare ciò da cui può sorgere la luce di un altro inizio” (vedi D. Di Cesare, Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri”, Bollati-Boringhieri, Torino 2014, p. 127).

Certo per Heidegger, e soprattutto per il cosiddetto “secondo Heidegger”, il problema fondamentale è l’oblio (dell’oblio) dell’Essere e il progressivo imporsi del pensiero calcolante, ovverosia l’assoggettamento della natura e dell’intera umanità ad una “logica di dominio”. Ancora prima dunque dell’abitare politicamente la terra, per Heidegger “rileva” la questione dell’abitare la terra. Occorrerebbe quindi pensare il Politico medesimo in una prospettiva non più condizionata dalla “logica di dominio” (e questo invece sarebbe stato il più grave errore del nazismo). 

Tuttavia, ciò che intende Heidegger per “dominazione” è sempre connesso con la questione del pensiero calcolante e dello sradicamento e quindi con il problema dell’Altro sotto il profilo sia politico che etico. Nondimeno, anche dopo la Seconda guerra mondiale il pensiero di Heidegger pare svilupparsi ancora secondo la “traiettoria” delineata nei suoi scritti degli anni Trenta e perfino nei suoi famigerati Quaderni neri, di modo che si potrebbe ritenere che egli si limiti ad una critica della “organizzazione totale del mondo”, dato che anche nei Quaderni neri si parla di Machenschaft, di “macchin(izz)azione” universale. 

D’altronde, nell’intervista rilasciata a “Der Spiegel” il 23 settembre 1967, ma pubblicata dopo la morte di Heidegger, il filosofo tedesco afferma: “Io non vedo la posizione dell’uomo nel mondo della tecnica planetaria come una sventura inestricabile e inevitabile, anzi: vedo proprio il compito del pensiero nel dare mano, nei propri limiti, affinché l’uomo riesca innanzitutto proprio a conquistare un rapporto sufficiente con la tecnica. Il nazionalsocialismo andava bensì in questa direzione; ma questa gente era troppo sprovveduta dal punto di vista del pensiero, per ottenere un effettivo esplicito rapporto con ciò che oggi accade e da tre secoli è in cammino” (vedi M. Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare, Guanda, Parma 1987, pp. 158-159).

Perché il nazismo andasse “in questa direzione” e che cosa effettivamente significhi “andare in questa direzione” Heidegger però non lo ha mai chiarito. Di per sé questo certamente non giustifica una interpretazione della filosofia di Heidegger come quella di Faye, ma è lecito chiedersi se l’adesione di Heidegger al nazismo non sia dipesa innanzi tutto proprio dal modo in cui il filosofo tedesco tratta la questione dell’oblio (dell’oblio) dell’Essere e forse pure da quel che egli scrive a proposito dell’Evento e di un “nuovo inizio”. 

Insomma, la statura intellettuale di Heidegger è “fuori discussione” (con buona pace di Faye e di coloro che condividono la sua interpretazione della filosofia di Heidegger), nonostante che il linguaggio dell’ultimo Heidegger - sempre più “allusivo” e “rarefatto” - non sia affatto facile da “decifrare”,** e nonostante la sua sostanziale “sfiducia” nella democrazia (infatti, anche nell’intervista rilasciata a “Der Spiegel” Heidegger afferma: “È per me oggi un problema decisivo come si possa attribuire un sistema politico – e quale – all’età della tecnica. A questa domanda non so dare alcuna risposta. Non sono convinto che sia la democrazia” (ivi, pp. 143-144). 

Nondimeno, non si dovrebbe neppure ignorare l'importanza del rapporto tra la filosofia di Heidegger e il nazismo se (e nella misura in cui) concerne l'essenza stessa del pensiero di Heidegger.  Vale a dire che, a giudizio di chi scrive, non si può ignorare la critica che Lévinas rivolge ad Heidegger, indipendentemente dal modo in cui il filosofo di Altrimenti che essere tratta la questione dell’Essere e dell’Altro. In definitiva, ammesso che la filosofia di Heidegger sia comunque una filosofia della prassi come afferma Vattimo (vedi G. Vattimo, Essere e dintorni, La nave di Teseo, Milano 2018) ci si dovrebbe chiedere se l'adesione (sia pure, per così dire, “critica”) di Heidegger al nazismo, anziché “un colossale autofraintendimento” (come sostiene Vattimo), sia stata, sia pure solo in un certo senso, una conseguenza, non facile da evitare, della “ontologia ermeneutica” del filosofo tedesco. 

*  Vedi F. Falchi, Geo-politicamente abita l’uomo, Anteo, Cavriago (RE) 2018.

** Si deve riconoscere che probabilmente ciò dipende dal tentativo di Heidegger di elaborare un pensiero diverso da quello della metafisica o dell'ontologia occidentale, ossia il particolare modo di esprimersi dell'“ultimo Heidegger” non è senza relazione con ciò che Heidegger definisce come poesia pensante (denkende Dichtung) e pensiero poetante (dichtendes Denken). Comunque sia, sebbene in Geo-politicamente abita l'uomo ci si chieda se si può davvero rinunciare del tutto all’ontologia dello Stagirita per la comprensione del mondo quotidiano, si dovrebbero tenere presenti anche altri modi di pensare (si veda, ad esempio, F. Jullien, Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti, Feltrinelli, Milano 2017).