lunedì 4 luglio 2011

POTERE E DISINFORMAZIONE

Secondo il sociologo tedesco Niklas Luhmann il consenso, in particolare per quanto concerne l’attuale società di mercato, dipende quasi esclusivamente da ciò che egli definisce “latenza funzionale”, vale a dire che le possibilità non selezionate dal sistema, a differenza di quelle “prestrutturate”, tra le quali si può effettuare una ulteriore scelta (si tratta di un procedimento che permette di ridurre la complessità e la contingenza del sistema, nonché di renderlo più stabile, e che Luhmann denomina come “doppia selettività”), non sono conosciute e/o non vengono esplicitamente tematizzate dalla stragrande maggioranza dei cittadini. L’ordine istituzionale non si fonda cioè sul consenso effettivamente esistente, ma sulla sopravvalutazione del consenso effettivo e soprattutto sul fatto che tale sopravvalutazione riesca ad avere successo. Ciò è possibile «quando quasi tutti presuppongono che quasi tutti siano d’accordo; e forse persino allora quando quasi tutti presuppongono che quasi tutti presuppongano che quasi tutti siano d’accordo» (1). Basandosi sul presupposto metodologico che la società si evolva secondo uno schema sistemico-cibernetico, Luhmann concepisce la realtà sociale come un intreccio di relazioni che strutturano un “gioco” sempre più complesso e aperto a possibilità infinite. Perciò il potere non può essere considerato come una quantità fissa, indipendente dalle contingenti situazioni sociali (come invece ritiene il pensiero liberale, che condivide la celebre affermazione del filosofo inglese Locke, secondo cui «nobody can transfer to another more power than he has himself»), ma come un mezzo di comunicazione, mediante il quale il sistema isola un “frammento” del possibile, per costituire un insieme di strutture la cui funzione principale consiste nell’orientare e semplificare il comportamento dei membri del sistema. Essenziale è quindi che si possano tener sotto controllo tutti quegli eventi, interni o esterni al sistema medesimo, che potrebbero determinare una crisi di tipo strutturale: «Attraverso la generalizzazione delle aspettative di comportamento viene facilitata la concreta sintonizzazione del comportamento sociale di più persone in quanto è già prefissato in maniera tipica ciò che ci si può aspettare e quale comportamento farebbe saltare i confini del sistema. La scelta preliminare di ciò che nel sistema è possibile va operata sul piano delle aspettative non sul piano di comportamenti immediati, perché solo in questo modo è possibile trascendere la situazione concreta effettuando una anticipazione nei confronti del futuro» (2). Il sistema quindi funziona grazie ad una preselezione delle possibilità (gli input), potendo così prevedere l’agire sociale (l’output) e generando non solo l’illusione che sia possibile effettuare determinate scelte e che non sia possibile farne altre, ma anche l’illusione di vivere in un sistema il più possibile libero e “aperto”. Inoltre, ogni tentativo di delegittimare l’ordine istituzionale non ha alcuna possibilità di successo, poiché il dissenso politico non può che esprimersi tramite le procedure che legittimano il sistema (come le elezioni e i dibattiti parlamentari). Ciò significa che le procedure di formazione della volontà politica servono in primo luogo ad “isolare” i soggetti politici, per staccarli dal contesto della vita sociale ed economica, di modo che si produca una «disponibilità generalizzata ad accettare, entro certi limiti di tolleranza, decisioni il cui contenuto sia ancora indeterminato» (3). Osserva Danilo Zolo: «Una volta accettato il proprio ruolo entro la procedura formalizzata, il contributo comunicativo del singolo cittadino alla formazione della decisone finale viene stilizzato come comportamento scelto liberamente e viene nello stesso tempo sottoposto alle esigenze del procedimento mediante l’eliminazione delle possibilità che non possono essere recepite dalla decisone. Ne consegue che dopo aver compiuto la loro autorappresentazione nel procedimento, i cittadini non hanno più alcuna chance di mobilitare per la propria causa una solidarietà politica di terzi, qualunque sia l’esito finale del procedimento. [...] In altre parole il procedimento svolge la funzione di isolare e circoscrivere i temi e gli attori del conflitto sociale prima della decisione e della eventuale applicazione della forza fisica, in modo che il dissenziente resti neutralizzato politicamente» (4). D’altronde, le aspettative di comportamento vengono generalizzate tramite la normazione, di modo che possano resistere alla delusione: «Mentre semplici aspettative fattuali si regolano secondo le possibilità di realizzazione percepite, e vengono respinte e trasformate quando non si verifica ciò che è oggetto di aspettativa, la qualità normativa di una aspettativa permette di tener fermo ad essa anche quando venga delusa» (5). Sicché, per Luhmann, se la sanzione è una forma di canalizzazione della delusione – che presenta il vantaggio, nel caso di insuccesso, di essere ripetuta e rafforzata – il diritto è, in sostanza, una facilitazione che «consiste nella disponibilità di tracciati di aspettative congruentemente generalizzati, cioè di indifferenza altamente innocua verso altre possibilità, la quale riduce notevolmente il rischio dell’aspettare controfattuale» (6). Si comprende allora perché il sociologo tedesco può ritenere che il monopolio dell’uso legittimo della forza, benché necessario, non sia fondamentale per capire che cosa sia il potere (Luhmann sostiene esplicitamente che il sistema ricorre all’uso della forza come “extrema ratio” e che ogni volta che ciò accade si è in presenza di uno “scacco del sistema”), dato che ben più importanti per il funzionamento del sistema sono quei procedimenti che permettono di prendere decisioni collettivamente vincolanti che, assorbendo incertezza ed eliminando alternative, «trasformano la indeterminata complessità di tutte le possibilità in una problematica determinata, afferrabile» (7). Attraverso tali meccanismi si può avere la ragionevole certezza che prevalga ciò che il sistema seleziona e si accresce la capacità di autoregolazione del sistema, in quanto si può sottrarre l’esperienza al rischio di una problematizzazione consapevole. Ne deriva che, se il sistema si sviluppa secondo la logica probabilistica dell’indeterminazione (che prescinde da ogni riferimento a filosofie o teorie di tipo organicistico o teleologico) non può non “occultare” la realtà che non è in grado di elaborare, ossia non può non considerare come “realtà” solo quella parte del possibile che è in grado di “codificare” e di conseguenza rimuovere/reprimere ogni altra “realtà”.

Si può pertanto ritenere – pur considerando che si sono presi in considerazione solo alcuni tratti, sia pure fondamentali, del “funzionalismo sistemico” di Luhmann, il cui impianto teorico, tra l’altro, è estremamente complesso e sofisticato, benché lo si possa criticare sia sotto il profilo epistemologico (per l’approccio di tipo sistemico-cibernetico) sia perché difficilmente può spiegare il mutamento sociale – che la teoria sociologica di Luhmann abbia il merito di far comprendere meglio come il “sistema” capitalistico di tipo occidentale possa evitare una crisi di legittimazione mediante l’impiego di una precisa strategia: l’istituzionalizzazione del conflitto politico e sociale, che equivale alla trasformazione/riduzione del “politico” a “pubblica amministrazione”, la manipolazione dell’informazione e la rimozione/repressione di quella sfera della realtà che si suole, alquanto genericamente, definire come sfera dei bisogni e che denota tutte quelle dimensioni dell’esperienza che il sistema deve necessariamente “ignorare” o eliminare brutalmente per poter svilupparsi secondo “regole immanenti”. Del resto, questa “tecnologia sociale”, che, come si è detto, Luhmann giustifica in quanto concepisce il potere come un mezzo di comunicazione che si articola tramite la “procedura” della doppia selettività, sembra particolarmente utile per capire il “sistema italiano”. Altrimenti non si saprebbe spiegare come, negli ultimi vent’anni, sia stato possibile accettare, senza rilevanti conflitti sociali o politici, la svendita al capitale privato (in particolare straniero) delle aziende pubbliche strategiche (8), il passaggio dalla società cosiddetta delle “aspettative crescenti” ad una società sempre più contraddistinta dall’allargamento della “forbice” tra i ceti più abbienti e quelli meno abbienti (9), l’idea che si debba  smantellare gran parte dello Stato sociale per superare la crisi economica, la “privatizzazione” dei profitti e la “socializzazione” delle perdite, la diffusione del lavoro precario, il dilagare della corruzione in tutti gli apparati dello Stato e della amministrazione pubblica, la trasformazione di giunte comunali, provinciali e regionali in comitati d’affari, la subordinazione della scuola e dell’Università a logiche aziendali e la mercificazione di ogni mondo vitale e di ogni ambito culturale. Inoltre, ancora più sorprendente è l’apatia e l’indifferenza dell’opinione pubblica italiana (ed europea) riguardo alla politica internazionale, nonostante che si siano moltiplicate le aggressioni militari degli Usa contro Stati sovrani (Serbia, Afghanistan, Iraq) e la Nato sia diventata uno strumento della politica di potenza americana. Il fatto poi che la classe dirigente italiana si sia venduta al Leviatano americano e si mostri succube della lobby sionista, al punto di giustificare ogni crimine commesso da Israele e di accusare di “antisemitismo” ogni “voce stonata”, pare che interessi assai poco o venga considerato addirittura positivamente, non solo dal “popolo della destra” ma anche e soprattutto dal “popolo della sinistra”. E’ evidente quindi che non è sufficiente il tradimento dei “chierici” né quello dei politici per spiegare una tale “involuzione” (che invece si vorrebbe giustificare come “modernizzazione necessaria”) della società italiana in un arco di tempo così breve. Decisiva appare piuttosto la capacità del sistema di manipolare l’informazione e di “alterare”, in base a “criteri di mercato”, anche la funzione di istituzioni il cui compito dovrebbe essere principalmente quello di “educare” e di “insegnare” a problematizzare la propria esperienza avendo consapevolezza di chi si è e perché si è diventati ciò che si è. Non v’è dubbio infatti che la cultura delle “tre i” (informatica, inglese e impresa), di “derivazione” angloamericana, si sia rivelata anche uno strumento formidabile per mantenere il più alto grado possibile di “latenza” e di gran lunga più funzionale al sistema capitalistico di tipo occidentale di qualsiasi altra “cultura”, in particolare di quella di un Paese come l’Italia che ha una storia millenaria, ben diversa da quella dei Paesi di lingua inglese.  D’altra parte, se è vero che dopo la sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale una certa americanizzazione dei “costumi” del popolo italiano era inevitabile, soltanto dopo la crisi delle “ideologie”, negli anni Ottanta/Novanta del secolo appena trascorso, si è assistito ad una progressiva “corruzione” ed americanizzazione della società italiana; cioè ad una vera e propria colonizzazione culturale, che non a caso “è andata di pari passo” con una colonizzazione economica e politica che ha trasformato l’Italia in un “territorio” in cui si combattono “bande mercenarie” al servizio dello “straniero”.

Cionondimeno, si sbaglierebbe se si pensasse che il sistema sia “invulnerabile”, non solo perché è lecito ritenere che la “sfera dei bisogni” non sia comprimibile oltre una certa misura e che le aspettative di carattere sociale, politico ed economico, non possano essere continuamente deluse; ma anche perché l’indifferenza dell’apparato burocratico e di quello tecnico-produttivo riguardo agli interessi dei cittadini presuppone una riserva di fiducia nei confronti del processo decisionale (e della sua imparzialità ed efficienza) che non può essere illimitata. Inoltre, il sistema non è in grado di “neutralizzare” completamente gli effetti negativi e le “disfunzioni” derivanti dal contrasto tra la necessità di un intervento dell’amministrazione pubblica per organizzare e regolare la vita sociale, sostenere attività economiche, fornire prestazioni assistenziali, tutelare “diritti acquisiti” o riconoscere i “diritti” di “nuovi soggetti sociali” e l’esigenza di difendere il mercato, ossia soprattutto la concentrazione della ricchezza “nelle mani” di pochi, con l’adozione di politiche economiche di tipo liberista. Si deve pure tener presente che il continuo sviluppo e potenziamento del sistema capitalistico rende la manipolazione dell’opinione pubblica sempre più difficile, o comunque richiede che venga prodotta una “quantità di disinformazione” sempre maggiore, ricorrendo sempre più spesso all’inganno e alla menzogna. Il che implica che tra lo “sfondo” non tematizzato di senso, presente in ogni società umana come sapere pre-riflessivo (e che forma il “con-senso di base”), e il sapere “riflessivo” vi è non solo una differenza di grado, per quanto grande possa essere, ma una vera e propria soluzione di continuità, tanto da rendere l’autorappresentazione del sistema sempre meno “credibile”. Si pensi, ad esempio, alle guerre umanitarie, alle aggressioni “preventive”, alla diffusione su “scala planetaria” di comportamenti criminali, alla mancanza di etica pubblica, alla dissoluzione di ogni legame sociale, al peggioramento costante della qualità della vita, al degrado ambientale, alla demonizzazione e criminalizzazione di qualsiasi modo di pensare diverso da quello considerato “politicamente corretto” e all’uso improprio e strumentale di termini quali “antisemitismo”, “fascismo” e “comunismo”.

Tuttavia – anche ammesso che si sia notevolmente abbassato il livello di consenso “implicito” su cui il sistema può contare e che quindi non sia affatto certo che l’autorappresentazione del sistema costituisca un orizzonte di senso condiviso “aproblematicamente” – più rilevante ai fini della soppressione di ogni forma di dissenso è forse il fatto che la quasi totalità delle relazioni sociali e personali sono ormai mediate dal denaro (anch’esso un mezzo di comunicazione, secondo Luhmann). Il “potere” del denaro, in Occidente, pare essere infatti assai più efficace dell’esercizio del potere positivo nel prevenire fenomeni sociali e politici “devianti” rispetto alle “logiche” del sistema, dato che un movimento realmente “alternativo” – e in Italia lo sarebbe solo un movimento che, in nome dell’interesse nazionale e della “naturale vocazione mediterranea” del nostro Paese, si opponesse alla visione geostrategica della talassocrazia americana, contrastando apertamente la politica della attuale classe dirigente, senza distinzione tra “destra” e “sinistra” – non avrebbe certo l’appoggio dei potentati economici, che detengono il controllo di quei (pochi) mezzi di comunicazione di massa che effettivamente “orientano” l’opinione pubblica o addirittura “fanno opinione pubblica”. Perfino la stessa “emarginazione” di ogni “azione culturale” che non si uniformi alla “linea politica” del cosiddetto “pensiero unico” dipende più dalla impossibilità di disporre delle risorse economiche necessarie per non essere “sconfitti” a priori dalla “libera concorrenza” – che può contare sul sostegno, niente affatto disinteressato, del grande capitale privato – che non dall’ “azione repressiva” della pubblica amministrazione e degli apparati coercitivi dello Stato. Ed è forse per questo motivo che, in Italia e non solo in Italia, si cerca di fare pressione affinché siano rafforzati i meccanismi “tradizionali” della repressione del dissenso (cioè la richiesta di norme o provvedimenti che penalizzino la libertà di pensiero e di espressione – da non confondere con la libertà degli “uffici stampa” del sistema – con la scusa di difendere la “democrazia ” e i cosiddetti “valori occidentali”), perché tanto più si restringe lo “spazio pubblico”, tanto più è probabile che il sistema possa mantenere alta la soglia del “non sapere sul mondo”. Ovvero un “non sapere” che richiama alla memoria quel che Martin Heidegger, nel suo capolavoro “Essere e tempo” designa come il mondo del “Man”, del “Si” (“si dice, “si pensa”, “si fa”), che contraddistingue l’esistenza inautentica, anonima e impersonale, e che in una società in cui le relazioni tra le persone e le cose valgono molto più delle relazioni tra le persone equivale alla peggior forma di alienazione possibile.

Fabio Falchi

NOTE

1) N.Luhmann, “Rechtssoziologie”, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg, 1972, p.71; in relazione al tema trattato in questo articolo si vedano D. Zolo, “Complessità, potere, democrazia”, in N.Luhmann, Potere e complessità sociale, Il Saggiatore, Milano 1979, pp.IX- XXX e R.De Giorgi, “Scienza del diritto e legittimazione”,.De Donato, Bari, 1979, pp.203-249. Si noti che i riferimenti alle opere di Luhmann sono tratti da questo saggio di De Giorgi.

2) N.Luhmann, “Soziologie als Theorie sozialer Systeme, in “Soziologische Aufklärung”, vol.I, Westdeutscher Verlag, Opladen, 1974, p.121.

3) N.Luhmann, “Legitimation durch Verfahren”, Luchterhand, Darmstad und Neuwied, 1975, p.28.

4) D. Zolo, op. cit., p.XXI.

5) N. Luhmann, “Funktionen und Folgen formaler Organisation”, Duncker und Humblot, Berlin, 1976, p.56.

6) N.Luhmann, “Rechtssoziologie”, op. cit., p.100.

7) Ibidem, p.140.

8) Si veda A. Braccio, “Italia in vendita. Vent’anni di privatizzazioni in una relazione della Corte dei Conti”, http://www.cpeurasia.eu/312/italia-in-vendita-%E2%80%93-vent%E2%80%99anni-di-privatizzazioni-in-una-relazione-della-corte-dei-conti

9) Si veda F. Roberti, “Corrado Gini e dintorni”, http://www.cpeurasia.eu/1031/corrado-gini-e-dintorni

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