martedì 4 giugno 2013

IL "FILM GEOPOLITICO" DELLA CRISI

A differenza di molti commentatori, interessati in particolar modo ad evidenziare gli squilibri del sistema finanziario internazionale per comprendere l’attuale crisi del capitalismo occidentale, noi abbiamo sempre cercato di comprendere tali squilibri alla luce del conflitto geopolitico. Per questo motivo, siamo convinti che anche un libro, indubbiamente utile e prezioso, come Il film della crisi, di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, (1) non colga appieno il significato di quella mutazione del capitalismo che Luciano Gallino definisce come “finanzcapitalismo”. (2) Ovverosia quell’enorme espansione del capitalismo finanziario, favorita dalla deregolamentazione dei movimenti internazionali dei capitali che si iniziò negli anni Ottanta con la Thatcher e Reagan e che portò, nel 1999, all’abolizione della legge bancaria del 1933, nota come Glass-Steagall Act, da parte dell’amministrazione Clinton.

Vero che anche Ruffolo e Sylos Labini hanno ben presente l’importanza dalla controffensiva capitalistica sferrata dalla “élite del potere” statunitense allo scopo di porre rimedio al declino dell’economia americana. Una controffensiva che segna la fine dell’Età dell’Oro (espressione che Ruffolo e Sylos Labini riprendono dallo storico Eric Hobswam e che designa il periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Settanta) e l’avvio di una nuova fase storica, che Ruffolo e Sylos Labini denominano l’Età del Capitalismo Finanziario e che potrebbe portare ad una nuova Età dei Torbidi (la prima essendo il periodo compreso tra l’inizio del Novecento e la Seconda Guerra Mondiale). Nondimeno, in questo “film della crisi”, rimangono quasi del tutto “fuori campo” non solo le ragioni della lotta politica del capitalismo occidentale “a guida” statunitense contro il socialismo sovietico (e ancora prima contro la Germania nazionalsocialista – la cui sconfitta, insieme a quella del Giappone, permise agli Stati Uniti di liquidare definitivamente la potenza inglese e di diventare, di fatto, i padroni del mondo dal punto di vista economico), ma anche e soprattutto quelle strategie politico-militari ed economiche tramite le quali gli Stati Uniti, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno cercato (e continuano a cercare) di realizzare il loro disegno di dominio globale. In altri termini, ci sembra che Ruffolo e Sylos Labini, nel prendere in esame il processo di globalizzazione, non tengano sufficientemente conto delle ragioni geopolitiche del “soggetto” che globalizza.

L’alleanza medesima tra capitalismo e democrazia liberale che avrebbe contraddistinto gli anni dell’Età dell’Oro, in effetti, non pare comprensibile senza tener conto della necessità per gli Stati Uniti, nel secondo dopoguerra, di piantare stabilmente le tende in Europa onde mantenere salda la “presa” sull’intera aerea occidentale. Né fu certo per generosità che gli Stati Uniti si impegnarono in un programma di aiuti economici ai Paesi europei, ma naturalmente per interesse politico ed economico, dacché la domanda interna non poteva da sola “alimentare” il gigantesco sistema produttivo statunitense. La ripresa dell’Europa, anche se non v’è alcun dubbio che sia stata favorita dagli Stati Uniti, dipese da vari fattori (e non si deve nemmeno dimenticare che ebbe a trarre notevole vantaggio sia dalla guerra di Corea sia dalla creazione della Ceca, ossia la “Comunità europea del carbone e dell’acciaio”), compresa una situazione internazionale che vedeva gli Stati Uniti svolgere la funzione di “centro regolatore” dell’economia mondiale, come si era stabilito, nell’estate del 1944, a Bretton Woods, ove, com’è noto, si gettarono le basi di un nuovo ordine mondiale che riservava agli Stati Uniti sia la funzione politico-strategica sia quella economico-finanziaria. Agli Stati Uniti si riconosceva cioè una funzione di indirizzo e di controllo dell’intera vita politica ed economica dell’Occidente, anche per garantire l’istituzionalizzazione del conflitto sociale e impedire così la crescita di movimenti rivoluzionari, comunisti e socialisti, in specie nell’Europa Occidentale.

D’altra parte è significativo (pur dovendo tener presenti tutti i distinguo, le varianti e le sottovarianti possibili) che l’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale (che tramite il Welfare assicurò sviluppo sociale e benessere economico negli anni del secondo dopoguerra) non sia mai venuta meno, in Occidente, neanche dopo la fine dell’Età dell’Oro. E’ evidente quindi, anche sotto questo aspetto, che è semplicistico e fuorviante considerare il “finanzcapitalismo” (che pure è fenomeno di fondamentale importanza) come la “variante cattiva” del capitalismo. Invero, si dovrebbero abbandonare degli schemi concettuali basati su una visione meramente “economicistica” del capitalismo e comprendere che il sistema capitalistico (che, a nostro avviso, si fonda su quella che Karl Polanyi definisce come “società di mercato”) ha necessariamente bisogno di un “centro regolatore” per la risoluzione dei conflitti internazionali e sociali. Un ruolo svolto appunto dagli Stati Uniti a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avvalendosi anche di organizzazioni “internazionali” (come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e così via), benché insieme con altri centri potere “subdominanti” (si pensi alla cosiddetta “Trilaterale” – Usa, Ue, o meglio l’Europa Settentrionale, e  Giappone – ma anche alle particolari relazioni tra gli Usa e Israele e tra gli Usa e le petromonarchie del Golfo). Fu questa “rete di potere” che consentì agli Stati Uniti di ristrutturare l’intero sistema internazionale, grazie anche ad una innovazione strategica e tecnologica che condusse, nel giro di un decennio, alla scomparsa dell’Unione Sovietica (la cui “spinta propulsiva” si deve ritenere già esaurita, grosso modo, alla fine degli anni Cinquanta, dato che l’Unione Sovietica era pressoché del tutto dipendente dall’industria pesante – che conobbe una formidabile espansione durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché gli americani diedero ai russi tutti quei materiali che solo un’industria leggera e una media e piccola impresa privata possono produrre con efficienza – e “soffocata” dalla burocrazia, dall’ideologia e da una nomenklatura tanto ottusa quanto dispotica). E si trattò di una innovazione che, profittando della debolezza e poi del crollo dell’Urss, portò pure ad una radicale trasformazione del modo di produzione e dei rapporti sociali, eliminando in un batter d’occhio decenni di “retorica democratica”.

E’ innegabile, del resto, che lotta per la supremazia geopolitica, crisi del Welfare e abolizione di fondamentali diritti sociali ed economici siano aspetti essenziali di un unico “processo geopolitico” teso a consolidare l’egemonia atlantista e la struttura di potere della “società di mercato” occidentale. E’ affatto logico pertanto che l’economico venga usato come un mezzo per imporre delle strategie politiche (concernenti le regole del sistema – quelle cioè in base a cui è possibile scegliere tra diverse opzioni) miranti a rafforzare la potenza statunitense come centro egemonico mondiale, in quanto unica potenza che può effettivamente tutelare gli interessi dei gruppi dominanti nei singoli Paesi occidentali. E questo ovviamente vale sia nei confronti dei ceti popolari e dei “grossi” ceti medi (che, pur se di solito definiti ceti produttivi o riflessivi, sono ceti “subalterni” sia sotto il profilo economico che sotto quello culturale), sia, sul piano internazionale, nei confronti di altre potenze, tanto più se caratterizzate da un diverso sistema politico e socio-economico.

Di conseguenza, è naturale che anche il palese fallimento del capitalismo finanziario (che, anziché garantire la crescita, ha dato origine ad una crisi economica che ha aggravato enormemente il divario tra ricchi e poveri nello stesso mondo occidentale) assuma un significato del tutto particolare. Vale a dire che la crisi seguita al fallimento della Lehman Brothers si rivela essere prima di tutto una crisi geopolitica, nel senso che è, ad un tempo, effetto della controffensiva statunitense iniziatasi nella seconda metà del secolo scorso e del fatto che tale controffensiva non ha avuto quel pieno successo che invece dopo il crollo dell’Unione Sovietica sembrava a portata di mano. E ciò non solo per l’emergere di nuove potenze, quali la Cina o l’India, per gli insuccessi degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan o per il nuovo corso “socialista” di alcuni Paesi dell’America Latina, ma anche per la politica della Russia di Putin che ha impedito che la bandiera a stelle e strisce sventolasse su  quasi tutta l’Eurasia (e si può immaginare che cosa sarebbe accaduto se gli Stati Uniti, ovvero i “mercati”, si fossero impadroniti – come stavano per fare – delle immense risorse della Russia).

Da qui la necessità di una ulteriore ridefinizione della strategia globale statunitense imperniata, sull’alleanza (indipendentemente dai rapporti, tutt’altro che chiari, tra i servizi statunitensi e al-Qaeda) tra gli Stati Uniti e le forze islamiste al soldo delle petromonarchie del Golfo, protagoniste della cosiddetta “primavera araba”, che di fatto è consistita in una serie di “operazioni colorate”, che hanno sfruttato il malcontento popolare nei confronti del regime tunisino e di quello egiziano per fare spazio a gruppi di potere ritenuti più capaci di controllare il conflitto politico e sociale in funzione degli interessi delle “forze (filo)occidentali”, nonché per liquidare nell’area mediterranea ogni ostacolo alla politica di potenza degli Stati Uniti – Siria compresa, benché il regime di Assad si stia rivelando un “osso troppo duro” per le bande islamiste, appoggiate e finanziate dalle “forze (filo)occidentali”. Peraltro, non dovrebbe nemmeno stupire che anche l’offensiva dei “mercati” contro il “ventre molle” di Eurolandia sia parte integrante di tale strategia. Un’offensiva favorita da una classe dirigente europea il cui scopo principale pare essere quello di impedire che la Germania abbia la possibilità di “allontanarsi” dall’Unione Europea – e ciò nonostante che la Germania ancora non capisca (o faccia finta di non capire) che non è (solo) per virtù propria ma soprattutto per la situazione geopolitica generale che la sua economia (e in primo luogo la sua bilancia commerciale) può crescere a danno (ma ancora per quanto tempo?) dei Paesi europei più deboli.

Comunque sia, è alla luce di questo contesto geopolitico che si deve prendere in considerazione la tesi di Ruffolo e Sylos Labyni secondo cui è necessario «il ritorno non al disegno di Bretton Woods, ma al suo progetto rivale, quello proposto nella stessa sede da John M. Keynes, non basato sull’egemonia americana e che preveda un pari responsabilità dei Paesi creditori e dei Paesi debitori». (3) Non a caso è proprio la strategia statunitense nei confronti della Gran Bretagna subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale (strategia che i liberali tendono a dimenticare o a sottovalutare) che conferma appieno che il sistema capitalistico sarebbe un specie di hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” qualora non vi fosse un unico centro di potenza (altro che mercato autoregolantesi!) a regolare il conflitto sia tra (sub)dominanti che tra (sub)dominanti e dominati (per spiegarsi in termini semplici ma chiari a tutti).

L’8 maggio del 1945, infatti, gli Stati Uniti non esitarono ad interrompere, di punto in bianco, gli aiuti concessi alla Gran Bretagna (tranne gli aiuti per la guerra del Pacifico che continuarono fino al 21 agosto) in base alla legge “Affitti e Prestiti” del marzo 1941. Londra fu subito costretta ad inviare a Washington una delegazione di cui faceva parte lo stesso John M. Keynes, ma senza ottenere alcun risultato. Gli Stati Uniti erano decisi a liquidare definitivamente l’impero britannico, perfettamente consapevoli di interpretare la parte più dinamica e aggressiva del sistema capitalistico. Le condizioni durissime imposte dagli Stati Uniti per un nuovo prestito (che prevedevano tra l’altro la ratifica degli accordi di Bretton Woods e la convertibilità della sterlina entro il luglio del 1947, con conseguenze pesantissime per la bilancia dei pagamenti inglese), aggravarono considerevolmente la già precaria situazione della Gran Bretagna (impegnata pure, dopo la vittoria del laburisti, nell’estate del 1945, nella costruzione del Welfare State), tanto che, durante il terribile inverno del ’46-’47, il governo dovette perfino razionare, oltre al pane, la corrente elettrica e sospendere la pubblicazione dei settimanali. L’economia inglese in seguito riuscì lentamente a risalire la china, anche grazie al Piano Marshall, ma i costi politici dello scontro con gli Stati Uniti furono salatissimi. E il ridimensionamento della potenza inglese fu chiaro a chiunque allorché Londra prese la decisione di abbandonare la Grecia per l’impossibilità di rifornire il corpo di spedizione di 16000 soldati britannici e di appoggiare l’esercito greco contro i partigiani comunisti di Markos. (4)

Eppure sarebbe decisamente errato vedere in questo solo l’arroganza di una particolare amministrazione statunitense, anziché un modo di procedere del  tutto “normale” per la potenza capitalistica predominante. Ne è ulteriore e decisiva conferma la politica di potenza statunitense subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che invece secondo i sostenitori dell’alleanza tra capitalismo e democrazia liberale avrebbe dovuto portare ad una sorta di sistema occidentale multipolare (mentre era proprio la presenza del “blocco sovietico” a garantire un certo margine d’azione ai singoli Stati del “blocco occidentale” ed alle forze popolari e socialdemocratiche europee). Inoltre è particolarmente significativo che, negli anni Ottanta, un obiettivo di primaria importanza per i circoli (filo)atlantisti sia stato quello di spazzare via l’ostacolo rappresentato dalla socialdemocrazia scandinava (un’operazione che probabilmente costò la vita ad Olof Palme). Al riguardo, scrive Bruno Amoroso che «tolti di mezzo gli scomodi scandinavi la campagna di destabilizzazione si estende al Regno Unito, muove verso il Sud dell’Europa, passando per la Germania e la Francia. Fatto crollare il sistema dei Paesi socialisti e dei Paesi del “terzo mondo”, che ad essi si appoggiavano, nel corso degli anni ’80-’90 venne il momento dei Paesi del Sud, l’Italia e la Spagna in particolare. Inizia cioè l’operazione “mani pulite” che consegnerà il sistema politico italiano e spagnolo [...] alle nuove strategie del capitalismo e cioè alla loro adesione acritica e servile alla globalizzazione e a una Europa “occidentalizzata”». (5)

Si tratta appunto di quella strategia imperniata sul cosiddetto “unipolarismo statunitense” e che, come si è già ricordato, è entrata in crisi in questi ultimi anni, ma che non può essere seguita da una “fase multipolare” senza che gli Stati Uniti vi si oppongano in ogni modo. A tale proposito, si dovrebbe pure nettamente distinguere la questione di un sistema internazionale multipolare da quella concernente la possibilità di dar vita ad un sistema capitalistico policentrico. Se le considerazioni fin qui svolte sono corrette, è certo possibile che si formi un “polo geopolitico alternativo” (come potrebbe essere quello dei Brics) rispetto a quello occidentale, ma non è possibile che vi sia un sistema (liberal)capitalistico policentrico. Il sistema capitalistico occidentale può tollerare che via sia un certo equilibrio geopolitico multipolare (ossia che esista anche un sistema non capitalistico, o perlomeno non liberalcapitalistico, socialista o “dirigista” che sia), almeno fino a quando non sia in grado di eliminare il “polo antagonista” (e quindi tenterà in ogni modo di creare le condizioni perché ciò sia possibile), ma non può esso stesso essere un sistema multipolare senza rischiare di essere distrutto da “lotte intestine”. In sostanza, è inevitabile che vi sia una sola potenza capitalistica predominante e che la sua “sfera di potenza” sia tendenzialmente illimitata sotto ogni punto di vista (politico, militare, economico e culturale). Sicché, non sorprende che gli Stati Uniti, in specie con la cosiddetta “geopolitica del caos”, tentino di impedire con ogni mezzo che si possa dare origine ad un autentico sistema internazionale multipolare, né che già dagli anni Ottanta la strategia statunitense fosse attenta a “riformare” gli equilibri europei, per evitare che si potesse costituire un “polo geopolitico” europeo, che necessariamente si sarebbe scontrato con gli Stati Uniti.

D’altronde, si deve tener pure presente che nessun’altra potenza rappresenta una “società di mercato” meglio di quella statunitense, che si potrebbe definire una sorta di “talassocrazia assoluta” che mira al dominio della terra, e la cui caratteristica principale consiste in una volontà di potenza che si vuole “libera” «dalla natura, dal tempo e dalla storia» (6) per esportare ovunque la “religione” dell’homo oeconomicus. Va da sé che lo stesso Warfare State, l’immenso apparato militare statunitense – che ha permesso tra l’altro di finanziare con il denaro pubblico (nella patria del liberismo!) settori strategici come il settore della tecnologia aerospaziale, quello dell’elettronica e quello dell’informatica – (7) svolge un ruolo che ha ben poco a che vedere con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, benché indubbiamente il “sistema occidentale” preferisca agire tramite i media mainstream (di cui il “grande capitale” detiene l’effettivo controllo) e la guerra economica per destabilizzare un Paese e/o distruggerne la base produttiva. (8) Ma si tratta di “cose note” su cui non occorre insistere.

Ciò su cui è invece necessario insistere è che il secolo da poco trascorso ben difficilmente lo si può comprendere senza prendere in esame il declino della potenza inglese (cominciato alla fine dell’Ottocento), la talassocrazia europea che svolse la funzione di “centro regolatore” del sistema capitalistico mondiale fino all’ascesa della Germania e degli stessi Stati Uniti. (9) La crisi economica di fine Ottocento e quella del ’29, ciascuna seguita da una guerra mondiale, non possono non essere messe in relazione al venir meno di quell’equilibrio internazionale che poggiava sul dominio dei mari (e dei “mercati”) da parte della potenza inglese. In definitiva, come insegna Gianfranco La Grassa, si deve tener conto che, se in certe fasi storiche una parte riesce a prevalere nettamente sulle altre e si ha un certo equilibrio, vi sono sempre dei conflitti di varia intensità, sì che prima o poi si passa ad una fase fortemente conflittuale tra i diversi centri di potenza. Ma ciò vale principalmente per il sistema capitalistico, in quanto «l’accentuarsi del combattimento interdominanti […] non ha affatto come scopo il profitto bensì quello della supremazia di certi gruppi su altri, uno scopo per il quale il profitto diventa mezzo [di modo che] il profitto non è fine se non per il singolo capitalista, mero portatore soggettivo di un processo oggettivo in corso di svolgimento nel campo di battaglia, eminentemente politico». (10) Si potrebbe allora affermare che il sistema capitalistico tende ad un equilibrio in cui vi sia un “centro regolatore” dei conflitti (cioè una sola potenza predominante, poiché non si può prescindere dalla potenza politico-militare, dagli apparati coercitivi e ideologici di uno Stato). Un equilibro sempre fluido e tale che, se vien meno, è inevitabile che il sistema capitalistico tenda a ripristinarlo anche con un regolamento bellico dei conti (benché possa anche solo trattarsi di una guerra economica, i cui effetti però possono essere perfino più devastanti di una guerra vera e propria).

In questa prospettiva, ci pare ovvio che anche la strategia alternativa proposta da Ruffolo e Sylos Labini, che dovrebbe portare ad una “nuova alleanza” tra capitalismo e democrazia, fondata su un’economia mista, non possa che essere destinata al fallimento. Certo, siamo i primi a riconoscere a Ruffolo e Sylos Labini il merito di aver compreso l’importanza delle obbligazioni Mefo grazie alle quali Hjalmar Schacht «fra il 1933 e il 1936 realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, persino più significativo del tanto celebrato “New Deal” di Franklin D. Roosevelt». (11) Tuttavia, è chiaro che nuovi strumenti finanziari e riconversione ecologica dell’economia perché non siano una mera “operazione di cosmesi” presuppongono un mutamento di “orientamento geopolitico”, che nessuna amministrazione statunitense né alcun centro di potere euroatlantista potranno mai promuovere. La riforma del sistema finanziario mondiale, ancora basato sull’egemonia del complesso “politico-militare-industriale-finanziario-culturale” degli Stati Uniti e di quei centri di potere che da questo “complesso” dipendono, sembra quindi presupporre quello che tale riforma dovrebbe ottenere, ovverosia la fine della potenza statunitense come “centro regolatore” del sistema capitalistico occidentale. D’altra parte, la lezione che si deve trarre dal fallimento del progetto di Olof Palme, che intendeva creare un “polo geopolitico socialista” nel cuore dell’Europa (e che, con ogni probabilità, avrebbe rappresentato anche una eccezionale chance per realizzare un “polo geopolitico mediterraneo”) è che la “forma Stato” liberale non può “incastonare” il mercato se non in circostanze geopolitiche particolari, derivanti dal conflitto tra “blocchi di potere” di contrapposti. Ragion per cui ogni Paese che si contrapponga alla politica capitalistica predominante dovrebbe necessariamente essere capace di difendersi dagli attacchi sferrati dai “mercati”, dai media mainstream e dalle “quinte colonne” che possono sempre contare sull’appoggio di gruppi di potere e organizzazioni “internazionali”.

Ciò non significa che l’Europa non abbia altra scelta che seguire i diktat dei “mercati”, ma se è necessario ridefinire l’architettura politica dell’Unione europea per sottrarre l’Europa alla morsa dei “mercati”, come sostengono gli stessi autori del Film della crisi, bisognerebbe ridefinire anche il sistema politico occidentale (pur dovendo evitare gli errori e gli orrori dei regimi totalitari; il problema, si badi, non è la democrazia, intesa come partecipazione del popolo alla vita politica – partecipazione però che può essere garantita in modi assai diversi – , bensì come sia possibile restituire lo scettro al “principe”, come sia cioè possibile interpretare e difendere l’interesse della collettività evitando che “sovrani” siano i “mercati”). (12) Né ciò sarebbe sufficiente, poiché, in ogni caso, sarebbe necessario mutare l’”orientamento geopolitico” dell’Europa, perlomeno intensificando le relazioni politiche ed economiche con le potenze dell’Eurasia (senza le quali ogni riforma del sistema finanziario internazionale è pura fantasia), di modo da poter indebolire la “presa” statunitense e dei “mercati” sulla politica europea. Peraltro, è scontato che una “economia mista” raggiungerebbe appieno il proprio scopo – quello di porre l’economico (il mercato) al servizio dell’intera società e non viceversa come accade in una “società di mercato” – se (secondo la nota tesi di Karl Polanyi) lavoro, terra e moneta non venissero più considerati merci. Il che però sarebbe possibile solo se si creassero anche le condizioni geopolitiche e culturali per un definitivo superamento (ed era ciò cui mirava anche il progetto di Olof Palme) di un sistema internazionale basato sulla crescita illimitata della volontà di potenza economica del centro di potere predominante. Una “dismisura” che concerne l’essenza stessa del capitalismo, in quanto “ideologia e prassi” dell’homo oeconmicus. Facile dunque concludere che, rebus sic stantibus, è assai difficile che vi possa essere una Unione Europea realmente capace di sfidare o almeno di contrastare l’egemonia statunitense.







1) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, Il film della crisi, Einaudi, Torino, 2012.

2) Luciano Gallino, Finanazcapitalismo, Einaudi, Torino, 2011.

3) Giorgio Ruffolo e Sylos Labini, op. cit., p. 117. Per un’analisi geopolitica della controffensiva statunitense, a partire dall’inizio degli anni Settanta (esattamente dal 15 agosto 1971, ossia dalla dichiarazione di Nixon sullo sganciamento del dollaro dall’oro, che segna la fine del sistema internazionale cui si era dato inizio con gli accordi di Bretton Woods) fino ai nostri giorni, si veda Giacomo Gabellini, Shock, Anteo Edizioni, 2013.

4) Si veda Giuseppe Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1980, pp. 53-62.

5) Bruno Amoroso, L’apartheid globale, Lavoro, Roma, 1999, citato in Giacomo Gabellini, op. cit., p. 42.

6) Harold Bloom, La religione americana, Milano, Garzanti, 1994, p. 52

7) Si pensi che cosa sarebbe stata l’Olivetti se avesse potuto contare su tali finanziamenti allorquando, alla fine degli Sessanta, era all’avanguardia nel settore dell’informatica (su questo tema si veda l’intervista a Giorgio Panattoni di Giuseppe Germinario http: //www. Conflittiestrategie. it/lolivetti-vista-da-un-suo-protagonista-giorgio-panattoni-2 ).

8) Su questo argomento è veramente prezioso il già citato libro di Gabellini. Per quanto concerne il mondo dell’informazione, mai come oggi sarebbe necessario distinguere tra libertà della stampa e libertà di stampa e di espressione (garantita soprattutto da Internet e dalla piccola editoria e minacciata invece dal potere dei media mainstream).

9) Ovviamente, qui non intendiamo tentare alcuna ricostruzione storica di eventi estremamente complessi, ma cercare solo di comprendere l’attuale fase storica sotto l’aspetto geopolitico, nonché, in un certo  senso, sotto quello “metapolitico”.

10) Gianfranco La Grassa, Oltre l’orizzonte, Besa, Lecce, 2011, pp. 62 e 109.

11) Gorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, op. cit., pp. 78-79. Per la strategia alternativa proposta di Ruffolo e Sylos Labini si veda Ivi, pp. 85-111.

12) Che il sistema politico liberale sia sempre più dipendente da altri centri di potere, crediamo che non possa essere messo seriamente in discussione da nessuno. Perfino il pluralismo della società occidentale è in larga misura in funzione della struttura dell’apparato tecnico-produttivo.

venerdì 10 maggio 2013

LO SPECCHIO DELLA SAPIENZA. GIORGIO COLLI E L'EURASIATISMO

Il mio scritto "Lo specchio della sapienza. Giorgio Colli e l'eurasiatismo" ("Eurasia" 3/2010)  è disponibile sul sito dell'Archivio Giorgio Colli:
http://www.giorgiocolli.it/it/biblioteca/lo-specchio-della-sapienza-giorgio-colli-e-leurasiatismo

lunedì 29 aprile 2013

MASCHERA E VOLTO DELLA POLITICA ITALIANA


Il ciclo politico iniziatosi con l’”operazione colorata” Mani Pulite si sta per compiere con un colpo di scena più apparente che reale, ovvero con il Governo del Presidente, garante degli interessi dei “mercati” e vera manina d’oltreoceano in versione tricolore, che ha benedetto l’alleanza tra Berlusconi – il “nano malefico” che voleva distruggere l’Europa, secondo l’”Economist” (il settimanale preferito dai “centro-sinistri” che considerano “populista” chiunque non riesca a guadagnare almeno 10000 euro al mese), e che “rappresenta”, in particolare, i propri interessi e quelli dei suoi compagni (e “compagne”) di merende – e Bersani, un politico di seconda categoria, “rappresentante” degli interessi del ceto medio “semicolto”, ma soprattutto di quelli della grande industria (decotta) e della finanza (fellona) tricolori, anche se probabilmente non li “rappresenta” bene come il suo rivale, il “giovane” sindaco di Firenze, quel Renzi che come Nanni Moretti pare sia sempre sul punto di affogare in un barattolo di nutella. Eppure si tratta solo del finale di una commedia dell’assurdo per il “popolo bue”, che evidentemente, dopo oltre vent’anni di teatrino politico di infimo ordine, lo si ritiene talmente rincitrullito da poter fargli ingoiare qualsiasi rospo. Infatti, quel che in realtà sta accadendo (perché in politica, se non sempre, quasi sempre l’apparenza inganna) è non opposto a quel che appare, ma un po’ più complesso di che quel che appare, giacché è l’intero che conta, se si vuol comprendere il senso delle singole parti).



Non vogliamo certo sostenere che l’analisi della situazione in cui si trova il nostro Paese non debba tener conto della suddetta “operazione colorata” che diede origine ad uno nuovo corso politico, “simbolo” del quale si può considerare il noto incontro tra “gentiluomini” (o se si preferisce, il gentlemen’s agreement) a bordo del panfilo Britannia, il 2 giugno 1992. Nondimeno, si deve tener presente che se i mezzi di cui si sono avvalsi e si avvalgano gli strateghi dei centri egemonici euroatlantisti (notare il plurale) sono stati e sono gli “agenti” che rappresentano i diversi gruppi d’interesse “indigeni”, tali “attori politici” (da Berlusconi a D’Alema, da Amato a Prodi e così via), anche se ben remunerati per i loro “servigi”, sono solo “strumenti”(spesso perfino inconsapevoli, esattamente come i gazzettieri al soldo dei diversi gruppi d’interesse in lotta tra di loro) di strategie geopolitiche il cui scopo non lo si deve certo confondere con i mezzi che si usano per raggiungerlo. Non ci vuole molto allora per capire qual è il “fine reale” che tali centri egemonici perseguono con tenacia e coerenza almeno dagli anni Settanta, ma che solo le “mani pulite” della magistratura italiana hanno reso assai meno difficile conseguire. Vediamo brevemente perché.



*



L’Italia, nel secondo dopoguerra – vuoi per il ruolo di una solida e dinamica impresa pubblica, soprattutto nei settori strategici (Eni, Iri etc.), vuoi per una miriade di intraprendenti piccole e medie imprese, diffuse a macchia di leopardo in buona parte del territorio nazionale, vuoi per la presenza della Chiesa cattolica e di un forte partito comunista, assai ben organizzato e ben radicato nella struttura sociale- era uno Stato a sovranità limitata, ma con caratteristiche tali da renderlo “anomalo” rispetto agli altri Stati occidentali (ossia non conforme alla regola generale, alla norma, alla struttura tipica dell’Occidente), e da permettere alla classe dirigente italiana, o meglio ad alcuni membri di essa, di avere un certa libertà di manovra, anche a livello internazionale. Il tutto reso in qualche modo ancora più significativo dal fatto che la società italiana, pur conoscendo un massiccio fenomeno di migrazione interna negli anni Cinquanta e Sessanta (specialmente dal Sud al Nord, verso il triangolo industriale i cui vertici erano Torino Milano e Genova), era ancora contraddistinta da principi e valori di una cultura plurisecolare (e ancora legata al mondo contadino), e dal fatto che la grande industria a gestione pubblica coesisteva con un capitalismo di tipo sostanzialmente familiare e borghese, ossia con poche grande aziende private (benché assai diverse per quanto concerne il modo di intendere la funzione sociale del capitale, sì che non è un caso che oggi sia ancora presente la Fiat, ma non l’Olivetti). Un capitalismo pertanto differente da quello basato sui funzionari del capitale (e che era presente già da tempo in Occidente), dato che la particolare formazione sociale italiana comportava appunto che la maggior parte dei manager fossero al servizio non tanto del capitale quanto dello Stato, inteso come insieme di apparati coercitivi e ideologici (non necessariamente in senso negativo), in grado di svolgere una funzione pubblica e strategica nettamente distinta da (benché, lo si deve riconoscere, non necessariamente contrapposta a) quella di interessi privati, nazionali o stranieri. Una differenza non da poco sia sul piano politico che su quello economico (Enrico Mattei docet).



D’altronde, a partire dagli anni Settanta, con la fine del Gold Standard, il capitalismo occidentale dovendo far fronte alla crisi geopolitica del centro regolatore mondiale del capitalismo, cioè gli Stati Uniti, seppe reagire con una innovazione strategica (che traeva profitto dalla “rivoluzione tecnologica” nel campo dell’elettronica e in quello dell’informatica), incentrata sulla ridefinizione della potenza statunitense in chiave non solo politico-militare, ma anche in chiave finanziaria, e che doveva obbligare, nel giro di pochi anni, i singoli Stati a dipendere dalle decisioni del “mercato”, sfruttando in primo luogo le “disfunzioni” del Welfare State (clientelismo, assistenzialismo, inefficienza etc.), non allo scopo di “curarlo” ma di liquidarlo definitivamente. Un mutamento quindi che non avrebbe potuto non avere “pesanti” conseguenze per la struttura sociale ed economica italiana, qualora l’Italia non si fosse dotata rapidamente di una nuova “corazza” politico-economica, sfruttando quei margini di manovra di cui ancor godeva. Tuttavia, il sistema politico italiano già reso inefficiente dal diffondersi della corruzione e scosso dalla strategia della tensione, nonché dal terrorismo, rosso e nero, aveva enormi difficoltà a rinnovarsi. Tanto che fu il referendum sul divorzio a mostrare al Pci (che, convinto della necessità di un’alleanza con le masse popolari democristiane, temeva che tale referendum fosse un grave errore) che i tempi stavano cambiando anche in Italia e che il vento dell’Ovest avrebbe soffiato molto più forte, considerando pure le evidenti e non contingenti patologie che affliggevano il sistema sovietico. Cominciò così il lungo cammino del più grande e forte partito comunista occidentale verso Washington. Un percorso non “lineare”, né privo di difficoltà o di incertezze – sia per il caso Moro, sia per contrastare la politica del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), sia per non allarmare troppo la propria “base” – ma che venne a configurasi sempre più chiaramente come un passaggio  – accelerato ma non causato dal crollo dell’Unione Sovietica – dall’eurocomunismo all’euroatlantismo.



Ragion per cui, negli anni Ottanta, da un lato, venne completamente a mancare quella spinta ideale che negli anni precedenti, nonostante tutto, era ancora presente anche in certi ambienti politici, non solo di sinistra o cattolici, e a consolidarsi un regime partitocratico imperniato sul (già menzionato) CAF, ma pure sulla partecipazione alla gestione della “cosa pubblica” del Pci mentre continuava la sua ”lunga marcia” verso Ovest. Dall’altro, con la rinuncia al controllo politico del settore strategico nazionale e l’abbandono di un’idea di bene comune (e di giustizia sociale) condivisa da tutti gli strati della popolazione, in particolare dai ceti medio-bassi e popolari, si sancì il definitivo distacco di gran parte della intellighenzia italiana da ogni concezione socialista.  Un mutamento di “paradigma” politico-culturale favorito non poco dall’onda lunga del Sessantotto che spazzò via nel medesimo tempo la “vecchia” morale borghese e le strutture sociali e culturali ancora legate al mondo contadino – ma unicamente al fine di “glorificare” una sorta di “fondamentalismo laico e liberista” (assai ben rappresentato dal quotidiano “La Repubblica”) che, in quanto “espressione” di un egualitarismo astratto e formale, “maschera” le reali e sostanziali diseguaglianze sociali ed economiche, promuovendo quella forma di individualismo, secondo cui lo Stato deve essere neutrale rispetto ai valori, mentre si deve lasciare che sia il “mercato” a decidere quali siano i valori fondanti di una società.



Si badi però che ciò non significa che non fosse necessario modernizzare il sistema sociale italiano; anzi è vero l’opposto, giacché la modernizzazione del sistema italiano era ormai inevitabile. Il problema era come modernizzare. Un problema che la classe politica di allora non si pose nemmeno, tranne qualche lodevole eccezione, essendo interessata a chi doveva modernizzare – allorché fu palese, soprattutto dopo il risultato del referendum sul divorzio, che si doveva modernizzare – ma non a come si doveva modernizzare. Epperò, non è assurdo ipotizzare che la necessità di modernizzare il sistema sociale italiano, avrebbe potuto anche dare origine ad un corso politico diverso da quello neoliberista, evitando di svellere quelle “radici culturali” che di fatto erano a fondamento del “particolare sviluppo” del nostro Paese – una questione tutt’altro che irrilevante come dimostra il “fallimento” politico, e non solo politico, di una Unione Europea che, privilegiando una “demenziale” ottica economicistica, non tiene neanche conto delle differenze tra l’area mediterranea e quella baltica). Comunque sia, è innegabile che – allorquando si attuava una ristrutturazione della megamacchina capitalistica occidentale tramite le politiche di deregolamentazione e di liberalizzazione del movimento dei capitali, che rendevano possibile ciò che si suole denominare – assai genericamente – mondializzazione o globalizzazione – “ignorando” il “soggetto (geo)politico che mondializza o globalizza) – la cultura politica italiana, anziché concentrarsi sulla funzione della politica della potenza capitalistica predominante e del conflitto (geo)politico, preferì rivolgere la propria attenzione alla “soggettività”, alla microfisica del potere, all’economia libidinale e così via (una “svolta” le cui coneguenze cominciano a vedersi solo oggi che la finanziarizzazione dell’economia mondiale sta rivelando il suo volto (geo)politico).



Non sorprende quindi che, proprio quando era necessario avere un “classe politica” capace di “giocare la carta” della ”peculiarità” del sistema italiano in un contesto geopolitico del tutto diverso da quello che aveva contrassegnato fino ad allora il secondo dopoguerra, con la vicenda di Mani Pulite si siano venute a creare le condizioni per poter smantellare la nostra unica macchina da guerra che – sebbene non fosse del tutto “gioiosa” e fosse pure da ammodernare – sarebbe stata indubbiamente in grado di difendere l’interesse generale se comandata da abili condottieri. Sicché, si può ritenere che, in un certo senso, la stessa “operazione colorata” Mani Pulite sia stata generata, per così dire, dalla “marcia delle cose” più che dalla volontà dei singoli attori (geo)politici (e con ciò si elimina pure, in radice, qualsiasi “complottismo” da bar dello sport), consentendo ai diversi gruppi politici “locali” (invero bande di mercenari al servizio di potentati stranieri tutti filo-atlantisti) di lottare tra di loro per aggiudicarsi l’“osso migliore”, mentre venivano gettate le fondamenta della nuova Nato e della nuova Unione Europea (una ”ristrutturazione” assolutamente necessaria dopo il crollo del Muro e la riunificazione della Germania).



Facile dunque comprendere il “fine reale” dei centri egemonici atlantisti adesso che il loro disegno si è quasi completamente realizzato: se la Nato è il braccio violento della legge del “mercato occidentale” e l’Unione Europea, dopo l’introduzione dell’euro (anche allo scopo di saldare la Germania all’Atlantico), è uno zombie geopolitico alla mercé dei “mercati”, lo Stato italiano si è definitivamente (o quasi) trasformato (senza che nessuno dei diversi schieramenti in lotta tra di loro vi si sia mai opposto, al di là di alcuni giri di valzer con Putin e Gheddafi da parte del “nano” – in senso politico, s’intende – di Arcore) in un funzionario del capitale euroatlantista che deve svolgere bene i compiti (assai importanti, al contrario di quanto pensano parecchi italiani “ingenui”) assegnatigli dai “mercati”. D’altra parte, dovrebbe essere manifesto a chiunque che se negli anni Novanta il debito pubblico (cresciuto a dismisura dopo il divorzio tra Bankitalia e Tesoro) fu usato per (s)vendere il nostro settore strategico ai potentati stranieri, ancora una volta i “mercati” possono far leva sul debito pubblico per trarre il massimo profitto dalla situazione originatasi dopo lo tsunami finanziario del 2008 (e costato all’Italia, secondo lo stesso Draghi, il 5% del Pil). Il che per i centri egemonici euroatlantisti e i loro zelanti servitori (politici, gazzettieri e intellettuali) è “cosa buona e giusta”, ma non per quei “molti” ormai quasi del tutto privi di diritti sociali ed economici. Ma anche il teatrino della politica italiana, del resto, non può più nascondere il fatto che il berlusconismo e l’antiberlusconismo sono, in realtà, due “effetti di superficie” della medesima “struttura profonda”.



*



Naturalmente vi sono molte altre questioni di cui si dovrebbe tener conto per spiegare il rapporto tra siffatta “struttura profonda” ed suoi “effetti di superficie”, passati e presenti. Lo scopo di questa breve nota, tuttavia, è solo quello di mostrare, sia pure a grande linee, alcune delle ragioni (geo)politiche, onde capire meglio la tendenza fondamentale della politica italiana adesso che il nostro Paese si trova nella morsa di una gravissima crisi economica (e la “pressione” dei “mercati” e dei loro “agenti” sui ceti medio-bassi e popolari ha raggiunto livelli intollerabili). Anche noi ci rendiamo però perfettamente conto che un’analisi approfondita non deve limitarsi ad alcune considerazioni a volo d’uccello su una fase storica così difficile e densa di eventi, alcuni dei quali perfino di portata epocale. Sotto questo punto di vista, di “lavoro” ve n’è certo ancora molto da fare, e a maggior ragione lo si deve fare per interpretare bene i “singoli particolari”. Ma non è tanto l’aspetto meramente storico che rileva e nemmeno (anche se può sembrare blasfemo considerando la crisi che colpisce milioni di italiani) quello meramente economico, quanto piuttosto evidenziare i lineamenti fondamentali della strategia di quei “centri di potenza” che hanno messo in ginocchio lo Stato italiano trasformandolo in un funzionario del capitale euroatlantista. Sarebbe dunque necessario liberarsi al più presto di schemi concettuali obsoleti e/o “politicamente corretti”, nonché di ogni forma di economicismo, marxista o liberista che sia, e ciò proprio per interpretare correttamente il rapporto tra il Politico – inteso come funzione strategica per “regolare” i conflitti tra (sub)dominanti o tra (sub)dominanti e “dominati” – e l’Economico (secondo la “lezione” di Gianfranco La Grassa, i cui scritti sono di gran lunga i migliori su questo delicato argomento). Vale a dire che è essenziale comprendere la funzione dello Stato alla luce della supremazia del Politico, giacché oggi più che mai la vera “posta in gioco” è la (ri)conquista dello Stato, se si vuole delineare una prospettiva opposta a quella dell’euroatlantismo, sia sotto il profilo (geo)politico che sotto quello culturale e socio-economico.

lunedì 25 marzo 2013

DIECI ANNI FA, LA SECONDA GUERRA DEL GOLFO


Dieci anni fa, esattamente il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti, insieme con la Gran Bretagna, davano inizio alla Seconda Guerra del Golfo. A nulla valse l’opposizione della Francia, della Russia e della Cina, gli altri tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (un’organizzazione che confermò di non essere, né di poter essere, un autentico “attore geopolitico”, in grado cioè di far valere una propria visione politica, o se si preferisce in grado di far valere il punto di vista della comunità internazionale anche contro la volontà di quella che oggi è la potenza predominante). Peraltro, gli Stati Uniti, consapevoli di poter contare a priori sul sostegno del circo mediatico occidentale, aggirarono ogni ostacolo inventandosi che Saddam possedeva armi di distruzione di massa e accusando il regime iracheno addirittura di complicità nell’attentato dell’11 settembre 2001. Fu quindi facile per gli Stati Uniti sostenere la necessità di una guerra preventiva contro l’Iraq, onde garantire la sicurezza della comunità internazionale, nonostante che già allora fosse evidente sia che Washington stava accusando l’Iraq senza alcuna prova, sia che l’attentato dell’11 settembre aveva fornito l’occasione a Washington di intervenire militarmente in Afghanistan, con il pretesto di distruggere il gruppo terroristico di Al Qaeda, guidato dal saudita Osama Bin Laden.

Ben altro, infatti, era il vero obiettivo degli Stati Uniti, che, come ebbe a rivelare, nel 1998, l’ex direttore della Cia, Robert Gates, avevano cominciato ad appoggiare l’opposizione al governo di Kabul perfino prima dell’intervento sovietico; un’operazione che, secondo Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza del presidente Jimmy Carter, aveva avuto «l’effetto di attirare i russi nella trappola afghana» (1). Né sfuggiva agli statunitensi che l’Afghanistan è da sempre un crocevia fondamentale tra Cina, India, il Medio Oriente e l’Europa. Un “territorio” ancora più importante dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, dato che la fine del bipolarismo offriva agli Stati Uniti la possibilità di raggiungere lo scopo che almeno da un secolo tentavano (e tentano tuttora) di conseguire. Ovverosia l’incontrastata supremazia globale, basata su una dittatura di mercato “non evidente”, benché reale, in quanto celata, più o meno bene, dalla foglia di fico della “democrazia liberale” e “veicolata” dall’american way of living. Di conseguenza, da un lato, era essenziale per gli Stati Uniti liquidare tutto ciò che poteva ostacolare la formazione di una nuova società di mercato in funzione di una globalizzazione contraddistinta dalla “colonizzazione mercantile” di ogni mondo vitale e di ogni ambito sociale. Dall’altro, però gli Usa dovevano ridefinire gli equilibri mondiali in una prospettiva “americanocentrica”, sia mediante una ristrutturazione della Nato, al fine di ancorare definitivamente l’Europa all’Atlantico (un compito reso estremamente meno difficile dal tradimento della sinistra europea e dal fatto che l’oligarchia tecnocratica e “affaristica” del Vecchio continente poté sfruttare la riunificazione della Germania per mutare “in radice” il significato  politico dell’Unione Europea), sia mediante il controllo diretto del “cuore” dell’Eurasia.

Non sorprende allora la decisione di aggredire l’Iraq di Saddam Hussein, tanto più se si considera la relativa facilità con cui gli statunitensi avevano vinto la Prima Guerra del Golfo nel 1991. Una vittoria che pareva dar ragione a quegli analisti che ritenevano che l’aviazione e la superiorità tecnologica consentissero agli Stati Uniti di imporre la propria volontà a qualunque nemico, trascurando l’importanza dei “fattori culturali” (che invece si devono sempre tenere in considerazione, e proprio sotto il profilo politico-militare, come insegna la storia militare) e delle caratteristiche, non solo fisiche ma anche geopolitiche, di un determinato “territorio”. Comunque sia, anche se la Seconda Guerra del Golfo terminò nel giro di tre settimane, gli Stati Uniti, dopo la caduta del regime di Saddam, ancora una volta, come in Corea e soprattutto in Vietnam, furono incapaci di far sì che scopo politico e obiettivo militare fossero convergenti. E con il passare degli anni questa “forbice” continuò ad allargarsi, tanto da indurre Obama ad ordinare un ignominioso ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq.

Nondimeno, l’esercito nordamericano si è lasciato dietro una spaventosa scia di sangue, una catena orrenda di crimini e violenze di ogni specie, che hanno causato centinaia di migliaia di vittime che si sommano alle vittime causate dall’embargo imposto dall’Onu dopo la Prima Guerra del Golfo, e che provocò conseguenze gravissime per la popolazione civile, in particolare bambini e malati privi di medicine. Sarebbe però del tutto errato interpretare il ritiro dell’esercito statunitense dall’Iraq come una rinuncia della potenza capitalistica predominante ai suoi progetti di egemonia mondiale, ché anzi gli Usa sono ancor più decisi ad impedire che si possa dar vita ad un autentico “ordine multipolare” e devono necessariamente controllare il maggior numero di “posizioni dominanti”, sotto l’aspetto geostrategico, in vista della sfida con la Cina. Del resto, non è certo un caso che, da circa due anni, in Siria si combatta una durissima guerra che vede contrapporsi all’esercito della Repubblica araba socialista della Siria – ed al popolo siriano fedele ad Assad – delle bande armate e dei gruppi di islamisti, che comprendono numerosi mercenari e terroristi stranieri, finanziati e supportati dalle “petromonarchie” del Golfo (ma sarebbe più corretto denominarle “petrodittature” del Golfo). Ossia da Paesi che sono tra i principali alleati dello Stato nordamericano, che sembra essersi reso conto che non può fare tutto da solo e che deve cedere delle “quote di potere” ad alcuni gruppi “subdominanti” , al fine di evitare i pericoli derivanti da una “sovraesposizione imperiale”.

In sostanza, siamo in presenza di una nuova strategia che si fonda su un “approccio indiretto” anziché sullo scontro frontale, e che quindi  può rischiare di “giocare la carta” dell’islamismo contro l’Islam (2) (e la stessa eliminazione di Bin Laden si dovrebbe interpretare in questo senso). D’altronde, è noto che in ogni Paese vi sono delle divisioni di carattere etnico, religioso, sociale o ideologico che è possibile sfruttare, per favorire rivoluzioni colorate o per promuovere delle rivolte armate “eterodirette” o comunque guidate “dall’esterno”. Gli esempi purtroppo non mancano, basta pensare alla “primavera araba” in Egitto, alla ribellione dell’oligarchia islamista bengasina contro la Giamahiria di Gheddafi o alla rivolta contro il regime di Assad. Mutatis mutandis, lo scopo è sempre il solito, cioè «cambiare il regime di uno Stato avversario od occupare un territorio straniero, finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati». (3). E lo spiega chiaramente il documento strategico del Pentagono del 30 settembre 2001, secondo cui gli Stati Uniti devono intervenire ogni volta che vi sia «la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi», e in particolare qualora vi sia «la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse». (4)

In definitiva, il fallimento politico-militare in Iraq (e pure quello in Afghanistan, dove gli statunitensi devono usare i droni per combattere dei nemici fortemente radicati in un territorio che conoscono perfettamente, anche se possiedono solo “archi e frecce” per opporsi alla gigantesca macchina bellica della Nato) ha convinto Washington a considerare l’occupazione di un territorio solo come l’extrema ratio e a delegare ad altri “attori” la funzione di rappresentare gli interessi degli Usa nelle diverse aree del pianeta. Il che però fa aumentare il rischio di dipendere da personaggi come il “petrodittatore” del Qatar o da loschi figuri come Hashim Thaci, il “boss” dello Stato “mafioso” del Kosovo (5). Ne consegue che facilmente gli eventi possono prendere una direzione imprevista, dal momento che, facendo leva su “quinte colonne” per destabilizzare un Paese o anche per far cadere un regime amico, ma di cui non ci si fida più (anche semplicemente perché considerato non più “utile” o troppo debole e corrotto), è inevitabile che si rischi di perdere il controllo della situazione. Non si deve dimenticare però che gli Stati Uniti hanno una notevole esperienza in questo genere di “operazioni”, sia pure in un continente distante dall’Eurasia. Ci riferiamo naturalmente all’America Latina, il cosiddetto “cortile di casa” degli Usa. Tanto che quando George W. Bush, dopo l’attentato dell’11 settembre, dichiarò  guerra al “terrorismo internazionale”, George Monbiot (editorialista del “Guardian” e docente universitario) ebbe a scrivere che il presidente degli Usa avrebbe dovuto prima di tutto dichiarare guerra proprio agli Stati Uniti, dato che da decenni gli Usa gestivano un campo di addestramento terroristico – denominato, fino al gennaio 2001, “Scuola delle Americhe” – che a partire dal 1946 aveva addestrato oltre 60000 poliziotti e soldati dell’America Latina, tra i quali parecchi “illustri” torturatori, assassini, dittatori e terroristi del continente americano. (6)

D’altra parte, la gigantesca macchina da guerra statunitense (o, se si preferisce, “occidentale”) comprende una miriade di “quinte colonne”, tra cui si devono annoverare non poche Ong e soprattutto i media mainstream. Sono stati infatti questi ultimi ad essere “in prima linea” al fianco dei militari statunitensi in Iraq (facendo apparire, nel migliore dei casi, la guerra d’aggressione degli Usa e le stragi di civili iracheni come una questione su cui era ed è possibile avere punti di vista diversi – sempre che, s’intende, non si osi dubitare della bontà della “missione” degli Usa nel mondo, dato che secondo i media occidentali è indubbio che gli statunitensi spendano centinaia di miliardi dollari ogni anno unicamente allo scopo di difendere la democrazia e i diritti umani in ogni angolo del globo). E sono i media occidentali, che ora sono “in prima linea” contro la Siria di Assad, ad avere svolto un ruolo decisivo anche nell’aggressione contro la Serbia (il bombardamento “democratico” della Nato contro la Serbia, al quale diede il suo contributo pure l’Italia di Massimo D’Alema – uno dei tanti “compagni italiani” convertitisi al servilismo filo-atlantico” – s’iniziò il 24 marzo del 1999, esattamente quattordici anni fa) e nel (fallito) golpe del 2002 in Venezuela. (7) “Legioni” di gazzettieri e intellettuali al servizio dell’oligarchia occidentale, sempre pronti ad usare “due pesi e due misure” e capaci di inventarsi dittatori che massacrano la propria gente ma che non si vergognano – pur di favorire la “reazione”, adesso che Chavez è scomparso – di non ricordarsi che, quando Chavez, nel 1992, con altri ufficiali bolivariani tentò di fare un colpo di Stato, al potere vi era “un tale” Carlos Perez. Vale a dire il politico venezuelano che aveva portato il suo Paese al disastro sociale ed economico – seguendo un “modello neoliberista”, non molto dissimile da quello che oggi viene imposto dalla cosiddetta “troika” (Ue, Bce e Fmi) – e che non aveva esitato a ordinare di sparare contro il proprio popolo (fonti ufficiali parlano di 200 morti, ma probabilmente furono più di 2000), ribellatosi perché stava letteralmente morendo di fame.

Tuttavia, né l’azione dei vari “scagnozzi” degli Usa né l’accanimento dei media occidentali contro l’America Latina di Chavez, di Morales o della Kirchner hanno potuto impedire il diffondersi e il rafforzarsi nel continente americano di una concezione e di una prassi politica decisa a contrastare la prepotenza degli Stati Uniti. Come non hanno potuto aver ragione né della “resistenza” della Siria di Assad né di quella dell’Iran di Ahmadinejad e degli ayatollah. Sotto questo aspetto, l’umiliazione inflitta alle truppe statunitensi in Iraq (e in Afghanistan) “gioca” a vantaggio di chi continua a battersi contro gli Usa e la dittatura di mercato, traendo profitto dalla riluttanza degli Stati Uniti ad impegnarsi in un altro conflitto. Si può dunque affermare che l’aggressione contro l’Iraq, indipendentemente dalle critiche che si possono (e si devono) rivolgere al regime di Saddam Hussein, è diventata, in un certo senso, il simbolo della tracotanza degli Usa e di quella dei gruppi di interesse che gli Usa difendono e rappresentano, nonché della “miseria”, umana e intellettuale, dei loro zelanti servitori, pagati profumatamente per giustificare le ingiustizie peggiori e i delitti più efferati. La tragedia dell’Iraq è diventata insomma il simbolo della barbarie atlantista, della volontà di potenza di uno Stato talmente ebbro di violenza e di perversioni, da ritenere l’intero pianeta una sorta di “oggetto-sé” (per usare un termine tecnico della psicoanalisi). Ma la tragedia dell’Iraq, proprio come quella del Vietnam o quella dell’Afghanistan, ha confermato – al di là di ogni altra considerazione, per quanto corretta possa essere – che un Paese non disposto a farsi colonizzare può sempre “farcela”. E’ una lezione che numerosi Paesi sembrano avere ben appreso, a cominciare dalla Siria, ma che pare invece essere quasi del tutto ignorata in Europa, al punto che non è forse azzardato pensare che anche per questo motivo il Vecchio continente stia precipitando nel baratro di una crisi che, non a caso, non è tanto una mera, ancorché gravissima, crisi economica, quanto piuttosto una crisi (geo)politica, sociale, economica e culturale.







1) “Le Nouvel Observateur”, Parigi, n.1732, 15/1/1999.

2) Al riguardo si veda L’islamismo contro l’Islam?, “Eurasia”, 4/2012.

3) Manlio Dinucci, Sotto il corridoio afghano, “il manifesto”, 18/10/2001.

4) ”Quadrennial Defense Review”, 30/7/2001 (notare la data di pubblicazione).

5) Si veda l’ottimo articolo di William Engdahl, http://www.eurasia-rivista.org/la-bizzarra-strategia-di-washington-sul-kosovo-potrebbe-distruggere-la-nato-giocare-con-la-dinamite-e-la-guerra-nucleare-nei-balcani/15205/.

6) Vedi Massimo Bontempelli e Carmine Fiorillo, Il sintomo e la malattia, Editrice C.R. T., Pistoia, 2001, p. 81 e ss .

7) Un documento di notevole valore, a tale proposito, è il video “La Rivoluzione non sarà teletrasmessa” che «mostra nei dettagli tutte le fasi della manipolazione mediatica svolta dalle cinque tv private venezuelane e il ruolo decisivo della massiccia reazione popolare che impedì il progetto oligarchico-statunitense» (http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=6746).

domenica 27 gennaio 2013

L'ITALIA NEL TUNNEL



Secondo i dati di Bankitalia, (1) diffusi a dicembre scorso, alla fine del 2010 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 8 volte il reddito disponibile (contro l'8,2 del Regno Unito, l'8,1 della Francia, il 7,8 del Giappone e il 5,3 degli Usa). Il debito delle famiglie italiane era pari al 70% del reddito disponibile (contro circa il 100% di Francia e Germania, il 125 % di Usa e Giappone e il 165% del Regno Unito). Il 10% delle famiglie più ricche deteneva il 45,9 % della ricchezza, la metà più povera soltanto il 9,4%.

Alla fine del 2011 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 8619 miliardi di euro (la ricchezza in abitazioni ammontava a oltre 5000 miliardi e quella in attività finanziarie a oltre 3500 miliardi). Una ricchezza leggermente inferiore a quella del 2010 (8683 miliardi) a prezzi costanti, ma se calcolata a prezzi 2011 nettamente inferiore a quella registrata negli anni successivi al 2007, ad ulteriore conferma dell'impatto negativo sulla nostra economia della crisi finanziaria del 2008. Una ricchezza comunque sempre pari a quattro volte l'ammontare complessivo del debito pubblico.

Vi sono pochi dubbi perciò che, se in Italia vi fosse una classe dirigente degna di tale nome, la campagna elettorale verterebbe alla luce di queste cifre  soprattutto sulle conseguenze che derivano dall'obbligo di pareggio di bilancio e dal patto fiscale europeo (il cosiddetto "fiscal compact"), che ci costringe a ridurre il debito pubblico del 50% nell'arco dei prossimi vent'anni.

Si tratta di misure d'austerità imposte al nostro Paese dal governo del "commissario tecnico" Mario Monti, e fondate sulla previsione (gravemente errata) che la diminuzione di un punto del deficit pubblico avrebbe causato la riduzione di mezzo punto di crescita, mentre in realtà ne ha prodotto il triplo (ossia un punto e mezzo di crescita in meno).

Misure che alimentano una recessione che sta dilagando in tutta Europa. E che, oltre a far impennare il tasso di povertà e quello di disoccupazione (specialmente del tasso di disoccupazione giovanile), stanno compromettendo addirittura la base produttiva del nostro Paese - un Paese notoriamente privo di materie prime e dagli anni Novanta anche di quel "pungiglione strategico" che una "mano pubblica", esperta e decisa, oggi avrebbe potuto (e dovuto) sfruttare per trarre il massimo profitto dal mutamento geopolitico che sta rivoluzionando gli equilibri del sistema internazionale.

Invece, essendovi in Italia tutto fuorché una classe dirigente, non solo non vi è alcun serio dibattito su tali problemi, ma si trova perfino del tutto normale che anche quel poco che resta del settore strategico pubblico venga ceduto allo "straniero". E ci si limita a ripetere il mantra liberista lamentandosi del fatto che in questi anni non vi sia stata alcuna vera "rivoluzione liberale", come se il terremoto finanziario del 2008 fosse il risultato delle scelte sbagliate del nostro Paese.

Ma soprattutto "ci si balocca" con alcuni dati macroeconomici, senza nemmeno tener conto del fatto che la causa principale dell'andamento dello spread sui tassi d'interesse dipende, come in definitiva la stesso Fmi e Bankitalia riconoscono - non tanto dal debito pubblico quanto dalla mancanza di un autentico "soggetto politico europeo" e di conseguenza dal possibile collasso dell’eurozona, che proprio le politiche di austerity rendono più probabile.


Del resto, indipendentemente dalla internazionalizzazione (voluta da Amato e dagli altri tecnocrati “europeisti”) del nostro debito pubblico, dopo aver deciso, all'inizio degli anni Ottanta, il divorzio tra ministero del Tesoro e Bankitalia (divorzio che causò una crescita vertiginosa del debito pubblico), si sa che il Giappone, che ha un tasso di disoccupazione del 4,5% (contro l'11% dell'Europa) e che è la terza economia del pianeta, intende ampliare la propria spesa pubblica con un primo intervento di 85 miliardi, pur avendo un debito pubblico che è del 236% del Pil e un rapporto deficit/Pil al10%. (2)

Indubbiamente, ciò dipende pure dal fatto che il debito pubblico del Giappone è pressoché completamente detenuto dai giapponesi, ma la sostanza è che non vi può essere alcuna crescita né alcuna vera ripresa dell'economia reale senza rinunciare a misure d'austerity, il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti.

D'altra parte, si può ragionevolmente ritenere che l'oligarchia che detiene le leve del potere in Europa consideri più importante liquidare una volta per tutte il “vecchio” Welfare e imporre un modello liberista di tipo americano, in particolare nei Paesi europei più deboli, garantendo da un lato i “mercati finanziari” e dall'altro gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.

Questi ultimi infatti, hanno tutto l'interesse a impedire una qualsiasi politica europea distinta da quella atlantista e al tempo stesso devono saldare la Germania all'Atlantico, per bloccare “preventivamente” ogni tentativo di dar vita a una nuova Ostpolitik, soprattutto ora che la sfida con la Cina (e con la Russia) è decisiva per il futuro degli Usa.

Non a caso, gli statunitensi o i loro “agenti” si adoperano perché si lasci alla Francia sufficientemente spazio per poter fare una politica di tipo neocoloniale in Africa e agiscono in modo tale da approfondire sempre più il solco tra il Baltico e il Mediterraneo.

Insomma, si applica la solita strategia del divide et impera, con la differenza però che se nelle aree più calde del pianeta questa strategia non si distingue da una geopolitica del caos, che può giocare non pochi brutti scherzi agli apprendisti stregoni occidentali (dalla Libia al Mali, dall'Egitto alla Siria), in Europa si può facilmente far leva su gruppi subdominanti che, avendo ormai rinnegato ogni ideale, sono disposti a tutto pur di non perdere i favori degli amici “d'oltreoceano”.

In questo senso, il nostro Paese sta giocando un ruolo di primo piano, sia sotto il profilo della ridefinizione in chiave mercantile dei rapporti sociali, sia sotto quello geopolitico, configurandosi come una base sicura per la Nato e la politica di potenza statunitense. Tanto che Difesa ed Esteri sono di fatto gestiti direttamente dagli statunitensi, essendo palese che si tratta di ministeri controllati rispettivamente dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e che non rappresentano né tutelano in alcun modo i reali interessi del nostro Paese.

Ragion per cui anche coloro (come Luciano Gallino e Stefano Sylos Labini) che difendono le ragioni di un intervento pubblico per far uscire l'Itala da una spirale recessiva che minaccia di far compiere alla maggioranza degli italiani un drammatico “balzo all'indietro”, dovrebbero rendersi conto che non vi sono solo ostacoli di tipo economico da superare. Anzi gli ostacoli maggiori sono di ben altra natura. E se si può concedere che la Fornero non ne sia consapevole, Mario Monti e certamente Mario Draghi sanno sicuramente quel che bolle in pentola. E agiscono di conseguenza.

In ogni caso, l'azione politico-strategica dei “mercati” è favorita dallo pseudoeuropeismo dei tecnocrati atlantisti (il cosiddetto “euroatlantismo”) e da una lotta tra forze politiche il cui vero obiettivo è diventare i portavoce degli strateghi d'oltreoceano, infischiandosene della sorte della maggioranza degli italiani. I quali, tuttavia, non hanno fatto molto in questi ultimi lustri per cercare di far prevalere l'interesse generale, badando perlopiù al proprio “particulare” e prestando ascolto ai soliti gazzettieri e intellettuali mercenari che infestano il nostro Paese da decenni.

Non c'è dubbio quindi che gli italiani sapranno premiare i peggiori pure questa volta. Anche perché non pare che vi siano vere alternative, se non vi è nessuna forza politica che difenda princìpi e valori di tipo socialista e nazionalpopolare e che allo stesso tempo intenda battersi per i diritti dei popoli europei contro la prepotenza dei “mercati” e della oligarchia euroatlantista.

Quel che però è certo è che quei (pochi) italiani che non hanno dimenticato che anche il comandante in capo delle forze armate statunitensi nel Vietnam del Sud, generale William Westmoreland, disse che vedeva la luce in fondo al tunnel poco prima della famosa offensiva del Tet, che sancì la sconfitta degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, non possono non essere d'accordo con chi sostiene che l'ottimismo è l'oppio degli insipienti e che, se veramente si vuole il bene dell'Italia, sarebbe invece opportuno non nascondere il timore che il peggio debba ancora venire.

Con ciò non si vuole affermare che non vi sia via d'uscita. Si tratta piuttosto di prendere atto che solo uno “squilibrio” derivante da una (invero non impossibile) nuova crisi internazionale potrebbe liberare una “quantità d'energia” tale da indurre la Germania (e la Francia) a decidersi per un cambiamento di paradigma (geo)politico.

Si concederà però che, rebus sic stantibus, non vi è nulla che faccia ritenere che vi sia, in Europa, la volontà di dar inizio ad un tale nuovo corso politico, che avrebbe effetti positivi anche in un Paese come il nostro in cui funzione politica e innovazione strategica sembrano quasi del tutto scomparse.


(1)http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2012/suppl_65_12.pdf

(2)http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2013-01-15/perche-debitopil-giappone-spende-091020.shtml?uuid=AbdBNSKH.






lunedì 29 ottobre 2012

IL MEDITERRANEO FATTO A PEZZI


Sorprende che il direttore di “Stratfor”, George Friedman, nella sua analisi (1) dell’assassinio dell’ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Stevens, non prenda in alcuna considerazione la strategia dell’amministrazione Obama, ma si concentri invece sul fatto, abbastanza scontato, che la caduta di un regime ostile ai “valori” della democrazia liberale occidentale non comporta necessariamente che si producano delle condizioni più favorevoli per gli interessi dell’Occidente, ossia, in primo luogo, per gli interessi degli Stati Uniti. In particolare, a Friedman sembra premere di mettere in evidenza che la situazione che si è venuta a creare in Libia potrebbe ripetersi anche in Sira, qualora dovesse cadere il regime di Assad, dato che per il direttore di “Stratfor” è palese che la retorica dei diritti umani senza “realismo politico” può facilmente generare l’opposto di quel che gli attivisti per i diritti umani si propongono di realizzare.

Nondimeno, questo non significa che Friedman sia così ingenuo da ritenere che la contrapposizione tra essere e dover essere sia la vera questione geopolitica che gli Usa devono attualmente risolvere. Piuttosto, al di là del senso letterale delle sue parole,è lecito supporre che egli si faccia portavoce, in qualche modo, delle preoccupazioni di certi ambienti statunitensi che temono che l’alleanza degli Usa con l’islamismo radicale e il ruolo sempre maggiore delle monarchie del Golfo sulla scena internazionale possano condurre gli Stati Uniti a trovarsi in situazioni ancor più complesse e pericolose di quelle che, con l’amministrazione di Bush junior, hanno di fatto mostrato i limiti della potenza americana, sancendo il definitivo tramonto dell’unipolarismo statunitense.

Ma è proprio tale declino relativo (e l’accento si deve porre tanto sul sostantivo quanto sull’aggettivo) che non lascia molto spazio all’azione strategica della maggiore potenza occidentale (e mondiale), che pur si deve necessariamente confrontare con una realtà multipolare, benché ancora allo “stato nascente”, se non vuole  collassare sotto il peso, per così dire, del proprio gigantesco apparato militare. Un apparato – si badi – senza il quale verrebbe meno quella funzione di gendarme dell’oligarchia occidentale che gli Stati Uniti svolgono da decenni e che garantisce al grande Paese nordamericano di poter continuare a finanziare con capitali stranieri un debito pubblico enorme, con una bilancia commerciale in passivo a partire addirittura dall’inizio degli anni Settanta del secolo scorso.

In quest’ottica, allora, si dovrebbe comprendere che le conseguenze “non volute” di quella che si suole definire come la geopolitica del caos sono, in un certo senso, un rischio che gli Usa non possono permettersi di non correre, potendo anzi esse stesse configurare degli scenari tali da offrire all’America l’opportunità di nuovi “interventi umanitari”, anche laddove altrimenti sarebbe, se non  impossibile, indubbiamente assai più difficile intervenire. Del resto, è noto che l’America si è fatta “sorprendere” così tante volte (da Pearl Harbor all’ 11 settembre 2001) da rendere plausibili perfino le ipotesi complottiste più strane ed assurde, anche per aver quasi sempre saputo sfruttare al meglio siffatte “sorprese strategiche”. Comunque sia – indipendentemente dall’affermazione di Friedman secondo cui «it is simply not clear [...] that removing a dictator automatically improves matters. What is clear to me is that if you wage war for moral ends, you are morally bound to manage the consequences» – (2) avendo preferito un “approccio indiretto” allo “scontro frontale” (o, se si preferisce, una guerra di movimento ad una guerra di posizione) che caratterizzava l’amministrazione neocon di Bush junior, è inevitabile che l’America possa, suo malgrado, trovarsi ad interpretare il ruolo dell’apprendista stregone che evoca forze che non è in grado di controllare.

Ecco perché, a nostro avviso, è necessario considerare la strategia globale degli Stati Uniti, in una fase storica in cui non si sono ancora delineati gli equilibri di un ordine mondiale multipolare, per capire che  cosa spinge gli Usa a impegnarsi così a fondo nell’area mediterranea, nonostante la sfida con la Cina sia più decisiva ogni giorno che passa. E quale sia la ragione che spinge gli Stati Uniti a cercare ad ogni costo di ridisegnare l’intera mappa geopolitica dell’area mediterranea lo ha chiarito, con la consueta lucidità intellettuale, Gianfranco La Grassa, a cui non sfugge che la strategia mediterranea degli Stati Uniti è da mettere in relazione con il fatto che per i “centri egemonici” atlantisti il nemico principale è ancora la Russia. Tanto è vero che La Grassa rimprovera, giustamente, alla Maglie (che ha scritto un articolo dal titolo significativo: Ci siamo portati Al Qaeda in casa. Ecco il risultato della folle guerra voluta da Sarkò, Obama e Napolitano) (3) di non aver capito «gran che della differenza tra strategia di impegno diretto (che nel Pacifico ha solo scopi di “contenimento” rispetto alla Cina) e strategia di attacco indiretto tramite appunto il caos e il pantano, in cui si mira come obiettivo primario alla piena subordinazione dell’Europa in funzione anti-russa».(4)

Infatti, se da un lato l’articolo della Maglie ci induce a tener presente quanto siano forti le tensioni all’interno del “gruppo dominante” statunitense a meno di due mesi dalle elezioni presidenziali  americane e soprattutto quanto possa essere forte la pressione delle lobby (filo)sioniste perché Washington appoggi nella maggior misura possibile Israele (in specie nei confronti dell’Iran -  sebbene al riguardo si debba constatare la convergenza “oggettiva” della politica israeliana con quella delle petromonarchie), di modo che gli Usa possano venire coinvolti direttamente nel Medio  e Vicino Oriente per sostenere la politica di potenza dello Stato sionista, dall’altro è di vitale importanza per gli Stati Uniti agire in una prospettiva geostrategica che non può non essere globale. Il che dovrebbe farci riflettere anche sul ruolo determinante (e politico!) dei tecnocrati cosiddetti “europeisti” nell’azzerare la civiltà sociale europea e nel dissolvere le identità nazionali del Vecchio Continente nel mercato globale.

Di fatto, è indubbio che si sia in presenza di un’unica strategia di attacco che si sviluppa su diversi fronti, relativamente indipendenti l’uno dall’altro (è per questo che le vere cause della rivolta contro il regime di Assad sono di natura geopolitica, contando molto più l’azione di potenze straniere che non quella dell’opposizione “interna”). Epperò è il disegno complessivo (certo in continua evoluzione e soggetto anche a notevoli cambiamenti) che conferisce una reale unità d’azione alla politica statunitense, sì che si deve ritenere che lo stesso conflitto tra “dominanti”, benché possa essere assai duro, concerna nella sostanza non tanto il fine quanto i mezzi per conseguire il fine (pur tenendo conto di tutto ciò che questa lotta può implicare sotto il profilo delle differenti sfere di influenza, della distribuzione delle quote di potere e così via).

Pertanto, a nostro giudizio, sono pienamente condivisibili le considerazioni di La Grassa, il quale sostiene esplicitamente che «l’utilizzazione dell’area nord-africana e medio-orientale e di quella europea (entrambe da non considerarsi in una loro, inesistente, indifferenziata unità) [...] ha sue finalità specifiche in merito alla lotta per la supremazia in vista di una fase di crescente multipolarismo (se non ancora di accentuato policentrismo conflittuale) [e] tutto ciò è fondamentale per capire quanto accade in Italia» (5). Insomma, come dicono i francesi, tout se tient, anche se solo  i prossimi mesi ci potranno aiutare a distinguere l’essenziale dal contingente, in specie una volta che si conoscerà l’orientamento geopolitico in base a cui la Casa Bianca prenderà le sue decisioni.

Tuttavia, appare evidente che se per l’America può valere il detto che “chi semina tempesta, raccoglie vento”, i maggiori danni verranno subiti non tanto dall’America quanto dall’Europa – e soprattutto da Paesi mediterranei, come la Grecia, la Spagna e l’Italia. Peraltro, contrariamente a quel che le “anime semplici” possono pensare, ne sono una dolorosa conferma proprio le ripetute dichiarazioni di stima nei confronti di Monti da parte di Obama. E siamo sicuri che sia facile intuire i motivi che ci portano a questa conclusione, a patto che si sappia leggere correttamente la storia recente del nostro Paese. Una storia di cui non si conosce tutto, ma abbastanza per valutare e giudicare, ora che, “defenestrato” il clown di Arcore, è il popolo italiano che deve subire le conseguenze drammatiche di una crisi geopolitica ed economica che sta facendo a pezzi l’intera regione del Mediterraneo allo scopo di salvaguardare gli interessi della grande isola d’Oltreoceano e dei suoi principali alleati.





(1)https://mail.google.com/mail/u/0/hl=it&zx=1timxn745yvmz&shva=1#inbox/139d8d93bc67db4b

(2)Ibidem.

(3)”Libero”, giovedì 13 settembre 2012, p.9.

(4)http://www.conflittiestrategie.it/chi-semina-vento-scritto-da-giellegi-il-16-settembre-12

lunedì 8 ottobre 2012

EURASIATISMO E SOVRANITA’ NAZIONALE




In due articoli, pubblicati circa un anno fa (1), avevamo sollevato la questione della sovranità nazionale nell’epoca che Carl Schmitt denomina l’epoca dei “grandi spazi” (ci riferiamo cioè alla cosiddetta Grossraumteorie), mettendo in evidenza che indipendenza dell’Europa e sovranità dei singoli Stati europei sono due facce della medesima medaglia. Una concezione che non solo esclude di per sé ogni “tentazione” di carattere nazionalista, ma che soprattutto non lascia dubbi su quale sia l’autentico nemico dell’Europa, tanto è vero che siamo ancora fermamente convinti che sia «della massima importanza capire che uno Stato europeo dovrebbe esercitare la propria sovranità “nei limiti e nelle forme” di uno “blocco geopolitico continentale”, ammesso che l’Europa non voglia rassegnarsi ad essere una provincia degli Stati Uniti». (2)

Non possiamo quindi non condividere quanto afferma Claudio Mutti, in una recente intervista rilasciata a Michele De Feudis, secondo cui «la sovranità italiana, che è inseparabile da quella tedesca ed europea, può essere recuperata solo ricacciando l’occupante statunitense oltre l’oceano dal quale è arrivato una settantina d’anni fa» (3). Al riguardo, è  degno di nota che anche Gianfranco La Grassa, sia pure in un’ottica culturale diversa, metta in guardia dal «seguire ambienti falsamente sovranisti» giacché, se non si deve (giustamente) fare «nessuna concessione al vecchio nazionalismo e al mero concetto di Patria, tanto meno all’idea di superiorità di un qualche popolo o di una qualche cultura» (4), è fondamentale pure comprendere che la critica dell’europeismo si può considerare in funzione di una reale sovranità nazionale se e solo se si individua l’obiettivo principale di questa critica negli Stati Uniti e di conseguenza nella pressoché totale subalternità dell’Unione Europea agli interessi d’Oltreoceano. Con le parole di La Grassa: «La UE è nata in definitiva sotto l’egida, e quasi continuazione, dell’opera compiuta ben prima tramite la Nato». (5) Sotto questo punto vista, è evidente che l’indipendenza dell’Europa presuppone la critica “in radice” dell’europeismo dei tecnocrati al servizio dei “mercati», ossia dei vari Draghi e Monti.

Ci si dovrebbe allora rendere conto della necessità di appoggiare tutti quei movimenti “sovranisti” a cui non sfugga che in questa fase storica la stessa lotta sociale dipende in primo luogo dal conflitto per il controllo di aree di vitale importanza sotto il profilo geopolitico e geoeconomico. Non a caso, è proprio la classe dirigente italiana – ovvero la più anti-nazionale ed anti-sovranista d’Europa – a svolgere un ruolo essenziale nell’Europa occidentale in qualità di “agente” della potenza predominante e al tempo stesso ad essere “in prima linea” contro il sistema sociale europeo per adeguarlo agli standard del capitalismo angloamericano. Sotto questo aspetto, affermare con La Grassa che «solo una lotta sempre più acuta tra [...] dominanti, come avevano capito Lenin e Mao, può scardinare le loro strutture di potere e aprire varchi a effettivamente radicali mutamenti storici» (6), significa riconoscere che è indispensabile saper agire in base ai reali rapporti di forza, individuando correttamente lo Schwerpunkt nel dispositivo nemico, secondo la lezione di Von Clausewitz, il grande teorico della guerra: «[...] come il centro di gravità si trova sempre là dove è concentrata la maggior parte della massa, ed ogni urto contro tale centro ha la massima efficacia sull’insieme, così deve avvenire in guerra e perciò l’urto più forte deve avvenire contro il centro di gravità».(7) Sicché colpire lo Schwerpunkt equivale a poter dissolvere la coesione del dispositivo nemico e creare nuove “sfere di azione”, non solo per quanto concerne la geopolitica, ma appunto anche per quanto concerne le relazioni sociali ed economiche.

In questa prospettiva, ci pare che siano “più avanti”, almeno in un certo senso, quei movimenti politici – denominati, assai genericamente, “populisti” – che, pur non potendo essere considerati “socialisti”, mostrano di essere delle forze effettivamente “antagoniste” nei confronti degli Stati Uniti e, in generale, dell’oligarchia atlantista, sulla base di un orientamento che si potrebbe denominare ”nazionalpopolare”. Non meraviglia pertanto che Mutti osservi che «sarebbe già sufficiente se l’Italia potesse prendere a modello l’esperienza politica ungherese. Ma nella classe politica italiana non si riesce a vedere nessuno che abbia gli attributi di Viktor Orbán». (8) Tuttavia, si deve prendere atto che anche negli altri Paesi europei si è ancora in presenza di una protesta nei confronti dell’europeismo (made in Usa, per intendersi), in particolare per motivi socio-economici (peraltro più che condivisibili), da parte di gruppi politici scarsamente collegati tra loro, mentre oggi più che mai occorrerebbe una strategia imperniata sull’esigenza di difendersi da un nemico comune. In ogni caso, decisivo è non cadere nell’errore di demonizzare la Germania, avendo ben presente qual è la potenza che i “mercati” sovrani rappresentano o che comunque permette ai “mercati” di essere sovrani – dato che senza lo Stato verrebbe meno proprio quella funzione  che Gramsci definisce l’egemonia corazzata di coercizione. (9)

Nondimeno, l’enorme incremento della potenza distruttiva dell’apparato bellico statunitense, sembra mascherare in qualche modo (giacché è solo apparentemente un paradosso) l’indebolimento degli Stati Uniti come unico “centro regolatore” a livello mondiale; un indebolimento che, lasciando ampi margini d’azione a centri (sub)dominanti, potrebbe generare anche le premesse per un’azione politica e culturale che abbia di mira una ridefinizione della sovranità nazionale, secondo un’immagine dell’Europa che sia espressione delle diverse identità che la costituiscono. Il che è possibile non solo riconoscendo la più ampia autonomia possibile ai singoli Stati europei (nonché valorizzando la specificità delle diverse aree europee, come quella mediterranea e quella baltica), ma anche (a conferma che la geopolitica è necessaria, ma non sufficiente) facendo valere un’idea di bene comune , di “giusta misura”, contro la prepotenza dei “mercati”. Vale a dire un progetto che sarebbe realizzabile solo dando  vita ad una alternativa multipolare che mettesse fine all’egemonia atlantista. Perciò è innegabile che «la via da percorrere [...] non è quella del pollaio nazionalistico, ma quella della liberazione dell’Europa, in sinergia coi grandi Stati eurasiatici che si oppongono all’unipolarismo americano». (10) Ed è proprio l’esigenza di combattere contro un nemico comune, per tutelare le proprie radici e per promuovere la giustizia sociale, che richiede di superare ogni forma di nazionalismo, al punto che non è azzardato ritenere che un movimento europeo che voglia essere davvero sovranista dovrebbe anche far leva su quella dimensione spirituale della storia che ci rende impossibile non considerare l’Oriente come parte costitutiva del nostro essere europei. In questo senso, l’eurasiatismo, mostrandosi solidale con un’idea di Europa intesa come un tutto differenziato e non come un’appendice occidentale del “mercato americanocentrico”, permette di difendere una forma equilibrata di “sovranismo”, a partire dal quale sia possibile riprendere insieme con le genti dell’Eurasia un cammino iniziatosi molti secoli fa e che, in verità, non si è mai del tutto interrotto.





NOTE:

1.http://www.cpeurasia.eu/1724/sovranita-nazionale-e-alternativa-multipolar;
http://www.cpeurasia.eu/1762/indipendenza-delleuropa-sovranita-nazionale-e-crisi-globale .

2.http://www.cpeurasia.eu/1762/indipendenza-delleuropa-sovranita-nazionale-e-crisi-globale .

3.http://www.eurasia-rivista.org/oltre-il-nazionalismo-per-difendere-il-soggetto-europa/17102/ .

4.http://www.conflittiestrategie.it/difficile-lettura-della-fase-scritto-da-giellegi-25-sett-12

5.Ibidem.

6.Ibidem.

7.Von Clausewitz, Della guerra, l. 6, cap.XXVII.

8.Claudio Mutti, cit.

9.Gramsci, Quaderni dal carcere, 4 voll., a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, pp. 763-764.

10.Claudio Mutti, cit.

http://www.eurasia-rivista.org/eurasiatismo-e-sovranita-nazionale/17146/