giovedì 1 agosto 2019

UNA PRECISAZIONE


Avere scritto due articoli su Evola (pubblicati sul sito della Fondazione Julius Evola), peraltro scritti per un "uditorio" che era composto da giovani che volevano "smarcarsi" da una certa "destra", ma erano interessati a comprendere il pensiero di Evola, non ha nulla a che fare con la cosiddetta "Tradizione", ma solo con la necessità di conoscere e capire (non  a caso su Evola hanno scritto anche Franco Volpi, Massimo Donà, Marguerite Yorcenar, ecc.). Certo oggi li scriverei diversamente, anche perché le mie idee erano e sono assai diverse da quelle di Evola, anzi, per quanto concerne aspetti essenziali sia sotto il profilo filosofico che sotto quello storico e (meta)politico, sono perfino opposte a quelle di Evola (per non parlare di Guénon).
Del resto, basta leggere attentamente anche solo questi due articoli per capirlo. In sostanza (ma il discorso dovrebbe essere assai più articolato di una semplice precisazione) la cosiddetta "Tradizione" non è altro che un rovesciamento dell'idea del Progresso (con la P) che, mediante una paradossale interpretazione letterale del Mito, porta ad ignorare non solo la "serietà" della storia ma che anche la modernità è "conflitto". In definitiva, ben poco si comprende del Politico se non si tiene conto del processo di civilizzazione e dell'aspirazione dell'uomo a liberarsi dalla sopraffazione, dato che i membri di una comunità, in quanto tali, sono “pari” (anche se non pochi individui non sono affatto degni di fare parte di una comunità, perché vi sono non solo dei diritti da difendere ma anche dei doveri da compiere).
 Comunque sia, quando si giudica un autore si deve  leggere tutto quel che ha scritto, senza citare alcune frasi che fuori dal contesto possono assumere un significato del tutto diverso da quello espresso da chi le ha scritte

mercoledì 5 giugno 2019

"LE GUERRE D'ISRAELE E IL NOMOS DELLA TERRA"




INDICE del libro "LE GUERRE D'ISRAELE E IL NOMOS DELLA TERRA" . Il libro per ora si può acquistare solo su LULU http://www.lulu.com/shop/fabio-falchi/le-guerre-disraele-e-il-nomos-della-terra/paperback/product-24133717.html

PREMESSA
Capitolo I
LO YISHUV
Capitolo II
LO YISHUV IN GUERRA
Capitolo III
LA GUERRA DEL 1948
Capitolo IV
DAL 1948 ALLA GUERRA DEL SINAI
Capitolo V
LA GUERRA DEI SEI GIORNI
Capitolo VI
LA GUERRA D’ATTRITO
Capitolo VII
LA GUERRA DEL KIPPUR
Capitolo VIII
IL CONFLITTO CON I PALESTINESI
Capitolo IX
LA GUERRA DEL LIBANO
Capitolo X
L’INTIFADA E LA “PACE FALLITA”
Capitolo XI
GUERRA E TERRORE
Capitolo XII
NON C’È PACE TRA GLI ULIVI
EPILOGO
BIBLIOGRAFIA
CARTINE


martedì 12 febbraio 2019

SOVRANISMO EUROPEISTA O "INTER-NAZIONALISMO" EUROPEO? UNA BREVE REPLICA A FRANCO CARDINI


 “Per un sovranismo europeista”* di Franco Cardini (uno degli intellettuali italiani più lucidi e capaci)  è certo un articolo che merita di essere letto, giacché, oltre ad evidenziare i gravi limiti di un “sovranismo” che rischia di configurarsi come una forma di nazionalismo “incapacitante” nell’attuale fase multipolare**, offre l’occasione per una riflessione critica sulla questione della costruzione di un autentico polo geopolitico europeo. Infatti, pure a Cardini si possono - e si devono - rivolgere diverse critiche. Vediamone brevemente alcune.

1) Cardini (ma non è il solo) pare non tener conto che civiltà e cultura si collocano su un piano distinto (benché non irrelato) da quello geopolitico. Ad esempio, la civiltà e la cultura greca erano imperniate sulle poleis che continuarono a farsi la guerra pure dopo la guerra del Peloponneso, finché le poleis dovettero riconoscere la supremazia del regno macedone.
Insomma, civiltà e cultura (europea) non bastano per dar vita ad un soggetto geopolitico (europeo).

2) Cardini difende un sovranismo europeo, ma nulla dice del debito sovrano dei singoli Stati europei. Dovrebbe allora esserci un unico debito pubblico europeo? E la Germania che non ha voluto nemmeno gli eurobond accetterebbe? Quello che le banche tedesche e francesi hanno fatto alla Grecia non ha nulla da insegnare? Inoltre, è davvero possibile che un generale greco o italiano possa comandare la difesa europea, inclusa la force de frappe? E quale dovrebbe essere la politica estera dell'Europa? In altri termini chi deciderebbe? La Germania vuole un seggio all'Onu (e non ne vuole sapere di un seggio europeo) e la Francia non è certo disposta a rinunciare al suo. Come la mettiamo allora con il sovranismo europeo?
3) Cardini da un lato sostiene che l'Europa dovrebbe smarcarsi dai potentati economici e finanziari, che ritiene dei poteri "transnazionali", dall'altro però pensa che per riuscirvi l'Europa si dovrebbe sganciare dall'America, ossia da uno Stato nazionale. La contraddizione è palese, perché in pratica questo equivale a riconoscere che i potentati economici e finanziari sono e non sono "transnazionali" in quanto di necessità "agganciati" a precisi centri di potenza (geo)politici, ossia in quanto non possono non agire in sinergia con uno Stato nazionale egemone o con più Stati nazionali (anti-egemonici o sub-dominanti), che del resto sono ancora i principali attori geopolitici sulla scacchiera globale. Difatti, solo gli Stati possiedono i mezzi di coercizione (satelliti, missili, aerei, navi da guerra, forze corazzate, servizi, polizia, tribunali, prigioni, ecc.) per "regolare" i rapporti internazionali. D'altronde, è forse possibile spiegare la guerra in Siria o il conflitto israelo-palestinese o lo scontro tra Israele e l'Iran o la questione dell'Ucraina o la guerra dell'Arabia Saudita nello Yemen o il terrorismo islamista e via dicendo "solo" con il potere della finanza o la geoeconomia? Ovviamente no. Qualunque riflessione sulla questione di uno spazio geopolitico europeo e della "sovranità nazionale" quindi dovrebbe perlomeno tener presente che per comprendere la realtà geopolitica occorrono non solo categorie economiche o "ideologiche" ma anche e soprattutto categorie politico-strategiche.

D'altronde è noto che terminata la Seconda guerra mondale gli americani erano disposti ad appoggiare i vari movimenti nazionalisti del Terzo Mondo. Tuttavia dovettero riconoscere che pure i comunisti erano nazionalisti. Come allora giustificare la lotta contro il comunismo? Il problema lo risolsero sostenendo che i comunisti non erano veri nazionalisti.
In realtà, era vero l'opposto. Ho Chi Minh, ad esempio, era comunista ma pure nazionalista dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli, per così dire. Il fatto che i vietnamiti comunisti fossero nazionalisti  rappresentava la regola non l'eccezione per quanto concerne le varie lotte di liberazione dopo la Seconda guerra mondiale.
In questa prospettiva, si dovrebbe allora comprendere che oggi più che di un sovranismo europeista vi sarebbe bisogno di una lotta di liberazione nazionale dei popoli europei, ossia di una "Internazionale" dei popoli europei. In definitiva oggi essere "inter-nazionalisti" significa sia difendere il "senso di appartenenza" che opporsi al capitalismo predatore neoliberale ovvero opporsi tanto all'euro-atlantismo (mascherato da europeismo) degli eurocrati quanto all'imperialismo neoatlantista di Trump e Bannon.
*Vedi https://www.vision-gt.eu/platform-europe/per-un-sovranismo-europeista/?fbclid=IwAR3IuoODDScZH4zjsiWOZQ_P-Z5TEQBngxxQvY9hW4-rkPDEmVocx2lQD6g
** Tuttavia, si deve distinguere tra diverse forme di nazionalismo. Un conto è lo sciovinismo, che genera intolleranza e xenofobia, un altro il patriottismo, ovverosia la difesa del "senso di appartenenza" ad una terra, ad una cultura, ad un popolo. In quest'ultimo caso non si può certo parlare di nazionalismo ottuso, basti pensare alle lotte di liberazione nazionale.

sabato 2 febbraio 2019

LE SFIDE DEL MULTIPOLARISMO


Non è certo una novità che in America vi sia un durissimo scontro ai vertici del potere pubblico soprattutto riguardo alla strategia che la grande potenza d'oltreoceano dovrebbe adottare per far fronte alle sfide del multipolarismo. Nondimeno, in Italia si contano sulla punta delle dita gli “studiosi” di geopolitica che prendono seriamente in considerazione questo scontro nelle loro analisi, tanto che vi è che ritiene che sia solo una messinscena (una sorta di diabolica arma di distrazione di massa inventata dai sionisti!) e che quindi Trump non sia altro che il portavoce del Deep State.
Ha comunque ragione chi afferma che gli Usa non sono più in grado di difendere tutte le loro posizioni sulla scacchiera globale e che in quest’ottica si deve interpretare il ritiro degli Usa sia dalla Siria che dall’Afghanistan (ritiro che, peraltro, oltre a non essere ancora chiaro quando e come avverrà, non equivale affatto ad abbandonare del tutto la regione mediorientale). Il problema è pertanto capire quali siano le principali posizioni che gli Usa intendono difendere.
Ma è proprio su questo argomento che lo scontro in America è asperrimo. Basta confrontare le posizioni di Stephen Walt o John Mearsheimer con quelle di Robert Kagan per rendersene conto. Si tratta cioè di posizioni opposte, che riflettono una “spaccatura” all’interno dello stesso Deep State, benché quest’ultimo sia in buona misura schierato dalla parte di Kagan e quindi dalla parte di coloro che sono ostili a Trump. Infatti, mentre per Walt e Mearsheimer l'America dovrebbe ridurre i suoi impegni all’estero, in particolare in Europa, e rafforzare il suo potere aereonavale per difendere i propri interessi, per la maggior parte degli analisti del Deep State (ossia “legati” al gigantesco complesso politico-economico-militare degli Usa) il nemico numero uno dell’America è sempre la Russia (ma anche la Cina viene ormai considerata una potenza “non benigna”) e quindi i rapporti con gli alleati europei dovrebbero essere non indeboliti bensì rafforzati. Ragion per cui la politica di Trump, nonostante le sue contradizioni, nella misura in cui è più atlantista (ossia si ispira all’imperativo strategico “make America great again”) che euro-atlantista, è ritenuta dalla maggior parte degli analisti americani una “follia geopolitica”.
Comunque sia, ora gli Usa sono impegnati soprattutto su tre fronti: Venezuela, Iran e Russia. Riguardo al Venezuela Trump gioca facile dato che può contare sia sul sostegno del Deep State che su quello di buona parte dei Paesi europei. (Tuttavia, l’Europa ha mostrato ancora una volta di essere solo una sorta di tecnostruttura funzionale agli interessi di alcuni Paesi europei. Certo, il parlamento europeo ha riconosciuto Guaidó come presidente ad interim del Venezuela e l’Ue ha creato pure un “gruppo di contatto” per risolvere la crisi del Venezuela - ma sembra che l’Ue si sia dovuta a limitare a questa mossa diplomatica nei confronti del Paese sudamericano, solo grazie al rifiuto del governo italiano di sostenere Guaidó contro Maduro. Nondimeno la Germania, la Spagna e la Francia avevano già deciso di riconoscere come presidente ad interim del Venezuela Guaidó, nel caso che Maduro non si fosse dimesso entro otto giorni. Un ultimatum che favorisce, anziché una soluzione pacifica della gravissima situazione che si è venuta a creare nel Paese sudamericano non certo solo per colpa di Maduro, chi è invece disposto a scatenare una guerra civile in Venezuela pur di abbattere il governo di Maduro).
Diverso il caso dell’Iran. Il ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano è considerato dalla maggior parte dello stesso Deep State dannoso per l’America, sia perché rende ancora più  difficile stabilizzare la regione medio-orientale a vantaggio degli Usa (che invece dovrebbero concentrarsi su altri fronti, senza complicare ulteriormente il quadro geopolitico di quella regione), sia perché rafforza i rapporti dell’Iran con la Russia e la Cina  (mentre l’America dovrebbe far leva sulle “colombe” iraniane per poter trasformare l’Iran in un attore geopolitico non più ostile per principio agli Usa), sia perché rende ancora più difficili i rapporti tra l’America e i Paesi europei (ritenuti di decisiva importanza per quanto concerne la partita geopolitica che gli Usa devono giocare contro la Russia), tanto che la Germania, la Francia e la Gran Bretagna hanno già dichiarato che aggireranno le sanzioni imposte dalla Casa Bianca all’Iran (chiaramente non perché siano interessate alla pace nel Medio Oriente, ma per difendere i loro interessi; in ogni caso, si tratta di una decisone che, sebbene sotto il profilo geopolitico sia condivisibile, conferma che ciascun Paese europeo agisce badando unicamente ai propri interessi).
È indubbio però che sotto il profilo strategico il rapporto tra l’America e la Russia sia di gran lunga il più rilevante. Ma Trump, che pure pareva disposto a cercare di instaurare delle relazioni con la Russia di Putin basate sulla fiducia reciproca, anche per ragioni di politica interna si è sempre più allineato (o, forse, si è dovuto allineare) sulle posizioni dei falchi “russofobi” del Deep State, al punto che adesso ha dichiarato di essere pronto ad “uscire” dall’accordo con la Russia sugli armamenti nucleari a medio raggio - ossia il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty). E questo proprio allorché nel mondo vi è una nuova corsa al riarmo (benché in Europa ben pochi se ne siano accorti), anche per lo sviluppo di nuovi potenti e sofisticati sistemi d’arma, come i missili ipersonici che possono essere sia convenzionali che nucleari (ma se, ad esempio, vengono lanciati da un sottomarino, non è neppure possibile stabilire se siano convenzionali o no). Naturalmente vi è sempre la possibilità di arrivare ad un nuovo accordo, ma se gli Usa dovessero schierare dei missili nucleari a medio raggio in Europa, inevitabile sarebbe la “contromossa” della Russia. E l’Europa tornerebbe a correre il rischio di diventare un campo di battaglia.

***
Va da sé, comunque, che è assai difficile fare previsioni. Ciononostante, si può affermare che la politica americana ha favorito il rafforzamento dell’asse geostrategico russo-cinese (configurandosi quindi lo scenario peggiore proprio per l’America) e ha reso ancora più “precaria” la già difficile situazione dell’Europa, le cui tre principali aree geopolitiche (baltica, danubiana e mediterranea) sono sempre più distanti tra di loro sia sotto il profilo (geo)politico che sotto quello economico, e in cui prevalgono gli interessi della Francia (un Paese però, tutto sommato, dai piedi di argilla, come dimostra pure la rivolta dei gilet gialli, nonostante la sua force de frappe e la sua politica neocolonialista nel continente africano) e soprattutto quelli della Germania (altro che europeismo!), nonché l’egoismo  e l’ottusità geopolitica di non pochi Paesi dell’area baltica e danubiana, mentre i Paesi mediterranei sono deboli e incapaci di far fronte comune per contrastare la “pre-potenza” della Germania (che comunque si sta già imbattendo nei propri limiti).
Si conferma pertanto che il multipolarismo, se da un lato, per la presenza di armamenti nucleari, dovrebbe favorire la cooperazione tra i principali attori geopolitici, dall’altro non può che generare conflitti, sia a livello globale che regionale, che rendono estremamente arduo instaurare un nuovo ordine mondiale che sia davvero stabile. Certamente ciò dipende dal fatto che lo stesso multipolarismo è pure conseguenza della crisi dell’egemonia dell’America, ma non si deve nemmeno ignorare che l’America può ancora disporre di molte preziosi “punti di forza” sulla scacchiera globale: in Estremo Oriente può contare sull’alleanza con il Giappone e con la Corea del Nord, oltre a potere sfruttare la secolare rivalità tra la Cina e il Vietnam; in Medio Oriente vi sono pur sempre Israele e l’Arabia Saudita che garantiscono agli Usa la possibilità di giocare un ruolo di primo piano in quella regione, nonostante i difficili rapporti con la Turchia; l’Europa invece è così debole e divisa che è ancora, nella sostanza, una “appendice geopolitica” della grande potenza d’oltreoceano.
 La crisi dell’egemonia americana quindi equivale solo ad un declino relativo degli Stati Uniti che interessa in vario modo le diverse aree geopolitiche del pianeta, ma che può avere conseguenze disastrose soprattutto per i Paesi europei, dato che in Europa le élite dominanti non solo sono “aggrappate” ad un’idea obsoleta e incapacitante di Occidente ma sono sempre più incapaci di comprendere e a maggior ragione di risolvere i problemi di gran parte degli europei ( se non usando il “manganello” come Macron).
In altri termini, la scelta che i Paesi europei dovrebbero compiere non è tra euro-atlantismo (ossia il “falso europeismo” della Ue) e atlantismo (ossia la politica Trump o di Bannon). Invero, devono scegliere se essere delle semplici “pedine” dell’America (di Trump o dei suoi “nemici”) nella lotta per l’egemonia a livello globale oppure adoperarsi per promuovere una politica per l’Africa su basi nuove e per rafforzare la cooperazione da un lato con la Russia e con la stessa Cina, dall’altro con “tutti” i Paesi del mondo mediterraneo, ovverosia senza cadere né nella trappola dell’“antisionismo primario” né in quella dell’estremismo sionista (e sotto questo aspetto la difesa dell’accordo sul nucleare iraniano, senza però nulla concedere ai “falchi” iraniani che strumentalizzano la stessa causa palestinese per i propri scopi egemonici, è un ottimo “banco di prova”), di modo da poter confrontarsi con le sfide del multipolarismo sia sotto l’aspetto economico che sotto quello geopolitico, mediante una “difesa attiva” dei propri interessi (e una difesa di questo genere implica pure delle precise scelte politico-militari, non solo per contrastare le organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione irregolare ma soprattutto per sconfiggere il terrorismo islamista, che rappresenta un pericolo serio ma sottovalutato da molti europei).
In questa prospettiva è evidente che la contrapposizione tra “populisti” e neoliberali in Europa non può “corrispondere” a quella che caratterizza lo scontro ai vertici degli Usa, ma è pur vero che quest’ultimo offre la possibilità - perlomeno ai movimenti o partiti “populisti” che sono più critici nei confronti dell’eurocrazia e dell’ideologia neoliberale, nonché più consapevoli dei danni che la “russofobia” può causare all’Europa - di sfruttare le difficoltà e le contraddizioni della politica della grande potenza d’oltreoceano, per smarcarsi non tanto dall’America (il che, peraltro, rebus sic stantibus non è neppure possibile) quanto piuttosto dalla politica di “pre-potenza” dell’America.
In particolare per quel che concerne l’Italia, sarebbe davvero “ingenuo” ritenere che il nostro Paese se fosse il rappresentante del “trumpismo” in Europa diventerebbe il principale alleato europeo dell’America, non solo perché Trump non è stato eletto “presidente a vita” degli Usa, ma perché qualsiasi presidente americano non può non tener conto del cosiddetto “Warfare State”, le cui ambizioni egemoniche sono di carattere globale e non possono certo essere subordinate  alla difesa degli interessi di un Paese come l’Italia, che per il “Warfare State” doltreoceano non può che essere una sorta di avamposto strategico americano nel cuore del Mediterraneo.
In definitiva, se per lItalia è importante non inimicarsi l’America (questo lo possono volere solo quelli che scambiano la geopolitica con l’antiamericanismo da fiera paesana), è ancora più rilevante l’amicizia con la Russia, che certamente è impegnata in prima linea contro il terrorismo islamista (ma senza se e senza ma”, a differenza dellAmerica e di altri Paesi occidentali che non hanno esitato ad appoggiare le bande di terroristi islamisti per abbattere il regime di Assad - e questa è una “differenza”  che conta indipendentemente dal giudizio che si può avere sul regime di Assad). Del resto, le direttrici dello sviluppo dell'Italia non possono che puntare verso Sud e verso Est. Pertanto, è su questo “fronte geopolitico e geo-economico” che l’Italia dovrebbe giocare le sue “buone carte”, a cominciare dalla propria posizione strategica, giacché, proprio in quanto “Paese di frontiera” tra diverse aree geopolitiche e geo-culturali, l’Italia è una “piccola grande potenza”, ossia una piccola potenza in grado di svolgere un ruolo non secondario sulla scacchiera geopolitica mondiale.

giovedì 13 dicembre 2018

I NEMICI DELL’EUROPA

Le improvvide e gravi dichiarazioni del ministro Salvini su Hezbollah e la politica di Israele hanno suscitato il più che comprensibile sdegno di molti italiani (tra cui non pochi sostenitori del “capitano del popolo” leghista), che non sono disposti a tollerare la pre-potenza di Israele (anche se detestano i pregiudizi antisemiti di non pochi che si definiscono  antisionisti), ma hanno pure offerto l’occasione agli “europeisti antiamericani” di sferrare un attacco durissimo contro i populisti e i cosiddetti “sovranisti”. Invero, è particolarmente significativa sotto il profilo geopolitico la posizione di coloro che considerano i “sovranisti” dei nemici dell’Europa (e della stessa Eurasia) più pericolosi dei neoliberali euro-atlantisti. Questa critica del populismo e del “sovranismo” si caratterizza  per la contrapposizione della politica degli Usa a quella della Ue, senza che sia preso in seria considerazione lo scontro in atto ai vertici della potenza d'oltreoceano.

In pratica, gli “europeisti antiamericani” prendono in esame solo un aspetto che contraddistingue oggi lo scenario geopolitico occidentale, ossia il “sovranismo”, sostenuto soprattutto da Trump e Bannon, in quanto si contrappone all'eurocrazia. In questo modo è facile dimostrare che i populisti (compresi i gilet gialli) o i “sovranisti” sono solo dei burattini della Casa Bianca, il cui scopo è mantenere l'Europa “sotto il tallone americano”, facendo a pezzi l'Ue e privilegiando i rapporti bilaterali tra gli Usa e i singoli Paesi europei.

Ovviamente costoro si guardano bene dal prendere in esame la politica degli eurocrati che ha permesso alla Nato di piantare saldamente le tende in Europa orientale o le conseguenze disastrose per l'Europa mediterranea del neomercantilismo (e del nazionalismo!) della Germania o il ruolo della Ue nel golpe neofascista di piazza Maidan, né prendono in esame la politica marcatamente “russofoba” di Bruxelles.

Agli “europeisti antiamericani” è bastato che Macron dichiarasse che per difendersi dall'America (di Trump, non della Clinton o di Robert Kagan!), dalla Russia e dalla Cina (ma senza che egli precisasse come dovrebbe essere questo esercito, chi dovrebbe comandarlo e in funzione di quali interessi dovrebbe essere costituito), per considerare Macron una sorta di “campione” dell’Europa antiamericana, come se il presidente francese (noto idolo dei “bobos” e dei “venusiani” europei per la sua difesa dei “mercati” e del peggiore melting pot) non avesse esplicitamente menzionato la Russia e la Cina tra i nemici della Ue, né fosse il “rappresentante” europeo di quel deep State americano che è così ferocemente ostile a Trump da accusare esplicitamente (Robert Kagan, Madeleine Albright, ecc.) il cowboy della Casa Bianca di essere “fascista” e amico di Putin (“peccato” imperdonabile per i neoliberali).

Non a caso l’Europa che buona parte di costoro hanno in mente è una specie di IV Reich. L'egemonia americana sul Vecchio Continente viene quindi sì criticata ma appunto in un'ottica geopolitica in sostanza non diversa da quella del III Reich. Si capisce quindi che essi vedano nell’Ue “egemonizzata” dalla Germania la possibilità di dar vita ad un nuovo Reich, dopo la catastrofica sconfitta della Germania nella Seconda guerra mondiale, che di fatto portò l’Europa occidentale ad essere dominata dall’America e quella orientale dall’Unione Sovietica. Ma è proprio la “condizione di vassallaggio” rispetto agli Stati Uniti  in cui si trova ancora l’Europa (occidentale e orientale) che impone ai gruppi (sub)dominanti europei (che sono tali in quanto non hanno intenzione di smarcarsi dall'America) di schierarsi dalla parte di Trump o di quella degli americani contro Trump, e che prova che le affermazioni di Macron sulla necessità di un esercito europeo sono mera propaganda euro-atlantista.

Nondimeno, secondo questi “europeisti” (che evidentemente non comprendono bene che cosa implichi la “condizione di vassallaggio” dell'Europa rispetto agli Stati Uniti) pure Macron può essere utile “alla causa”, dato che pare “riprendere” quel progetto di difesa europea (la Ced) che fallì (all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) proprio per l’opposizione della Francia. Ci si “dimentica” però che la Ced era sostenuta dagli americani, i quali, una volta preso atto del fallimento del progetto di difesa europea (in funzione antisovietica), si adoperarono per far entrare la Germania federale nella Nato (il che portò pure alla nascita del Patto di Varsavia). Ben diversa era la politica di De Gaulle, che aveva compreso che l’europeismo in realtà non era altro che euro-atlantismo (proprio come l’europeismo di Macron). Certo anche la politica di De Gaulle non era esente da gravi difetti (a cominciare da uno sciovinismo anacronistico). Comunque sia, il generale francese non solo riconobbe la repubblica popolare cinese, allacciò rapporti con l’Unione Sovietica, fece uscire la Francia dal comando militare della Nato, si oppose all’intervento americano in Vietnam, criticò la politica di pre-potenza di Israele e contestò l’egemonia del dollaro, ma mirava a creare un’Europa delle patrie, ossia una Confederazione europea, rispettosa della sovranità nazionale dei diversi Paesi europei nonché delle molteplici espressioni culturali che caratterizzano il Vecchio Continente. In altri termini, De Gaulle mirava a smarcare l’Europa non dalla politica di un presidente americano ma dall’America, senza però che l’Europa tornasse ad essere minacciata dalla pre-potenza della Germania.


Questo significa allora che i “sovranisti” hanno ragione? Certamente no, né si possono ignorare i pericoli del “trumpismo”. Ma nella misura in cui la politica di Trump (benché sia detestabile soprattutto, ma non solo, per quel che riguarda il Medio Oriente) manda all'aria i disegni egemonici dell'euro-atlantismo, creando dis-ordine a livello geopolitico e indebolendo i centri di comando della Ue, “apre” nuovi scenari geopolitici, che rendono possibile una ridefinizione della politica dei singoli Paesi europei sia sotto il profilo economico che sotto quello geopolitico.

Tuttavia, il fatto che i populisti non sappiano o non vogliano approfittarne, ma preferiscano svolgere il ruolo di lacchè della Casa Bianca, privilegiando una forma di ottuso nazionalismo (senza comprendere che il multipolarismo rende necessaria una politica imperniata sui grandi spazi) e difendendo l’estremismo sionista, non implica certo che si debba fare l’apologia di un europeismo che è funzionale solo agli interessi dell’oligarchia neoliberale occidentale (ossia a quelli del gruppo dominante d’oltreoceano - che si oppone a Trump - e dei cosiddetti “europeisti”), con buona pace di chi pensa che l’orologio della storia si sia fermato nel 1945. In definitiva, i nemici più pericolosi dell’Europa non sono solo i populisti filoamericani  ma pure gli “europeisti”, che siano o non siano filoamericani, perché sia gli uni che gli altri di fatto “sognano” un’Europa senza europei.

Infatti, essere europei significa in primo luogo non essere sudditi - né dell’impero americano (“trumpista” o non “trumpista”) né del IV Reich né di qualsiasi altro impero - ma essere cittadini di una qualsiasi polis europea.  E ciascuna polis europea è contraddistinta da una storia che non si può comprendere senza comprendere la storia e le civiltà dell’Eurasia. La possibilità che le diverse poleis europee, a differenza dalle poleis dell'antica Grecia, coesistano e cooperino in unico grande spazio, superando definitivamente divisioni e opposizioni “incapacitanti”, non è diversa quindi dalla possibilità che anche l’Europa e l’Asia coesistano e cooperino in un grande spazio eurasiatico.

martedì 30 ottobre 2018

MULTIPOLARISMO E “PRAGMATISMO”

La vittoria di Bolsonaro difficilmente potrà riportare l’America Latina ai tempi dell’operazione Condor, ma certo segna l’inizio di una nuova fase storica per il continente americano dopo la breve fase del cosiddetto “socialismo dell’America Latina”, che comunque non potrà essere cancellata. Facile prevedere perciò anche per l’America Latina un periodo contrassegnato da nuove lotte e aspri conflitti, ma si può pure ritenere che la politica degli Usa nel continente americano dipenderà sempre più dai gruppi subdominanti latino-americani.
In ogni caso, la partita decisiva nei prossimi decenni sarà (salvo che non vi siano mutamenti improvvisi e di portata mondiale) quella in Estremo Oriente, che assorbirà sempre più le limitate risorse degli Usa. Pure in Medio Oriente del resto gli Usa si vedono già costretti a dipendere sempre più dai loro alleati (Israele e Arabia Saudita - non a caso Obama, con l’accordo sul nucleare con l'Iran, aveva cercato di evitare che la politica di questi Paesi potesse compromettere gli interessi degli Usa a livello globale) e qualcosa di simile vale pure per l'Europa.
Lo scontro in atto ai vertici della potenza egemone peraltro riguarda la ridefinizione del ruolo degli Usa anche a livello geopolitico (che non si può separare dalla questione dell'economia degli Usa) e in particolare il confronto con la Russia che per la parte del gruppo dominante ostile a Trump è ancora il nemico principale, anche se al riguardo la stessa politica di Trump è tutt’altro che coerente e chiara. Di fatto, gli Usa a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso hanno cercato di risolvere il problema del loro declino relativo (Paul Kennedy) mediante l’espansione del capitalismo finanziario (Giovanni Arrighi), puntando tutto sulla globalizzazione made in Usa. Il crollo dell’Urss favorì una “accelerazione” di questa politica e la prima guerra del Golfo illuse gli Usa di potere pure ridefinire la carta geopolitica mondiale con interventi di carattere militare. Invero, questa politica - confermando il giudizio di Fernand Braudel secondo cui la prevalenza del capitalismo finanziario è il segnale dell’autunno della potenza egemone - ha favorito l’eccezionale crescita della Cina, ha generato instabilità a livello mondiale, ha indebolito il sistema socio-economico americano, ha evidenziato la debolezza del sistema militare degli Usa per quanto concerne il controllo diretto di un Paese (Afghanistan e Iraq) e ha creato un caos che è stato sfruttato sul piano geopolitico sia dalla Russia che da potenze regionali, e su quello economico (oltre alla Cina e altri Paesi asiatici) soprattutto dalla Germania, cui tutto o quasi era stato concesso per saldarla all’Atlantico dopo il crollo dell’Urss.
In questo contesto non sarà facile quindi per gli Usa gestire la crisi della Ue, che non è altro che una aggregazione di Stati nazionali in lotta tra di loro (ossia una nullità geopolitica e militare) ed è prevedibile che anche in Europa gli Usa dovranno contare sempre più su gruppi subdominanti. Tuttavia, mentre il gruppo obamiano-clintoniano (per capirsi) sostiene decisamente l'euroatlantismo in funzione antirussa, secondo la logica deterritorializzante tipica del predominio del capitalismo finanziario, viceversa la politica di Trump cerca (non senza contraddizioni) di conciliare la politica di potenza degli Usa con una forma di riterritorializzazione della politica e dell’economia che vada a vantaggio della società americana nel suo complesso.
Comunque, sia che prevalga la politica di Trump sia che prevalga quella dei suoi avversari, è inevitabile che gli Usa si imbattano nei limiti della propria potenza, limiti che dipendono sia da una “sovraesposizione imperiale” dell'America sia dalla crescita di altre potenze. In altri termini, Trump o non Trump, il multipolarismo non solo è già una realtà, ma è pure una realtà che genererà nuovi conflitti e numerose scosse di terremoto geopolitico e geo-economico. Che questo possa pure essere occasione di crescita politica ed economica per diversi Paesi lo si può concedere, ma certo sempre più si evidenzieranno i difetti dell'architettura politica ed economica della stessa Ue, i cui centri di potere sono legati a doppio filo con la parte dello Stato profondo americano ostile a Trump.
 D’altronde l’Ue è imperniata sulla supremazia dell’area baltica, mentre l’area mediterranea è quella ormai che conta di più sotto il profilo geopolitico e geostrategico. E nei prossimi decenni l’“esplosione” demografica dell’Africa, potrebbe avere effetti devastanti per il continente europeo, tanto più se si considera il totale e vergognoso fallimento della Ue nel controllare l’immigrazione irregolare. In pratica, l’unica strategia degli eurocrati per quel che riguarda l'area mediterranea pare consistere nel dare carta bianca alla Francia, la cui politica nel continente africano oltre ad aver già danneggiato gravemente l’Italia è del tutto inadeguata a risolvere gli attuali problemi dell’Africa. Invero, l’ambiziosa e velleitaria politica della Francia, che da tempo non è più una grande potenza, potrà solo rendere ancora più difficili i rapporti tra l’Europa e l’Africa.
Pertanto, pare logico che la politica di un Paese come l’Italia nella presente fase storica dovrebbe essere il più possibile “pragmatica”. Nondimeno, è difficile non riconoscere che la politica dei giallo-verdi, benché sia attenta, a differenza dei governi precedenti, a difendere l’interesse nazionale, mostra già molteplici carenze sotto il profilo strategico. La mancanza di una vera strategia politica da parte dei giallo-verdi del resto è confermata dalla manovra del governo, che punta soprattutto sul consenso elettorale.
Una legislatura dura (in teoria) cinque anni. Vi era quindi tutto il tempo per rivedere la riforma delle pensioni e per introdurre il reddito di cittadinanza (al riguardo si sarebbe potuto agire in “modo graduale”) mentre essenziale sarebbe stato puntare subito su investimenti nella R&S, nelle infrastrutture e soprattutto nei settori strategici (energia, robotica, sistemi di difesa ecc.) e al tempo stesso ridefinire gli equilibri di potere nel nostro Paese, adottando nuovi dispositivi di legge e una serie di misure di carattere politico-culturale (a cominciare dal settore della comunicazione, sostenendo la piccola editoria e moltiplicando centri studi e di ricerca in funzione di un nuovo corso politico e culturale).
In questa prospettiva, lo scontro con gli eurocrati avrebbe avuto ben altro significato (e lo stesso vale per la possibile adozione di nuovi strumenti finanziari). In sostanza, barcamenarsi tra Scilla e Cariddi non significa essere “pragmatici” ma solo navigare a vista.














sabato 6 ottobre 2018

L’ITALIA, L’EUROPA E LA “GRANDE SCACCHIERA”





Smarcare l’Europa dall’egemonia degli Stati Uniti o, se si preferisce, dal polo atlantico, di per sé significa poco se non si chiarisce qual è lo scopo che si intende perseguire mettendo in discussione l’egemonia degli Stati Uniti sul Vecchio Continente. Pure i nazisti avevano come scopo quello di smarcarsi dalle potenze occidentali, ma non per questo si può definire il nazismo come una forma di eurasiatismo - termine con cui oggi nell’Europa occidentale si designano soprattutto quelle correnti di pensiero che giustamente ritengono che la contrapposizione tra Europa e Asia, oltre ad ignorare i molteplici rapporti (culturali, economici, ecc.) che comunque ci sono sempre stati tra l’Europa e l’Asia, non abbia più alcuna ragione di sussistere neanche sotto il profilo geopolitico. Questo non ha però nulla a che vedere con un progetto politico incentrato su una Europa egemonizzata dalla Germania, tanto più che, comunque la si pensi, la Germania attuale non avrebbe alcuna capacità di realizzare un simile progetto (che del resto non riuscì a realizzare nemmeno quando era una grande potenza militare e non solo economica). In quest’ottica difendere l’UE contro l’America di Trump equivale solo a difendere quei gruppi (sub)dominanti europei che sono tra i principali “agenti geopolitici” di quella parte del deep State americano, che fa apertamente la guerra a Trump.



Tuttavia, è innegabile che chi dice Eurasia dica pure Europa. Ma l’Europa non è l’UE, né si può pensare che il “neomercantilismo” della Germania o il neocolonialismo della Francia siano espressione di una autentica potenza continentale. Non a caso un analista intelligente e preparato come John Mearsheimer ritiene non solo che l’Estremo Oriente (e in specie l’area del Pacifico) sia destinato ad essere lo spazio geopolitico “decisivo” in questo secolo, ma che perfino il Medio Oriente nel prossimo futuro sarà più importante dell’Europa. A Mearsheimer non sfugge infatti che l’UE è una “nullità geopolitica”, dato che di fatto non è che una “aggregazione” di Stati nazionali, ciascuno con il proprio debito “sovrano”, la propria bilancia commerciale, la propria politica economica, la propria politica estera, il proprio apparato militare e produttivo, la propria lingua e le proprie istituzioni, al punto che gli Stati più forti della UE non hanno nemmeno esitato a difendere i propri interessi a scapito di quelli degli Stati europei più deboli. Ragion per cui, se fino a qualche decennio fa si poteva pure credere che l’UE fosse comunque necessaria per creare una “grande Europa”, libera e sovrana, oggi difficilmente si può ritenere che sia in buonafede o nel pieno possesso delle sue facoltà mentali chi si definisce eurasiatista ma al tempo stesso sostiene (più o meno esplicitamente) che ad un Paese come l’Italia convenga farsi dominare o addirittura massacrare dalla Francia e/o dalla Germania, perché questa sarebbe l’unica strategia possibile per giungere ad un’Europa non più sottomessa agli Stati Uniti e quindi perfino in grado di “stringere” un’alleanza stabile e vantaggiosa con la Russia.



Ovviamente non si deve neppure credere che basti difendere la sovranità nazionale per dar vita ad un nuovo corso geopolitico. Invero, il cosiddetto “sovranismo” (ben diverso da una equilibrata e “realistica” difesa della sovranità nazionale) non è altro che una forma di nazionalismo rozzo e ottuso. È chiaro infatti che i singoli Paesi europei (Germania e Francia comprese) in quanto tali sono spazi geopolitici di secondaria importanza e che in un mondo multipolare (ovvero caratterizzato dalla presenza di diversi e potenti poli geopolitici) non sarebbero altro che mere province di grandi potenze extraeuropee. D’altra parte, nessuna grande potenza europea è mai riuscita a conquistare l’egemonia su tutta l’Europa. Non vi riuscì la Spagna, non vi riuscì la Francia e nel secolo scorso non vi riuscì la Germania. Difatti, una potenza europea può sempre evitare di essere dominata da un’altra potenza europea alleandosi con altre potenze europee e/o con una grande potenza non europea. Peraltro, è pure evidente che un grande spazio europeo non può che essere un grande spazio policentrico e multidimensionale, a differenza non soltanto della Russia o della Cina ma anche degli Stati Uniti, dacché i diversi Stati degli USA non si possono certo paragonare ai diversi Stati europei. Ed è proprio questa “differenza” (che gli euro-atlantisti, in primis i “tecnici”, sembrano ignorare) che ha impedito e impedisce che l’UE possa diventare uno Stato federale europeo (i cosiddetti “Stati Uniti d’Europa”), nonostante che il continente europeo sotto il profilo culturale sia ormai una sorta di “colonia americana”. Un problema che non si può risolvere sognando “chimere geopolitiche” (se non si riesce neppure a creare un polo geopolitico europeo è davvero assurdo credere che si possa creare un polo geopolitico eurasiatico, da Brest a Vladivostok), ma che dimostra la necessità di fare i conti con le dure repliche della storia (e della geopolitica!).



Che l’Europa sia in primo luogo una molteplicità di “differenti identità politico-culturali” e che perciò non sia possibile, almeno in questa fase storica, creare una autentica unione (geo)politica europea non implica però che l’Europa sia comunque destinata ad un declino geopolitico (anche se non pochi europei se lo augurano, senza rendersi conto delle conseguenze disastrose sul piano politico, sociale ed economico – e perfino militare - che ciò avrebbe non solo per i ceti sociali subalterni ma per la stragrande maggioranza dei cittadini europei). Quel che si deve tenere presente è che l’Europa comprende perlomeno tre distinte aree geopolitiche e geo-economiche: quella baltica, quella danubiana e quella mediterranea, ciascuna delle quali esige ordini, misure e proporzioni particolari. Pertanto, è lecito ritenere che una confederazione europea (da non confondere con l’UE né a maggior ragione con gli “Stati Uniti d’Europa”) potrebbe non solo rispettare la sovranità nazionale (e popolare!) dei singoli Stati europei perché possano meglio tutelare i propri interessi (sia pure in un quadro di cooperazione con gli altri Paesi europei - che era quanto accadeva allorché vi era ancora il MEC) ma pure permettersi di giocare contemporaneamente su più tavoli e di conseguenza dipendere sempre meno dal polo atlantico.



Invero, da tempo la Russia e la Cina hanno compreso che nella cosiddetta “età della globalizzazione” non ha più senso ragionare come se vi fossero solo due blocchi geopolitici contrapposti (benché non si possa escludere che la crisi dell’egemonia statunitense possa portare ad un conflitto internazionale che renda invitabile una “scelta di campo” netta). Il multipolarismo difatti evidenzia non solo i limiti della potenza dell’attuale centro egemonico occidentale, ma pure quelli delle grandi potenze, a vantaggio sia delle potenze regionali che di “formazioni geopolitiche” complesse, come potrebbe essere una confederazione europea (o anche un polo geopolitico “mediterraneo”). In sostanza, i Paesi europei avrebbero ottime carte da giocare, qualora potessero agire sul piano internazionale secondo una “logica geopolitica polivalente”, pur condividendo una serie di principi e regole comuni.



Certamente, una formazione geopolitica di questo genere sarebbe più “instabile” di una grande potenza continentale, sia sotto l’aspetto economico che sotto quello politico-militare. In effetti, la mancanza di un unico centro di potenza, ovverosia in grado cioè agire come centro propulsore geopolitico e geo-economico, renderebbe assai difficile poter contare su una coerente “direzione strategica” sovranazionale, necessaria per potere affrontare una crisi (politica e/o economica) internazionale senza dovere risolvere al tempo stesso pericolosi contrasti tra i diversi membri della medesima formazione geopolitica. Tuttavia, anche in questo caso si tratta di capire che non basta distruggere la UE per risolvere i problemi di quei Paesi che come l’Italia sono stati gravemente penalizzati dalle scelte degli eurocrati, ma occorre sapere quale “modello geopolitico” dovrebbe sostituire la UE. Non si può neppure escludere che mutando radicalmente l’“architettura politica” della UE si possa giungere, in un periodo di tempo non eccessivamente lungo, a ridefinire in modo più coerente il profilo geopolitico del Vecchio Continente o perlomeno a creare le condizioni che permettano ad alcuni Paesi europei di elaborare una strategia (geo)politica non più subalterna agli interessi della grande potenza d’oltreoceano. Al riguardo però si devono fare diverse considerazioni.



In primo luogo, oggi il nemico più pericoloso dell’Europa è il “nemico interno”. L’americanizzazione dell’“anima europea” è un fenomeno assai più preoccupante delle presenza di numerosi basi americane in Europa. Il “panciafichismo” e il “nichilismo frivolo” sembrano ormai i tratti distintivi della middle class europea, sedicente cosmopolita ma di fatto sempre più incapace di confrontarsi con un mondo in rapida trasformazione. D’altra parte, l’America oggi non impone con le armi la sua politica ai Paesi europei né gli europei che “si sentono” più americani che europei (anche se pensano che debbano essere gli americani a combattere per gli europei) sono costretti ad esserlo da Washington. E questo non è un problema che si possa risolvere con la “fantageopolitica”, tanto più che si deve riconoscere che anche in settori culturali decisivi, come quelli che concernono la geopolitica e gli “affari militari”, l’America sopravanza di gran lunga il Vecchio Continente. Nondimeno, è innegabile che il declino (relativo, si intende) degli Stati Uniti rende possibili scenari geopolitici (e quindi pure culturali ed economici) fino a pochi anni fa impensabili. Il durissimo scontro ai vertici del potere pubblico che dopo il successo di Trump caratterizza la politica americana è solo l’effetto non certo la causa della profonda crisi del sistema politico e sociale della potenza egemone dell’Occidente. Da diversi anni la base produttiva degli Stati Uniti non è più in grado di “alimentare” la politica di potenza di Washington, che a partire dalla fine del secolo scorso si è rivelata sempre meno vantaggiosa per il popolo americano, benché sia proprio il ruolo di gendarme del grande capitale occidentale che ha permesso all’America di diventare la maggiore potenza mondiale.



Comunque sia, è pacifico che neanche l’America First sognata da Trump potrà fermare la crescita di centri (potenzialmente) anti-egemonici sia a livello mondiale che a livello regionale. La fase multipolare però è solo agli inizi e ci vorrà tempo prima che la Russia e la stessa Cina possano confrontarsi con l’America su un piano di sostanziale parità. L’eccezionale crescita economica della Cina consente sì a Pechino di sviluppare una serie di programmi militari che possono trasformare la Cina in una grande potenza aeronavale, ma verosimilmente dovrà ancora passare qualche lustro prima che la Cina possa realizzare questo ambizioso progetto. Nel frattempo la scacchiera geopolitica potrà mutare considerevolmente e offrire non poche opportunità agli attori geopolitici che meglio sapranno sfruttare i “nuovi spazi” generati proprio dal fatto che un “ordine mondiale multipolare” (ammesso che un tale “ordine” sia davvero possibile) è ancora tutto da realizzare. Perciò non è affatto assurdo ritenere che pure l’Italia potrebbe giocare un ruolo geopolitico di non secondaria importanza.



Si dovrebbe capire che è interesse non solo dell’Italia ma pure dell’Europa che l’Italia prema per cambiare l’UE. Certo, giocare la “carta americana” contro gli eurocrati è rischioso, ma necessario, dacché se non cambia l’UE il declino sia dell’Italia che dell’Europa con ogni probabilità sarà inevitabile. L’Italia peraltro nonostante l’elevato debito pubblico, dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso (tranne il 2009, l’“anno nero” di questo inizio di secolo) vanta avanzi primari, una ricchezza nazionale che è oltre il triplo del debito pubblico, una liquidità che è di quasi mille miliardi di euro, una bilancia commerciale in attivo, punte di eccellenza in diversi settori strategici (basti pensare ad aziende come Leonardo-Finmeccanica, Fincantieri, Eni, Enel, senza dimenticare l’ITT ossia l’Istituto italiano di tecnologia che è all’avanguardia nel settore della robotica) e potrebbe sempre dotarsi di nuovi strumenti finanziari (come i Certificati di credito fiscale). In pratica, la posizione dell’Italia in Europa non è ancora quella di un vaso di coccio tra vasi di ferro, nonostante i danni inflitti al nostro Paese da una classe dirigente nazionale assai più attenta a difendere i propri privilegi anziché l’interesse nazionale e il benessere, morale e materiale, del popolo italiano. Se è vero quindi che l’errore che l’Italia adesso deve assolutamente evitare è quello di farsi strumentalizzare dalla Casa Bianca (la cosiddetta “trappola di Bannon”), è pur vero che per l’Italia sarebbe disastroso cercare lo scontro con l’America di Trump. Il nostro Paese paga ancora oggi le conseguenze della “fantageopolitica” del regime fascista, che, dopo l’entrata in guerra dell’Italia al fianco del III Reich il 10 giugno 1940, nella convinzione che l’impero britannico fosse già sconfitto e che perciò la guerra sarebbe stata di “rapido corso”, commise un errore più grave dell’altro per rimediare a quella “sconsiderata” decisione. Solo chi si ostina a “leggere” la geopolitica con categorie ideologiche “incapacitanti” (se non addirittura aberranti) o chi è completamente “digiuno” di storia politico-militare può ritenere che per l’Italia sia venuto il tempo di sbattere la porta in faccia sia alla Ue che all’America.



D’altronde, gli obiettivi a breve termine di Washington sono più di carattere economico che geopolitico. Le questioni geopolitiche più “spinose” attualmente sembrano essere quella delle sanzioni alla Russia e quella delle sanzioni all’Iran. Riguardo alle prime però è l’UE che si dimostra assai più “rigida” dell’America di Trump, al punto da essere “in linea” con quella parte del gruppo dominante americano “ferocemente” ostile a Trump e soprattutto alla Russia (ma non si deve nemmeno dimenticare che la Germania, in questi anni di egemonia economica sull’Europa, non ha mai ostacolato l’espansione verso Est della Nato). Diverso il discorso per quanto concerne l’Iran, ma è evidente che se sulla questione dell’accordo relativo al nucleare iraniano si dovesse arrivare ad un vero e proprio scontro tra gli USA e l’UE, ben difficilmente quest’ultima potrebbe sopravvivere senza mutare completamente la propria architettura (geo)politica.



Comunque, è quanto sostiene Mearsheimer riguardo alla Cina come centro di potenza anti-egemonico più pericoloso per gli Usa che si deve tenere nella massima considerazione. “Trump o non Trump”, nel medio-lungo periodo (ma più nel medio che nel lungo periodo) è inevitabile che sarà proprio questo il problema geopolitico più difficile da risolvere per gli USA (sempre che, come qualcuno afferma o si augura, gli USA o la Cina non “collassino” prima – ma è ipotesi assai poco probabile). La sfida con la Cina impegnerà quindi sempre più l’America, tanto è vero che destinare sempre maggiori risorse per non perdere la sfida con il gigante asiatico sarebbe necessario perfino nel caso che per i dirigenti americani la “pressione” più forte si dovesse esercitare non nei confronti della Cina bensì della Russia (una strategia “cara” a Brzezinski). Ma si può pure supporre che quanto più dovesse aumentare la “pressione” degli USA sulla Russia, tanto più forte diventerebbe l’alleanza tra la Russia e la Cina, i cui dirigenti sono comunque consapevoli delle ambizioni di egemonia globale che almeno dalla fine della Seconda guerra mondiale caratterizzano la Weltanschauung dell’élite nordamericana. D’altro canto è difficile credere che per i dirigenti cinesi la Cina si dovrebbe accontentare di interpretare il ruolo di “comprimario” dell’America.



È logico quindi che nei prossimi anni, indipendentemente da chi sarà l’“inquilino” della Casa Bianca, gli USA (a condizione che l’America non sia disposta a scatenare una guerra mondiale, pur di non rinunciare ai propri progetti di egemonia globale) dovranno sempre più impiegare le loro risorse (tutt’altro che illimitate) per “reggere” il confronto con la Cina e di conseguenza, volenti o nolenti, dovranno limitare i loro impegni in altre aree del globo, lasciando così maggiore spazio ad altri attori geopolitici (Paesi europei compresi), sebbene sia ovvio che l’America e la Russia (che attualmente è il maggiore centro di potenza anti-egemonico) continueranno a “confrontarsi” sia nell’Europa orientale che in Medio Oriente e che i principali attori geopolitici dovranno tener conto delle ambizioni e degli interessi di potenze regionali che a loro volta potranno facilmente condizionare la politica delle grandi potenze. Perciò non si dovrebbe neppure sottovalutare il rischio che un conflitto regionale possa mutarsi in un pericoloso conflitto internazionale. E questo può verificarsi soprattutto in Medio Oriente, che è ancora l’area geopolitica più “calda” del pianeta e una regione in cui l’Europa conta assai poco.

Ma un’altra area geopolitica assai “calda” è l’intero continente africano, in cui la Cina ha messo salde radici, grazie ad una intelligente strategia politica ed economica, ben diversa da quella del capitalismo predatore occidentale e pure da quella della Francia, che – tenendo anche presente la straordinaria crescita demografica dei Paesi africani - potrebbe avere conseguenze catastrofiche per l’Europa e in specie per l’Italia (come la criminale e irresponsabile aggressione contro la Libia di Gheddafi ha già dimostrato). Non meraviglia allora che anche gli Usa abbiano rafforzato la loro presenza in Africa, mentre l’UE si è dimostrata incapace perfino di elaborare una strategia comune per gestire al meglio il fenomeno della immigrazione irregolare. Insomma, pure nel continente africano si gioca una complessa “partita geopolitica” che potrebbe e dovrebbe vedere l’Italia ricoprire un ruolo assai maggiore di quello che ha saputo svolgere in questi ultimi anni.



Pertanto, sarà sulla “grande scacchiera” (ma il termine “scacchiera” non inganni perché né la politica né la geopolitica sono un gioco che si svolge con regole precise e condivise, e in realtà non sono neppure un gioco, dato che la caratteristica di un gioco è proprio quella che consente ad un giocatore  dismettere di giocare quando vuole) che si deciderà il destino non solo dell’Europa ma anche e soprattutto dell’Italia, la cui invidiabile posizione geostrategica è diventata perfino più rilevante dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. Ma che l’area mediterranea da allora abbia acquisito sempre più importanza non è un mistero per nessuno, tranne per gli eurocrati per i quali l’area baltica e, in generale, l’Europa settentrionale sarebbero ancora il “cuore geopolitico” del Vecchio Continente se non addirittura del mondo. Una tale ristrettezza di vedute penalizza non poco l’Italia ma pure l’Europa, che già si trova relegata in una posizione di secondo piano a livello geopolitico, nonostante che la Francia si illuda di essere ancora una grande potenza.



Pare ovvio dunque che solo una saggia strategia di lungo termine potrebbe consentire all’Italia (e alla stessa Europa) di smarcarsi progressivamente dagli Stati Uniti, anche se questo può dispiacere a chi disprezza ogni forma di compromesso e di “mediazione” (benché saper “mediare” tra gli opposti e trovare la “giusta mescolanza” sia una caratteristica essenziale della civiltà e della cultura europea). Vale a dire che una tale strategia può dispiacere a quell’“anima bella” raffigurata da Hegel nella Fenomenologia dello spirito e che per il filosofo tedesco non è altro che il “rifiuto dell’azione nel mondo, rifiuto che porta alla perdita di sé”, poiché è sì un’anima “pura” ma proprio per questo motivo è completamente incapace di agire nel mondo. In altri termini, la politica non è astratto “dover essere”, contrapposto a “ciò che è”, bensì “poter essere”. Già oggi del resto il rapporto di sudditanza geopolitica dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti dipende più dagli europei che dagli americani. In definitiva, quel che l’Europa o l’Italia saranno dipenderà anche e soprattutto da quel che gli europei e in particolare gli italiani sapranno essere. Una ragione in più per non abbandonarsi ad un facile ottimismo.