sabato 25 aprile 2020

COVID-19 E DEMOCRAZIA

Il Covid-19 ha riproposto in forma drammatica la questione della irrazionalità delle masse, un problema che concerne, com'è noto, la questione della stessa democrazia. Non a caso i critici della democrazia hanno sempre insistito sul fatto che è assurdo basarsi sul potere del demos, giacché il demos sarebbe l'animale dalle mille teste in conflitto tra di loro, pronto a sacrificare il bene comune per un vantaggio immediato, privo del principio di realtà e facile preda di ciarlatani, imbroglioni, mistificatori e demagoghi.
Insomma il demos sarebbe privo di ciò che i Greci definivano φρόνησις, la saggezza, che invece contraddistingue l'agire degli uomini assennati.
Per Platone è compito della φρόνησις orientare l'uomo nella scelta del bene, conciliando sapere teoretico e sapere pratico.
Secondo Aristotele φρόνησις e politica costituiscono un'unica disposizione, ossia la politica stessa è saggezza nella misura in cui spetta a quest'ultima determinare e regolare i rapporti tra i membri della Polis.
Significativo al riguardo è l'articolo 1 della nostra Costituzione che recita: la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Il popolo (demos) è quindi sovrano, ma non sovrano assoluto. La "demo-crazia" è cioè solo il soggetto, non il predicato (liberale, socialista, ecc.) del soggetto, ed è il predicato che dovrebbe svolgere il ruolo di quel che appunto i Greci definivano φρόνησις.
Cade così l'obiezione secondo cui la democrazia altro non sarebbe che un regime fondato sulla tirannia di masse irrazionali e al tempo stesso si evita che il popolo possa agire contro sé medesimo.
Nondimeno, una costituzione è necessariamente figlia del proprio tempo e sorge quindi il problema che la costituzione letterale può essere assai diversa da quella effettivamente vigente, al punto che può addirittura, di fatto, cancellare quasi del tutto la sovranità popolare, ovvero la democrazia. E' questo, del resto, il caso tipico degli attuali regimi neoliberali. Tuttavia, non si tratta di un problema di diritto bensì di un problema politico.
La φρόνησις, benché necessaria, da sola non basta, perché il bene che il Politico deve difendere lo si può definire in modi diversi e perfino opposti. Quel che allora conta è la dottrina dello Stato su cui si basa la φρόνησις.
E' sotto questo aspetto che la differenza tra (neo)liberalismo e socialismo è massima. Difatti, per il (neo)liberalismo il bene che conta è quello del singolo individuo - l'ego cioè viene prima del noi.
Per il socialismo invece è il bene comune che conta ovverosia l'individuo conta ma non come singolo ego isolato e potenzialmente ostile agli altri membri della comunità, ma come individuo di necessità incastrato in un ampio ventaglio di relazioni sociali, economiche e culturali.
In definitiva, è proprio tale differenza che anche in questa emergenza sanitaria ed economica si è rivelata essere la differenza decisiva sotto il profilo politico.

25 APRILE 1945, UNA VITTORIA PERDUTA

Un conto è la memoria storica, che varia a seconda di chi ricorda e di chi si ricorda, un altro la storia. Vale a dire che non si dovrebbe confondere il 25 aprile con l'inizio della caccia al fascista. Quest'ultima fu solo la conseguenza della guerra civile che si combatté in Italia dopo l'8 settembre del 1943. Del resto, chi semina vento raccoglie tempesta. Lo stesso popolo tedesco pagò duramente il comportamento disumano dei nazisti in terra di Russia. Pagine tristi, ma pagine di storia e che non si capiscono se ci si basa solo sulla memoria storica ignorando o, peggio, negando la storia
Il regime fascista peraltro non cadde il 25 aprile del 1945 ma il 25 luglio del 1943. Il 25 aprile segnò la fine della occupazione nazista del nostro Paese e di conseguenza la sconfitta dei fascisti alleati dei nazisti. Eppure quella vittoria fu tradita.
Il fatto è che l'antifascismo comprendeva forze politiche assai diverse. Alcune formazioni partigiane bianche cercarono perfino un accordo con i tedeschi in funzione anticomunista - accordo che non ci fu solo perché era evidente che i tedeschi ormai erano sul punto di essere sconfitti. Ed è noto che i partigiani comunisti (ossia le brigate Garibaldi, che svolsero la parte del leone nella Resistenza) avevano come scopo la trasformazione della lotta di liberazione nazionale in una lotta per la creazione di uno Stato socialista.
Tuttavia, i rapporti di forza non lo consentivano. Ma non fu solo questione di rapporti di forza. Quanto era accaduto l’8 settembre del 1943 aveva, difatti, compromesso il potere contrattuale dell’Italia nei confronti degli Alleati. La fuga dei vertici politici e militari portò al crollo dello Stato italiano e la mancata difesa di Roma fu l’occasione persa dal nostro Paese per uscire e testa alta da una alleanza con la Germania, che di fatto aveva trasformato lo Stato italiano Italia in una sorta di Stato vassallo del Terzo Reich. L’esercito e il popolo italiano furono quindi abbandonati a sé stessi.
Otre 600.000 soldati nei Balcani si trovarono senza ordini, stretti tra le formazioni partigiane iugoslave o greche e i soldati tedeschi, che chiesero agli italiani di combattere al loro fianco o di arrendersi e venire rimpatriati. La maggior parte scelse di arrendersi, altri (pochi) si ribellarono. Quelli che si arresero non vennero rimpatriati ma furono selvaggiamente malmenati, umiliati e portati nei campi di prigionia in Germania e trattati come schiavi. Solo allora molti italiani compresero l’odio che la maggior parte dei tedeschi nutriva verso il nostro popolo, tanto che i nazisti non nascondevano di disprezzare perfino gli stessi fascisti.
La mancata di difesa di Roma costrinse pure gli americani ad annullare l’invio della loro migliore divisione, l’82° Airborne, nella zona di Roma, e avrebbe anche indotto gli Alleati ad impiegare un corpo di spedizione francese nella campagna d’Italia anziché un corpo d’armata italiano. Solo nella primavera 1945 alcuni gruppi di combattimento italiani svolsero una parte significativa nelle operazioni militari nella nostra Penisola. Ma il contributo italiano venne poco apprezzato. Eppure in Corsica i soldati italiani avevano contribuito alla liberazione dell’isola, a Rodi e a Lero gli italiani si erano battuti con gli inglesi contro i tedeschi, a Cefalonia si erano ribellati ai tedeschi (e per questo furono massacrati), in Iugoslavia dei soldati italiani aveva combattuto con onore e il battaglione Garibaldi, insieme con il battaglione Matteotti, aveva perfino partecipato alla liberazione di Belgrado. E soprattutto i partigiani avevano non poco logorato l’esercito tedesco in Italia, non dandogli tregua fino alla primavera del 1945.
Tuttavia, finita la guerra, per le classi sociali dominanti contava soprattutto sconfiggere i comunisti e i socialisti. Ma non era tanto la difesa della democrazia liberale che a loro premeva, quanto piuttosto la difesa dei propri interessi. Avevano, infatti, appoggiato il regime fascista finché non aveva portato il Paese allo sfacelo. Solo allora, ossia solo quando per loro non era più conveniente appoggiare il regime fascista, avevano scelto di stare dalla parte degli anglo-americani.
Sconfitta la Germania, non cercarono quindi di difendere la sovranità nazionale dell’Italia, ma cercarono solo la protezione del potente alleato d’oltreoceano. Così l’Italia passò da un padrone ad un altro, certo meno ottuso e brutale dei nazisti, ma non meno duro ed esigente, e pronto a compiere qualsiasi nefandezza e prepotenza pur di difendere la propria posizione di predominio. E da allora per la nostra classe dirigente è diventato un “imperativo strategico” mettersi al servizio di poteri stranieri, pur di tutelare i propri privilegi (e se c’era un debito di nei confronti degli americani, questo è stato ripagato con gli interessi da un pezzo).
Invero, c’è stata e c’è anche un’altra Italia, ovverosia l’Italia di Mattei, di Adriano Olivetti, del movimento dei lavoratori e delle lotte operaie, di Dalla Chiesa, di Falcone e di Borsellino e soprattutto l’Italia di coloro che si guadagnano il pane lavorando onestamente, studiando seriamente, che indossano la divisa servendo lo Stato con lealtà, che fanno il proprio dovere negli ospedali, talvolta sacrificando pure la propria vita per salvare la vita degli altri. Ma non è questa l’Italia che ha vinto.
L’Italia che ha vinto è quella che ha sconfitto quelli che il 25 aprile del 1945 credettero in buonafede di avere liberato l’Italia. Certo, le classi dominanti oggi non parlano solo inglese, ma pure una lingua diversa, che peraltro non era affatto sconosciuta ai partigiani. Nondimeno, non è questione di lingua bensì di rapporti di classe o di egemonia. In definitiva, la storia della liberazione del nostro Paese è ancora tutta da scrivere.

mercoledì 27 novembre 2019

IL POLITICO E LA GUERRA: MASCHERA E VOLTO DELL'OCCIDENTE: ERRATA CORRIGE

p. 21: Mosca si indebitò= Pietroburgo si indebitò
p. 49: Christian de Wiet=Christiaan de Wet
p. 52: dal 1914 al 1914=dal 1904 al 1914
p. 60: scontri del primo gennaio=scontri del 22 gennaio
p. 66: 1900 (prima tabella)= 1914
p.69: arciduca Fernando=arciduca Ferdinando
p.111: favorino=favorirono
p. 126: Il primo giugno 1936, la concentrazione= Il 3 ottobre del 1935 la concentrazione
p.126: ignominiosi scacchi:= ignominiosi scacchi, tanto che il primo giugno del 1935 in Etiopia vi erano
p. 143: Nondimeno, contrariamente=Peraltro, contrariamente/ già notevolmente=notevolmente
p. 145: la marina e del Terzo Reich= la marina del Terzo Reich
p. 155: Il Bef, aveva perso=Il Bef aveva perso
p. 160: per narrazione=per una narrazione
p. 166: nel giugno 1940=nel luglio 1940/Ploesti=Ploiesti
p. 161: ne perse 2091.=ne produsse 2091.
p.167: nel novembre del 1941=nel novembre del 1940.
p. 210: avrebbe evitato avrebbe evitato=avrebbe evitato
p. 211: dell'aeroporto di Ciampino=degli aeroporti di Cerveteri e Furbara
p. 220: Morghentau=Morgenthau
p. 233: agosto 1944=luglio 1944
p. 320: Eppure, si trattava=Si trattava
p. 349; "potenza" non possa="potenza" che non possa
p. 363: alla fine del I millennio a. C.=alla fine del II millennio a. C.
Per quanto concerne la nota 346  a p. 182 si legga anziché Nel 1946 il segretario di Stato Stimpson ammise..., L'ex segretario di Stato (per la guerra) Henry Stimson ammise... Inoltre, il titolo esatto  del "controverso" libro di C. A. Beard è The President Roosevelt and the Coming of the War 1941, Yale University Press, New Haven, 1948.

martedì 8 ottobre 2019

IL BASTONE AMERICANO E Il "VENTRE MOLLE" DELL'OCCIDENTE

È opinione diffusa tra coloro che (giustamente) criticano la politica di pre-potenza degli Stati Uniti che sarebbe giunto finalmente il momento non solo per l'Italia ma per l'UE di ribellarsi agli USA, perché la politica americana dei dazi e delle sanzioni arbitrarie non colpisce solo l’Italia ma tutta l'Europa. In realtà, è la guerra commerciale degli USA contro l'UE e in particolare contro la Germania che colpisce pure l'Italia. Comunque sia, pensare che ci si debba schierare con la Germania o dalla parte dell'UE per smarcarsi dagli USA significa interpretare i rapporti tra gli USA e l'UE in modo semplicistico e fuorviante.
Invero, la stessa supremazia economica della Germania in Europa (e in generale dell'Europa del Nord rispetto ai Paesi europei dell'area mediterranea) non sarebbe possibile senza l'egemonia (geo)politica degli USA sul Vecchio Continente, giacché gli interessi economici della UE di fatto sono garantiti, sotto il profilo geopolitico e militare, proprio dalla NATO, cioè dagli USA, tanto che se l'UE (che non è né uno Stato federale europeo né una Confederazione europea) dovesse smarcarsi dall'America, rischierebbe di precipitare in un caos geopolitico che non potrebbe non avere conseguenze disastrose per l'Europa. 
In sostanza, l'UE, se si sganciasse dagli USA, per non sfasciarsi dovrebbe mutare l'intera sua struttura politica ed economica, per trasformarsi in un vero "soggetto" (geo)politico, rinunciando di conseguenza ad essere una unione competitiva europea, con tutto ciò che ne deriverebbe riguardo ai rapporti tra i diversi Paesi della UE. 
Non a caso è sulla debolezza geopolitica e militare della UE che cerca di far leva l'America di Trump, che non è più disposta a subire la concorrenza europea (e soprattutto l'enorme surplus commerciale della Germania) a scapito della bilancia commerciale americana. Difatti, l'amministrazione di Trump rappresenta gli interessi non tanto della middle class cosmopolita americana quanto piuttosto quelli dei ceti medi americani che più sono stati penalizzati dalla crisi economica di questi ultimi anni, ovverosia Trump concepisce la politica di pre-potenza americana in funzione degli interessi della nazione americana più che in funzione della élite cosmopolita neoliberale, e dato che la UE è sì una potenza economico-commerciale ma anche un nano (geo)politico e militare è evidente che l'America di Trump sia convinta di potere vincere la partita contro la Germania o qualunque altro Paese europeo. 
Certo, in teoria l'UE "a trazione" franco-tedesca (ma di fatto soprattutto "a trazione" tedesca) potrebbe allearsi con la Russia per cercare di smarcarsi dagli USA, ma chiaramente (perlomeno in questa fase storica) un simile mutamento di rotta geopolitica è pressoché impossibile. Del resto, i gruppi (sub)dominanti europei condividono la stessa ideologia neoliberale e "politicamente corretta" che caratterizza i gruppi (sub)dominanti americani che si oppongono a Trump, né si deve dimenticare che sia in America che in Europa (Italia compresa) gran parte della ricchezza si è concentrata nelle mani di circa il 10% della popolazione, ragion per cui per i gruppi (sub)dominanti occidentali è necessario difendere comunque il sistema (geo)politico ed economico euro-atlantista per opporsi non solo ai nuovi centri di potenza anti-egemonici (Russia, Cina, ecc.) ma anche alle classi sociali subalterne occidentali (che ormai comprendono la maggior parte dei ceti medi). 
Vale a dire che (euro)atlantismo e neoliberalismo simul stabunt simul cadent, di modo che, anche se sotto il profilo  economico l'America e l'UE (e in specie la Germania) possono avere obiettivi diversi e perfino opposti, è ovvio che sia i "dem" che gli "eurocrati" considerino estremamente pericolosa la politica di Trump, che (benché  si tratti di una politica che non è esente da notevoli "oscillazioni" e contraddizioni, poiché neppure Trump non può non tener conto degli interessi del deep State statunitense) sembra ignorare il nesso strettissimo che unisce (euro)atlantismo e neoliberalismo, privilegiando invece una prospettiva populista e nazionalista, che rischia di danneggiare gli interessi politici ed economici delle élites cosmopolite neoliberali.
Sia Trump che i populisti europei costituiscono pertanto una minaccia che i gruppi (sub)dominanti neoliberali devono assolutamente eliminare, anche se paradossalmente i populisti (americani ed europei), tranne qualche eccezione, condividono gli stessi principi politici ed economici dei neoliberali.
D'altronde, non è un segreto che la strategia della oligarchia neoliberale mira a promuovere la colonizzazione di qualsiasi sfera sociale e personale da parte del mercato capitalistico e perfino una immigrazione irregolare di massa, nonostante la difficoltà di integrare buona parte dei cosiddetti "migranti economici" (da non confondere con i profughi che sono solo una piccola parte dei "migranti"). Al riguardo è significativo che non vi sia nemmeno una agenzia europea per l'immigrazione in Europa di cittadini extracomunitari che abbiano i requisiti necessari per inserirsi rapidamente nel sistema produttivo, mentre il flusso dei "migranti" che provengono dall'Africa viene gestito da organizzazioni criminali (a conferma, come ben sapeva Thomas Sankara, che coloro che sfruttano l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa). 
In effetti, tanto più si indeboliscono il legame comunitario e il "senso di appartenenza", che caratterizzano gli Stati nazionali, tanto più è difficile che emergano delle "contro-élites" capaci di sfruttare l'attuale crisi (non solo economica ma anche di legittimazione) per opporsi al sistema neoliberale (ovviamente secondo una prospettiva politico-culturale nettamente diversa da quella che contraddistingue il neofascismo). 
Tuttavia, non è impossibile che da una "costola" del populismo (che peraltro è l'effetto della crisi di un sistema che non sa più risolvere i problemi che esso stesso genera) possa nascere una forza politica in grado di mettere fine alla pre-potenza delle élites neoliberali. In altri termini, parafrasando Carl Schmitt, non si può escludere che si veda solo insensato disordine (anche e soprattutto "mentale") dove invece un nuovo senso può essere già in lotta per il suo ordinamento. Di questo però sono consapevoli anche gli strateghi del grande capitale (anche se non necessariamente i politici o gli intellettuali neoliberali), dato che difficilmente possono ignorare che l'indipendenza dell'Europa presuppone la sconfitta dell'oligarchia neoliberale.

martedì 6 agosto 2019

"CHI DICE UMANITÀ CERCA DI INGANNARVI"

Giorgio Agamben è un intellettuale di punta della sinistra neoliberale, certo colto e non privo di talento. Tuttavia, anche Agamben (contro il quale Losurdo non esitò a scagliare i suoi strali) nella sostanza si muove, sia pure in modo originale, nel solco tracciato dal pensiero post-strutturalista e post-marxista francese, secondo cui il "nemico" è soprattutto lo Stato nonché il maestro, il poliziotto, il commerciante, l'operaio, la famiglia, il padre, il maschio, l'"uomo "bianco" o la "donna bianca", l'eterosessuale, ecc.
Non a caso nel suo libro La comunità che viene, Agamben scrive:
"Poiché il fatto nuovo della politica che viene è che essa non sarà più lotta per la conquista o il controllo dello stato, ma lotta fra lo stato e il non-stato (l'umanità), disgiunzione incolmabile delle singolarità qualunque e dell'organizzazione statale»", (Giorgio Agamben," La comunità che viene", Bollati Boringhieri, Torino 2001, p. 58).

Del Politico, nel senso forte del termine e di conseguenza della serietà della storia, non c'è quindi neppure più traccia. Né la lotta per l'egemonia, né la lotta tra gli Stati, né la lotta sociale contano.
Da una parte della barricata c'è lo lo Stato, dall'altra l'umanità.

Ma Agamben va ben oltre. Ad esempio, nella  Ragazza indicibile, un interessante saggio sulla Kore e i misteri di Eleusi, Agamben, oltre a fare sfoggio di una notevole e pregevole erudizione, parte da premesse condivisibili ma per giungere, con una "forzatura ermeneutica" evidente, ad una conclusione che è in contraddizione con tali premesse.
Certo il mistero è solo nominabile, non dicibile (tanto che Kerényi afferma che il nome di Apollo, ad esempio, è il "mito", mentre mitologemi sono i cosiddetti "miti" che riguardano la figura di Apollo). In altri termini, il verbo Essere già tradisce (ossia lo tramanda tradendolo) il mistero. 
Ma per Agamben il mistero non è il silenzio da cui sgorga la parola, compresa quella di Apollo che scatena il conflitto delle interpretazioni, né il volto nascosto del Dio da cui si irradiano le catene espressive che formano il mondo (Giorgio Colli), né il punto extraspaziale da cui nascono i paradossi di Zenone. 
La parola non "ri-vela" il mistero. Non c'è, infatti, nessun mistero. Questo è il mistero. Sicché Agamben conclude:
"Vivere la vita come un'iniziazione. Ma a che cosa? Non a una dot­trina, ma alla vita stessa e alla sua assenza di mistero. Questo ab­biamo appreso, che non c'è alcun mistero, soltanto una ragazza in­dicibile.
Gli uomini sono dei viventi che, a differenza degli altri anima­li, devono essere iniziati alla loro vita, devono, cioè, prima perder­si nell'umano per ritrovarsi nel vivente e viceversa".

Nessun significato nascosto, nessuna esperienza "sovra-individuale", nessun "essere in fusione", giacché il silenzio indicibile non è che un nome, Kore, ossia il nome di quell'umanità il cui nemico mortale oggi sarebbe esclusivamente lo Stato.
Eppure Agamben sa bene che secondo Carl Schmitt "Wer Menschheit sagt, will betrügen", ossia "chi dice umanità cerca di ingannarvi" e che già Pierre-Joseph Proudhon aveva espresso il medesimo concetto. 

domenica 4 agosto 2019

L'EUROPA E LA QUESTIONE TEDESCA

Il nuovo scontro tra Stati Uniti e Germania sulla missione marittima nello Stretto di Hormuz (missione pianificata da Washington per impedire che gli iraniani possano minacciare la libera navigazione in quello Stretto, attaccando o sequestrando delle petroliere come ritorsione per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del luglio 2015 - ossia dal Joint Comprehensive Plan of Action - nonché per le sanzioni adottate dagli americani contro l’Iran), è certamente un altro segno del deterioramento dei rapporti tra l’America e Unione Europea. Anche se Berlino afferma che questa missione (cui, se ci sarà, non è escluso che anche la Germania possa parteciparvi) non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco, in realtà questo scontro tra la Germania e gli Stati Uniti ha un significato che va ben oltre la questione del nucleare iraniano. In gioco, infatti, vi sono interessi economici e questioni geopolitiche più importanti che la divergenza di opinioni sulla strategia da adottare nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Per capirlo però occorre fare “qualche passo indietro”.

È noto che l’Unione Europea (e in particolare l’euro) avrebbe dovuto essere lo “strumento” politico-economico mediante il quale ancorare saldamente la Germania all’Atlantico dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica. Invero, la Germania, ottenendo che l’Unione Europea fosse una “unione competitiva europea” anziché una vera “unione politica europea”, ha saputo usare questo “strumento” per diventare una grande potenza economica, caratterizzata da un enorme surplus della propria bilancia commerciale. Si tratta però di una mera crescita economica che, oltre a creare ogni genere di squilibri all’interno della stessa Unione Europea, ha danneggiato non solo i Paesi dell’area mediterranea ma pure l’economia degli Stati Uniti. In pratica, il cosiddetto “neomercantilismo” della Germania ha contribuito a trasformare l’Unione Europea in un mero “aggregato di Stati nazionali” in lotta tra di loro e al tempo stesso ha reso più tesi i rapporti tra l’UE e l’America. Una situazione resa ancora più complicata dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del novembre 2016, tanto che perfino l’attuale “attrito” tra l’Unione Europea e l’America è – almeno in parte - un “semplice riflesso” del durissimo scontro ai vertici del potere pubblico della grande potenza d’Oltreoceano (peraltro, anch’esso, come l’abnorme espansione della finanza rispetto alle forze produttive, un “segnale dell’autunno” della potenza egemone e indice di quella crisi di “sovraesposizione imperiale” dell’America già ben analizzata, sia pure nei suoi aspetti essenziali, dallo storico Paul Kennedy nel suo famoso libro “Ascesa e declino delle grandi potenze” pubblicato negli Ottanta del secolo scorso).

D'altra parte, è innegabile che sia ancora la NATO, ossia l’America, a garantire la sicurezza dei Paesi europei e che se l’UE è una nullità geopolitica e militare anche la Germania è pur sempre un nano geopolitico e militare. Insomma, se sotto il profilo economico l’UE è “egemonizzata” dalla Germania, sotto il profilo geopolitico e militare è ancora l’America che “detta legge” in Europa (né il direttorio franco-tedesco può cambiare granché al riguardo, nonostante la megalomania dell’inquilino dell’Eliseo che si illude che la Francia da sola possa controbilanciare la potenza economica della Germania, dato che la Francia è solo una media potenza, non certo una grande potenza, né militare né economica, da circa un secolo – d’altronde, la stessa force de frappe non è che una forza di “dissuasione nucleare”). Facile quindi capire perché Washington non sia disposta a tollerare una politica economica tedesca che danneggi l’America e che non perda occasione per rammentare alla Germania la sua condizione di “Stato vassallo”.

Invero, è la questione dell’atlantismo che è mutata di senso in questi ultimi anni. I dirigenti americani si rendono conto, infatti, che gli Stati Uniti non hanno i mezzi e le risorse per dominare l’intera scacchiera globale ovverosia per dominare l’America Latina, il continente africano, l’area del Pacifico, il Medio Oriente e l’Europa, allo scopo di contrastare l’ascesa della Russia e la Cina (ritenuta ormai anche dai “dem”, ossia i “circoli democratici” del deep State americano, una “potenza maligna”). In questo senso, il neoatlantismo (o neoimperialismo) di Trump si differenzia dall’euro-atlantismo, che è incentrato sul rapporto privilegiato tra America ed UE soprattutto in funzione antirussa. Tuttavia anche Trump, che verosimilmente non è ostile per principio nei confronti della Russia di Putin, sembra “prigioniero” dei falchi del gigantesco Warfare State americano che, come i “dem, ritengono ancora la Russia il nemico principale dell’America e quindi considerano i Paesi dell’UE alleati di fondamentale importanza. In effetti, uno degli scopi principali della NATO è quello di garantire che la Germania non possa varcare la “linea rossa” che separa l’UE dalla Russia. Il rischio, pertanto, secondo i “dem” e gran parte degli “strateghi” americani, è che la politica di Trump possa indebolire la posizione geostrategica dell’America in Europa e al tempo stesso impedire agli Stati Uniti di potere giocare la carta della “pax americana” in Medio Oriente (non si deve dimenticare che sono stati proprio “dem” a volere l’accordo sul nucleare iraniano), creando così una situazione di “caos geopolitico” di cui si potrebbe avvantaggiare solo la Russia.

In questo contesto, però è ovvio che il neoatlantismo di Trump costituisca pure una minaccia per la Germania, che grazie all’euro-atlantismo ha potuto conquistare la supremazia economica in Europa ma che non ha certo la “stazza” per confrontarsi direttamente con le grandi potenze (Stati Uniti, Russia, e Cina) e nemmeno la potenza militare per difendere i suoi interessi economici nel caso di un conflitto internazionale “ad alta intensità”. La strategia economica della Germania, imperniata non sulla crescita economica e geopolitica dell’Europa ma solo sulla crescita economica della Germania e sull’espansione ad Est della NATO, si sta pertanto imbattendo nei propri limiti, tanto che la Germania rischia di finire in una “trappola strategica”. Difatti, la stessa espansione ad Est della NATO rende praticamente impossibile la formazione di un asse geopolitico russo-tedesco, mentre la russofobia che caratterizza l’euro-atlantismo ha favorito la formazione di un asse russo-cinese. In sostanza, la Germania sembra ritenere di potere da un lato “inglobare” la Russia nello spazio geo-economico egemonizzato dai tedeschi (che si può definire il loro Lebensraum) e dall’altro “condizionare” la politica di Mosca mediante la NATO. Un disegno geopolitico che per realizzarsi esigerebbe non solo che la Russia cedesse alla pre-potenza della NATO ma che la potenza militare dell’America fosse “al servizio” degli interessi della Germania.

Ovviamente, sebbene non si possa certo affermare che i tedeschi dopo Bismarck si siano distinti per acume politico-strategico, anche i dirigenti tedeschi sono consapevoli dei rischi che corre la Germania per la sua debolezza geopolitica e militare. Tuttavia, questo non significa affatto che la Germania sia pronta a “smarcarsi” dagli Stati Uniti per trasformare l’Unione Europea in una grande potenza economica e militare. Questo è solo il “sogno” di coloro che pensano che le lancette della storia si siano fermate nell’agosto del 1939, cioè allorché fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, la Germania in questi anni si è solo limitata  a trarre il maggior profitto possibile dal declino relativo della grande potenza d’Oltreoceano, cercando sì di fare “affari” anche con la Russia, ma nel contempo adoperandosi in ogni modo per rafforzare l’area baltica, notoriamente la più russofoba d’Europa, a scapito di quella mediterranea (tanto da osteggiare il gasdotto South Stream per potere raddoppiare il gasdotto Nord Stream e diventare così l’unico Paese europeo in cui possa arrivare il gas russo). D’altro canto, non è certo un segreto che Berlino non ne vuole nemmeno sapere di una “visione geopolitica” europea, proprio come non ne vuole sapere di unico debito pubblico europeo (presupposto essenziale per una unione politica europea). Non a caso, perfino per quanto concerne l’accordo sul nucleare iraniano la Germania ha voluto ad ogni costo distinguere nettamente la sua posizione non solo da quella della Francia ma da quella della stessa UE. Ed è anche noto che la Germania vorrebbe, per sé non certo per l’UE, un posto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Pare lecito dunque affermare che il neoatlantsimo di Trump o, meglio, l’inizio di una fase geopolitica multipolare ha messo in luce la miopia politico-strategica della Germania che in questi anni ha buttato al vento l’occasione per diventare davvero egemone in Europa. Vale a dire che la Germania pare incapace di distinguere tra mero dominio (o supremazia) ed egemonia (nel senso forte del termine, ossia “gramsciano”), mentre la storia dell’Europa prova che nessuna potenza europea è in grado di “dominare” l’Europa (e si badi che senza il rafforzamento dell’area mediterranea non è possibile neppure creare uno spazio geopolitico “eurasiatico”, sia pure multipolare e in sé differenziato), mentre i conflitti o, se si preferisce, la “competizione” tra i vari Paesi europei non può che avvantaggiare una potenza non europea, ovvero gli Stati Uniti. Le conseguenze del fallimento politico-strategico della Germania (che sarebbe il terzo nel giro di un secolo!) potrebbero quindi avere conseguenze disastrose anche per gli altri Paesi europei. 

Ciononostante, bisogna vedere anche l’altro lato della medaglia, dato che, se il declino relativo degli Stati Uniti sul piano geopolitico ha già portato alla formazione di nuovi centri di potenza sia a livello mondiale (Russia e Cina) che a livello regionale (India, Israele Turchia, Iran, ecc.), la crisi del sistema neoliberale occidentale ha portato alla nascita di forze politiche “populiste” (giacché il “populismo” non è che un effetto della crisi di un sistema politico che non sa risolvere i problemi che esso stesso genera), che hanno già messo forti radici in America e in Europa, benché non si possano definire, a differenza della Russia  e della Cina che sono centri di potenza anti-egemonici, delle forze politiche “anti-egemoniche”. In altri termini, si è in presenza di una fase di transizione egemonica, che è appena cominciata e che, anche se nessuno sa come finirà, probabilmente sarà di lunga durata e contrassegnata da aspri conflitti e perfino da nuove forme di guerra.  

In definitiva, si può ritenere che anche la questione tedesca sia solo un aspetto di una questione ben più grande, ossia quella della civiltà europea, che verosimilmente si deciderà in questa fase di transizione egemonica. Non si deve ignorare, infatti, che geo-politica non è sinonimo di politica estera o di relazioni internazionali ma che in primo luogo designa il fatto che l’uomo non può che “abitare politicamente la terra”, ragion per cui non vi è transizione egemonica che non sia contraddistinta dalla nascita di nuovi “paradigmi” culturali e dalla scomparsa di altri. Del resto, che la crisi geopolitica dell’Europa sia anche una crisi della civiltà europea è ormai sotto gli occhi di chiunque, ad eccezione di coloro che non vogliono vedere o che pensano che i problemi si possano risolvere negando la realtà.