domenica 22 luglio 2018

GEO-POLITICAMENTE ABITA L'UOMO

Geopolitica è una parola composta da “geo” (che significa terra) e politica. Vale a dire che il termine geopolitica denota in primo luogo il rapporto tra la politica e la terra. Un discorso metapolitico, ossia sul Politico, non può quindi non confrontarsi con la geofilosofia di Heidegger e la geopolitica di Schmitt, ma pure con la filosofia della prassi di Gramsci, l’ontologia “forte” di Severino e quella “debole” di Vattimo. Ed è proprio il comunismo ermeneutico difeso da Vattimo che si deve criticare, al fine di mostrare che, se “geo-politicamente abita l’uomo”, allora non solo è possibile ma anche necessario un socialismo comunitario nell’età della tecnica scatenata e del capitalismo scatenato.

Errata Corrige. A pag. 58 si legga : il Leviatano (il mostro marino) e Behemoth (il mostro terrestre). A pag. 150 si legga: e sembra che non sia altro. In bibliografia: Deridda = Derrida; ID., Heidegger: gli ebrei...= EAD., ecc.


www.anteoedizioni.eu/anteoedizioni/store-2/products/geo-politicamente-abita-luomo/

lunedì 25 giugno 2018

IL FALLIMENTO DELLA SINISTRA E LE DURE REPLICHE DELLA STORIA

Se la vittoria di Trump nel novembre 2016 ha segnato la crisi del capitalismo neoliberale deterritorializzato e deterritorializzante (con tutte le contraddizioni che ne conseguono) e l'inizio di un nuovo corso politico sul piano internazionale - sempre più caratterizzato dal ruolo di nuovi attori geopolitici, sia a livello globale che a livello regionale - , anche la vittoria dei populisti in Italia segna la fine di un ciclo storico cominciato con il crollo del Muro e l'implosione dell'Unione Sovietica e che in Italia si suole definire il periodo della II Repubblica..
Come sarà il nuovo corso storico non lo sa nessuno, ma è certo che non si potrà comprendere con categorie politiche obsolete. La sinistra europea si è autodistrutta non solo per il fatto di essersi trasformata nella guardia bianca dei "mercati", ma anche a causa del suo "ritardo intellettuale" e della convinzione che la politica fosse ormai solo pubblica amministrazione ossia un "affare" di competenza di tecnocrati.
E' proprio l'intellighenzia di sinistra che ha clamorosamente fallito in questi anni, dimostrandosi incapace di saper leggere correttamente la realtà, confondendo le parole con le cose e rifiutando di mettersi in discussione quando già era chiaro che la storia non era affatto finita.
Augurarsi che i populisti falliscano o addirittura definirli i nuovi fascisti , come se si fosse negli anni Trenta del secolo scorso e il fallimento dei populisti potesse cancellare la storia di questi anni , è la migliore conferma che la sinistra europea è ormai defunta, perlomeno sotto il profilo politico-culturale.
Questo non significa che il futuro sia ormai dei populisti (peraltro assai diversi tra di loro) ma che solo se si saprà (dis)torcere il populismo in senso socialista e comunitario, si potrà costruire una valida alternativa all'oligarchia neoliberale.
Pochi esponenti della sinistra, con antenne più sensibili di altri, lo hanno compreso ma sono stati subito accusati di essere "rossobruni" da parte di coloro che assomigliano a quegli ufficiali di cavalleria che erano convinti che nulla fosse cambiato, dato che la potenza dei motori si continuava a misurare in base al numero di cavalli.
Invero nulla sarà più come prima. E prima lo si capirà meglio sarà. Questo vale non solo per la sinistra ma per tutti coloro che scambiano le chimere per la realtà, ignorando le dure repliche della storia.

domenica 13 maggio 2018

"CAPORETTO. UNA LEGGENDA DA SFATARE E UNA LEZIONE DA IMPARARE

  1. E' disponibile su Academia.edu il mio articolo "Caporetto. Una leggenda da sfatare e una lezione da imparare", pubblicato sul n. di "Eurasia" 4/2017.
    https://independent.academia.edu/Ffalchi

venerdì 4 maggio 2018

LA SANTABARBARA MEDIORIENTALE


Lunedì scorso il premier israeliano ‎Benjamin Netanyahu ha rivelato in un discorso alla Nazione che i servizi di intelligence israeliani sono riusciti ad impadronirsi del dossier segreto relativo al programma nucleare iraniano e che una copia di questo dossier è stata consegnata agli americani. Si tratta di numerosi documenti che, a giudizio del premier israeliano, proverebbero che Teheran ha intenzione di dotarsi di armi atomiche, violando così palesemente il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015, ovvero il cosiddetto “accordo 5+1” (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania), in base a cui Teheran avrebbe dovuto sospendere il suo programma nucleare in cambio della cessazione delle sanzioni economiche imposte all’Iran proprio perché cessasse tale programma.

Com’era prevedibile le parole di Netanyahu hanno provocato una miriade di polemiche in tutto il mondo, tanto più che Trump aveva già dichiarato di voler “uscire” dall’intesa sul nucleare iraniano (il presidente degli Usa dovrebbe annunciare la sua decisione il prossimo 12 maggio). Del resto, si sa che quando si tratta di Israele gli animi si scaldano subito: vi è chi si schiera a priori a favore di Israele e chi si schiera a priori contro Israele. Ma questa volta la questione è troppo seria per lasciare la parola solo a chi fa il tifo per o contro Israele.

In primo luogo, si deve notare che secondo l’Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica) le dichiarazioni di Netanyahu non aggiungono nulla di nuovo a quanto già si sapeva nel 2015. Infatti, era noto che il programma nucleare dell’Iran aveva un duplice scopo, civile e militare, ma pure che questo programma, per quanto concerne la produzione di armi atomiche, dopo il 2003 era stato quasi del tutto "bloccato" e (di fatto) era cessato del tutto nel 2009. In effetti, se si riteneva che l’Iran non mirasse a dotarsi di armi atomiche (come invece Teheran ha sempre sostenuto) non vi sarebbe neppure stata la necessità di un’intesa sul nucleare iraniano. Intesa che l’Iran ha (nella sostanza) rispettato, come ha dichiarato lo stesso generale Gadi Eisenkot (Chief of General Staff of the Israel Defense Forces) solo qualche settimana prima delle “rivelazioni” di Netanyahu (1).

Nondimeno, si è pure osservato che Netanyahu ha evidenziato dei “punti nuovi” che meritano di essere analizzati e valutati seriamente, a cominciare dal fatto che secondo il premier israeliano l’Iran aveva in programma la costruzione di cinque bombe nucleari da quindici kilotoni ciascuna (“Bibi” ha pure indicato i siti in cui possono essere costruite) (2). Insomma, l’Iran avrebbe mentito spudoratamente riguardo agli scopi del suo programma nucleare. Ma questo (ammesso che sia vero) basta per “uscire” da un’intesa che comunque sta dando dei “buoni frutti” ovverosia “is working now” per usare le parole del capo di Stato maggiore israeliano?

Peraltro, vi è chi afferma che in ogni caso l’Iran farebbe bene a dotarsi di armi atomiche per la propria sicurezza, dato che Israele dispone di un vasto arsenale atomico, che comprende pure dei missili balistici a medio raggio (di preciso sui missili israeliani si sa poco, ma ad esempio le stime della gittata del Jericho III variano da 4.800 ad oltre 6.000 chilometri). Perciò alcuni ritengono che l’Iran, anche se potesse disporre di alcune armi atomiche, non rappresenterebbe una grave minaccia per Israele (che, secondo fonti attendibili, possiede circa 200 testate nucleari). Ma è ovvio che se l’Iran diventasse una potenza nucleare pure altri Paesi della regione (in specie la Turchia e l’Arabia Saudita) cercherebbero di dotarsi di armi atomiche, e una proliferazione nucleare in una regione instabile come il Medio Oriente avrebbe con ogni probabilità conseguenze catastrofiche.

A tale proposito si deve ricordare che gli Usa hanno ribadito che non ha senso chiedere ad Israele di rinunciare o ridurre il proprio arsenale atomico fin quando tutti gli altri Paesi della regione non riconosceranno in modo chiaro e netto il diritto all’esistenza di Israele. Ma si tratta di un punto di vista discutibile, in quanto l’ostilità nei confronti di Israele da parte di non pochi musulmani non giustifica il fatto che l’arsenale atomico di Israele (che non ha mai ammesso di possedere armi nucleari) non sia soggetto ad alcun controllo internazionale. Di conseguenza, il punto di vista degli americani pare portare acqua al mulino dei falchi iraniani. (Questi ultimi possono anche fare presente che l’Iran confina pure con il Pakistan, anch’esso una potenza nucleare e com’è noto, la maggioranza della popolazione pachistana è sunnita. Ma nel mondo musulmano conta soprattutto l’appartenenza al clan e comunque il “nemico tradizionale” del Pakistan è l’India, che è una potenza militare e nucleare decisamente maggiore del Pakistan).

D’altra parte, quel che più sembra preoccupare Israele è il programma missilistico iraniano, che secondo alcuni analisti occidentali dovrebbe essere preso in considerazione, per limitarlo il più possibile, se si vuole difendere “l’accordo 5+1” (una tesi sostenuta pure dal presidente francese). Teheran però considera il suo programma missilistico un affare interno dell’Iran e quindi “non negoziabile”. Ma il problema del nucleare iraniano è reso ancora più complicato dal cosiddetto “arco sciita”, che dall’Iran arriva fino al Libano passando per l’Iraq e la Siria - un Paese “lacerato” da sette anni di guerra (scatenata per rovesciare con la forza il regime di Assad) e in cui vi sono numerose basi iraniane che Israele ha più volte attaccato. L’ultimo di questi attacchi è avvenuto proprio poche ore prima del discorso di Netanyahu e avrebbe distrutto centinaia di missili (l’esplosione di un enorme deposito di armi e munizioni ha provocato perfino una scossa di terremoto di 2,6 gradi secondo la scala Richter). Invero, i vertici politico-militari israeliani non si sono neppure lasciati intimorire dalla presenza dei russi in Siria, il cui scudo difensivo pare proteggere le basi russe ma assai meno quelle siriane e iraniane. Anche per gli israeliani però il pericolo di uno scontro con i russi non si può sottovalutare, non tanto perché le forze russe che attualmente si trovano in Siria siano pericolose per Israele ma perché non è interesse di Israele confrontarsi direttamente con una grande potenza militare come la Russia, benché in passato si siano già registrati gravi incidenti tra i due Paesi (3).

Certo, si deve riconoscere che Mosca ha giocato bene le sue carte nella regione: Assad ora è saldamente in sella, gli islamisti sono stati sconfitti in gran parte della Siria e perfino i rapporti della Russia con Israele non sembrano “dei peggiori” (almeno per ora). Ma neppure Mosca può stabilizzare la situazione in tutto il Medio Oriente, portando ordine e pace. La potenza militare convenzionale della Russia nell’area mediterranea è, tutto sommato, di modeste proporzioni e di limitata capacità difensiva. In Siria, del resto, si continua a combattere e sono presenti, oltre ai soldati siriani e a diversi gruppi di terroristi islamisti (inclusi quelli appoggiati dai sauditi), soldati iraniani, le milizie di Hezbollah, militari russi, soldati turchi e combattenti curdi. E si deve pure tener conto degli interventi della coalizione a guida Usa e ovviamente di quelli di Israele. (In Occidente si è parlato pure del tentativo di Assad di coinvolgere i cinesi nella guerra che Damasco combatte contro gli islamisti dal 2011, ma la Cina agisce con prudenza e non pare interessata a gettare altra benzina sul fuoco).

In questo contesto “mandare all’aria” il Joint Comprehensive Plan of Action sarebbe dunque da irresponsabili e potrebbe fare esplodere quella gigantesca santabarbara che è diventato il Medio Oriente, sconvolgendo l’intera aerea mediterranea (e non solo). D’altronde, oltre alla crescente tensione tra Hezbollah (che possiede circa 100.000 missili e razzi) e Israele, pure la questione palestinese contribuisce ad infiammare gli animi, soprattutto a causa della politica di prepotenza di Israele che, anziché indebolire Hamas (come sarebbe necessario se si vuole davvero sostenere la causa palestinese), rischia di spingere tra le braccia degli islamisti anche la migliore gioventù palestinese. In definitiva, pur non negando l’importanza della questione del nucleare e dei missili iraniani, sono tutti i nodi del Medio Oriente che stanno venendo al pettine. Per evitare il peggio occorrerebbe che i principali attori geopolitici agissero in modo responsabile, lasciandosi condizionare il meno possibile dalle questioni di politica interna. Tuttavia, si deve anche prendere atto che sia l’arroganza di Netanyahu che il caos che regna alla Casa Bianca, nonché la russofobia che caratterizza lo “Stato profondo” americano, non promettono “nulla di buono”.



NOTE



1). Si veda Amos Harel, Israel's Double Front Against Iran: Military Strike in the Morning, Press Conference at Night, “Haaretz”, 01/05/2018.

2). Si veda, ad esempio, Yonah Jeremy Bob, What did the Mossad actually get from Iran?, “The Jerusalem Post”, 03/05/2018.

3) Si veda Isabella Ginor, Gideon Remez, The Soviet-Israeli War 1967-1973, Oxford University Press, Oxford, 2017.


lunedì 5 marzo 2018

LA VOCE DEL POPOLO


In un certo senso è lecito affermare che queste elezioni politiche sono state vinte dai populisti, benché sia indubbio che il populismo del M5S sia diverso da quella della Lega. Infatti, entrambi questi partiti vogliono rappresentare la “voce del popolo”, in particolare quella dei ceti medi subalterni e popolari, contro l’eurocrazia e la politica del PD e di FI. Una politica che ha danneggiato gravemente la base produttiva del Paese, calpestato i diritti sociali ed economici, fatto a pezzi lo Stato sociale, sventrato il sistema sanitario nazionale, gettato sul lastrico milioni di famiglie e trasformato il Mezzogiorno in un deserto e l’Italia nello zimbello d’Europa. Una politica che non ha saputo né voluto risolvere i problemi della disoccupazione, del precariato, dell’immigrazione, e che ha generato degrado sociale e culturale, insicurezza e miseria.

Pertanto, sono le ragioni del successo del M5S e di quello della Lega (successo minore ma non meno rilevante di quello dei pentastellati) che si devono prendere in considerazione, se si vuole capire perché i populisti siano stati premiati dagli elettori italiani. PD e FI sono considerati e in effetti sono  i principali responsabili della drammatica situazione in cui si trova il nostro Paese. Agli occhi del popolo sono solo dei centri di potere che alimentano corruzione e inefficienza, limitandosi ad eseguire le direttive degli eurocrati, che tutto possono rappresentare tranne gli interessi della stragrande maggioranza degli italiani.

Rilevanti quindi sono pure i motivi che hanno portato alla pesantissima sconfitta il PD e a quella non meno significativa del Cavaliere, l’ “uomo nuovo” della UE, che, dando per scontato che il tracollo del centrosinistra, doveva proseguire la politica del PD, sia pure su altri binari, e fermare la “marea populista”. Ragion per cui si è fatta in fretta e furia una nuova legge elettorale, il cui scopo principale era di impedire che il M5S vincesse le elezioni. Ma il Cavaliere questa volta ha fatto i conti senza l’oste, ossia il popolo italiano che ha premiato non solo il M5S ma pure il suo avversario nella coalizione di centrodestra, facendo così fallire il progetto del Cavaliere. Il M5S ha vinto comunque le lezioni anche se il centrodestra ha conquistato la maggioranza dei seggi, ma non quella assoluta. E con questi “numeri” perfino un governo tecnico sostenuto da PD e FI non è possibile.

Tuttavia, ben difficilmente il Presidente della Repubblica scioglierà le Camere con questa pessima legge elettorale e con la finanziaria ancora da approvare. Conoscendo la politica italiana ci si deve quindi preparare al peggio, ad assistere cioè a vergognosi e improvvisi “cambi di casacca” e  ad “inciuci” vari. Del resto, conquistare un tratto di trincea nemica non equivale a scardinare il sistema di difesa del nemico, che ha pure la possibilità di scatenare un’offensiva devastante non tanto contro il M5S o la Lega quanto piuttosto contro il popolo italiano. Non ci si deve dimenticare che il PD ha comunque potuto “piazzare”, anche grazie all’insipienza del Cavaliere (per il quale i “suoi affari” vengono prima di tutto e quindi sempre in tutte altre faccende affaccendato) le proprie “truppe” nelle istituzioni (italiane ed europee), nelle banche, nella pubblica amministrazione, nell’industria culturale, nelle università etc. Ma soprattutto i media sono pressoché tutti controllati dagli oligarchi neoliberali. In sostanza, tutti i centri di comando, controllo e comunicazione sono ancora saldamente nelle mani dei neoliberali. E ben difficilmente Di Maio e/o Salvini sono in grado di sferrare (ammesso e non concesso che lo vogliano) un attacco contro il cuore dell’oligarchia neoliberale.

Ciononostante, anche i media escono sconfitti da queste elezioni. In questi mesi, pur di coprire le vergogne del centrosinistra, hanno offerto un’immagine totalmente distorta della realtà del nostro Paese, inventandosi perfino il pericolo di un “nuovo fascismo”, come se le condizioni storiche attuali fossero identiche a quelle che esistevano in Europa tra le due guerre mondiali e come se non fosse il regime oligarchico neoliberale, sostenuto a spada tratta proprio dai media, il maggiore pericolo per la nostra democrazia, ormai, per così dire, ridotta “al lumicino”. Ma si può essere certi che adesso, nonostante che la percentuale di voti ottenuta dia neofascisti sia insignificante, i media cercheranno di demonizzare il populismo accusandolo di essere il “nuovo fascismo”. Ma nemmeno i media possono nascondere il fatto che ormai è sotto gli occhi di chiunque, vale a dire che la contrapposizione che conta non è più quella tra destra e sinistra, ma quella tra alto e basso o, se si preferisce, tra il Palazzo e il Popolo. Ovviamente non si tratta di fare l’apologia del populismo, i cui difetti sono noti: scarsa attenzione per le questioni politico-strategiche e i reali rapporti di forza che vigono tra i diversi Paesi, mancanza di quell’ordine mentale necessario per distinguere nettamente tra migranti e cause dell’immigrazione o tra una “equilibrata” difesa della sovranità nazionale e il nazionalismo, quasi che un Paese come l’Italia potesse da solo far fronte alle sfide della mondializzazione, e via dicendo.

Viene in mente al riguardo quel che afferma Hegel nel paragrafo 301 dei Lineamenti di filosofia del diritto, ossia che “‎popolo, in quanto con questa parola si designa una parte speciale dei componenti d’uno Stato, significa la parte che non sa quel che vuole”. Non basta cioè che il popolo esiga che siano puniti coloro che calpestano i suoi diritti ma occorre anche che vi sia una forza politica in grado di concepire le istituzioni che garantiscono a tutti quei “singoli” che formano il popolo ciò che il popolo ha diritto di esigere ma che è incapace di pensare “positivamente”. Sotto questo profilo, non pare allora ingiustificato affermare che sia la Lega che lo stesso M5S sono ancora lontani dall’aver compreso che sono le strategie neoliberiste e l’euro-atlantismo il vero “nemico” del popolo italiano.

Certo, questa volta il popolo italiano ha fatto sentire la sua voce forte e chiara. E ha chiesto che si “volti pagina”. Su questo non vi possono essere dubbi. Naturalmente, non sarà facile riuscirvi. Comunque sia, indipendentemente da quale sarà lo schieramento politico che governerà l’Italia nei prossimi mesi, il vero problema che oggi il Politico deve risolvere non è come agire per abbattere il Palazzo ma come conquistarlo per trasformarlo nel Palazzo del Popolo. In altri termini, la vera posta in gioco è il futuro della (nostra) democrazia.


giovedì 28 dicembre 2017

CONVERSAZIONE CON G. GERMINARIO SU COMUNITA', STATO E CONFLITTO.

"Un'ora buona" passata a discutere con Giuseppe Germinario di Stato, capitalismo, comunità, conflitti, strategie etc. Insomma, di geopolitica e (meta)politica.

http://italiaeilmondo.com/2017/12/28/comunita-stato-e-conflitto-conversazione-con-fabio-falchi/

lunedì 18 dicembre 2017

VITTORIO EMANUELE III E IL PASSATO CHE NON PASSA



Il ritorno in Italia delle spoglie di Vittorio Emanuele III ha scatenato polemiche roventi che sono una ulteriore conferma che nel nostro Paese non vi è (né con ogni probabilità vi potrà mai essere) una “memoria condivisa” né una “memoria accettata”, benché il nome di Vittorio Emanuele III sia inscindibilmente connesso con un’epoca che dovrebbe essere “consegnata” definitivamente alla storia. Invero, Vittorio Emanuele III fu il re che dopo Caporetto non “perse la testa” ma pure il re che poi “aprì le porte” al fascismo. Fu però soprattutto il re che l’8 settembre del 1943, facendo dipendere le sorti dell’Italia dalla “salvezza” della monarchia, di fatto “tradì” (pur non avendone l’intenzione) non certo i tedeschi ma il suo stesso Paese. Un comportamento che non lo si può davvero comprendere se si continua ad interpretare la storia secondo prospettive politiche e ideologiche sì diverse e perfino opposte, ma che condividono quello “spirito di fazione” che è segno di scarsa “intelligenza politica”, come il grande “Segretario della Repubblica fiorentina” ben sapeva, e che invece continua ad “avvelenare” la vita politica e sociale del nostro Paese.



*



Com’è noto, il 10 luglio del 1943 gli angloamericani invasero la Sicilia causando il crollo definitivo dell’esercito italiano, le cui migliori divisioni erano state distrutte in Russia e in Africa settentrionale. Lo Stato maggiore italiano allora fece pressioni su Mussolini perché facesse presente ai tedeschi che l’Italia non poteva più continuare a combattere contro gli angloamericani. Ma il duce nell’incontro che ebbe con Hitler a Feltre il 18 luglio evitò di affrontare la questione dell’uscita dell’Italia dalla guerra, come invece la disastrosa situazione militare del Paese imponeva. Mussolini era consapevole, del resto, che il regime fascista non poteva non crollare senza l’aiuto tedesco. Fu allora chiaro ai vertici militari italiani e allo stesso re che se si voleva salvare l’Italia, occorreva mettere fine sia al regime fascista che alla alleanza con i tedeschi, ai quali degli italiani non importava nulla dato che da tempo “vedevano” l’Italia solo in funzione della sicurezza del III Reich. Fondamentale per Berlino era che l’aviazione angloamericana non potesse usare gli aeroporti della penisola italiana nella campagna aerea contro la Germania, che proprio allora stava per entrare in una fase decisiva. Difatti, i tedeschi nel maggio del 1943 avevano già preparato un piano, denominato “Alarico”, che prevedeva l’occupazione dell’Italia settentrionale, nel caso di un “voltafaccia” degli Italiani (ad agosto il piano venne denominato “Asse” e prevedeva l’occupazione della penisola italiana).



D’altronde, per la stragrande maggioranza degli italiani era ormai palese che il fascismo aveva condotto il Paese alla rovina e che i tedeschi di fatto non erano più degli alleati ma degli “occupanti”. Si giunse così alla caduta del regime e all’arresto di Mussolini (il partito fascista si squagliò come neve al sole, tanto che nessun italiano pareva essere mai stato fascista). Il maresciallo Badoglio fu nominato presidente del Consiglio, mentre si iniziarono delle complesse trattative con gli angloamericani, che ovviamente non è possibile prendere in esame in questa sede, ma che per il modo in cui vennero condotte rimangono - come ha ben chiarito Elena Aga Rossi nel suo celebre libro Una nazione allo sbando (Il Mulino, Bologna 2006) che è la migliore ricostruzione degli eventi che portarono al crollo dello Stato l'8 settembre 1943 - tra le pagine più vergognose della storia del nostro Paese, benché si debba pure riconoscere che la richiesta da parte degli angloamericani di una resa incondizionata non agevolasse il già difficile compito degli italiani.



Ma anche tenendo conto di queste difficoltà, nonché del comportamento tutt’altro che “limpido” degli angloamericani nel corso delle trattative per giungere all’armistizio che fu firmato a Cassibile (il 3 settembre ma venne reso noto solo cinque giorni dopo) è indubbio che l’8 settembre la classe dirigente italiana pensò prima di tutto a salvare sé stessa anziché l’Italia. Eppure, nella zona di Roma si era concentrato il fior fiore dell’esercito italiano, ossia c'erano circa 120.000 uomini in grado di combattere, con 120 carri e 257 semoventi efficienti, cui si sarebbero dovuti aggiungere i paracadutisti della 82ª divisione aviotrasportata statunitense, con 100 cannoni controcarro e 16 carri (questa operazione fu però annullata dal Comando americano allorché fu informato che gli italiani non erano in grado di proteggere gli aeroporti presso Roma), mentre vi erano solo circa 25.000 soldati tedeschi, con 95 carri e 54 semoventi. Per di più l’esercito tedesco doveva disarmare l’intero esercito italiano e al tempo stesso combattere contro gli angloamericani, che il 9 settembre sbarcarono a Salerno (per le forze italiane e tedesche presenti nella zona di Roma, nonché sul previsto impiego dei paracadutisti americani, vedi Francesco Mattesini, 8 settembre. Il dramma della flotta italiana, “Società di storia militare”, 13/9/2007).



In sostanza, è ovvio che il Comando supremo italiano dovesse dare ordini precisi ed inequivocabili alle forze armate italiane e dirigere la difesa di Roma. Invece con il re e Badoglio (colto di sorpresa, dato che pensava che l’armistizio sarebbe entrato in vigore il 12 settembre) se la svignò pure il Comando supremo, venendo così meno quella continuità dello Stato che la fuga del re a Brindisi doveva assicurare. Nondimeno, alcuni storici sostengono che si trattò di “trasferimento” non di fuga, termine quest’ultimo che secondo loro userebbero solo i fascisti (in realtà, come chiunque dovrebbe sapere, i fascisti accusano il re e Badoglio non perché fuggirono a Brindisi ma perché, a loro avviso, avrebbero tradito i tedeschi). Insomma, “fascisti” sarebbero pure storici e studiosi angloamericani nonché coloro che si ostinano a chiamare le “cose” con il loro nome. Gli è che in Italia ha prevalso l’antifascismo dei cialtroni e dei furbi, ossia quell’antifascismo dell’8 settembre e che è “figlio della stessa madre” del fascismo, non certo l’antifascismo serio e intelligente di un Mario Bergamo, di chi cioè non ha bisogno di giustificare l’ingiustificabile allo scopo di difendere i propri privilegi e di nascondere le “vergogne” di una classe dirigente che ha portato di nuovo il Paese sull’orlo dello sfacelo.



*



Naturalmente non si può affermare che fu solo Vittorio Emanuele III responsabile di quello che allora accadde, ma il re, in qualità di Comandante supremo delle forze armate italiane, poteva sì mettersi in salvo, ma avrebbe comunque avuto il dovere di fare tutto quel che era necessario fare per la difesa del Paese. Invece si è perfino ipotizzato che vi fosse un accordo tra il feldmaresciallo Kesserling (che allora comandava le forze tedesche nell'Italia centro-meridionale, mentre  nell'Italia centro-settentrionale vi era il gruppo di armate B del feldmaresciallo Rommel; il confine tra i due Comandi era la linea "Pisa-Arezzo-Ancona") e il Comando italiano, di modo che Vittorio Emanuele III insieme con Badoglio potesse mettersi in salvo, senza che l’esercito italiano opponesse resistenza alle truppe tedesche. Si tratta di un’ipotesi presa in considerazione dalla stessa Aga Rossi e che spiegherebbe alcuni fatti altrimenti incomprensibili, tra cui il ritiro del corpo motocorazzato del generale Carboni verso Tivoli. Probabilmente, se accordo ci fu, si trattò solo di un accordo “tacito” dato che, se l’accordo non fosse stato tale, troppi militari, italiani e tedeschi, ne avrebbero dovuto essere informati. In ogni caso, la flotta italiana, bene o male, riuscì a trasferirsi a Malta, ma per la maggior parte dei soldati italiani l’8 settembre 1943 fu l’inizio di un dramma che avrebbe poi coinvolto l’intero Paese. Ad esempio, solo nei Balcani vi erano oltre 600.000 soldati italiani che dovettero decidere da soli che fare. Molti si arresero ai tedeschi, alcuni si unirono a questi ultimi, altri però decisero di combattere contro i tedeschi. Particolarmente significative sono le vicende della divisione Acqui (stanziata a Cefalonia e Corfù) che cercò di resistere ai tedeschi ma, non ricevendo alcun aiuto dagli angloamericani, fu costretta alla resa dopo breve ma aspra lotta (in specie a Corfù). In Iugoslavia invece le truppe italiane riuscirono a costituire la divisione Garibaldi che combatté, in condizioni terribili, sino alla fine della guerra, da non confondere con il battaglione Garibaldi (inquadrato poi con il Matteotti nella brigata d'assalto Italia) che avrebbe partecipato alla liberazione di Belgrado, meritandosi gli elogi degli iugoslavi (sulle vicende dei soldati italiani nei Balcani durante la IIGM si veda l'eccellente opera di  E. Aga Rossi, M. T. Giusti, Una guerra a parte, Il Mulino, Bologna 2011).



Sembra lecito quindi ritenere che pure la difesa di Roma non fosse destinata a fallire tragicamente. Comunque sia, a prescindere dalla questione se la difesa di Roma potesse avere successo a causa della grave “demoralizzazione” delle forze armate italiane, una resistenza ben “organizzata” contro i tedeschi a Roma era non solo possibile ma necessaria. Avrebbe evitato forse perfino la stessa guerra civile ma soprattutto avrebbe posto le “premesse” per un rapporto su basi pressoché paritarie con gli angloamericani nel dopoguerra. Questi ultimi invece, dopo il disastro dell’8 settembre, preferirono impiegare un Corpo di spedizione francese (che si batté bene ma si sarebbe reso pure responsabile delle tristemente note “marocchinate”), piuttosto che dar vita, sin dalla fine del 1943, ad un forte “Corpo di liberazione” italiano, affinché contribuisse alla sconfitta delle armate tedesche in Italia (i soldati italiani furono impiegati soprattutto come "lavoratori" e solo nel 1945 furono costituiti dei gruppi di combattimento italiani, equivalenti ciascuno ad una piccola divisione). D’altro canto, nemmeno la guerra partigiana mutò i “rapporti di forza” a favore dell’Italia, che invece dopo la fine della guerra sarebbe stata trattata (nella Conferenza di Parigi) come un Paese sconfitto.



*



La monarchia italiana dunque “si smarcò” dal fascismo solo quando le sorti della guerra volsero al peggio. Non si oppose al fascismo né in occasione della guerra di Etiopia, né a causa delle leggi razziali, né allorché l’Italia entrò in guerra al fianco del III Reich, né quando finì la cosiddetta “guerra parallela” (nella primavera del 1941), che vide l’Italia diventare una sorta di “protettorato militare” del III Reich, né ebbe nulla da obiettare contro la guerra all'Unione Sovietica o alla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. E quando, nell’estate del 1943, si trattò di “afferrare il toro per le corna” antepose il proprio “interesse particolare” a quello dell’intera nazione. Tuttavia, non solo le conseguenze di tale comportamento furono disastrose per l’Italia durante la guerra ma il costo di quella “tragica storia” il nostro Paese non ha ancora finito di pagarlo. E la questione che conta è proprio questa, assai più del giudizio che si può avere riguardo al rapporto tra la monarchia e il fascismo.  Il re Vittorio Emanuele III può quindi pure “riposare in pace” in terra d’Italia, perché ben altri sono oggi i problemi che deve risolvere il nostro Paese.



In definitiva, gli italiani nella Seconda guerra mondiale dovettero “pagare” sia le scelte errate compiute durante il fascismo che il comportamento vile e irresponsabile dei vertici politici e militari, così come oggi “pagano” la scelte “antinazionali” della propria classe dirigente, il che però probabilmente non accadrebbe se a Roma nel settembre del 1943 le cose fossero andate diversamente. In questa prospettiva, la storia come “memoria accettata” non significa dunque dimenticare bensì ricordare sine ira et studio, pur sapendo che la storia, in un certo senso, è sempre “storia contemporanea”.




*