mercoledì 24 aprile 2024

BREVE NOTA SULLA "SAPIENZA", LA STORIA E IL "POLITICO"

Secondo la studiosa di religioni e di filosofie orientali (nonché ultima compagna di Elémire Zolla) Grazia Marchianò (scomparsa recentemente, all'età di 83 anni)  da tempo anche in Occidente non si è più in presenza di uno "scientismo imperante", dato che la fisica contemporanea -  in particolare la fisica quantistica - conferma quel che il cosiddetto "misticismo" orientale ha sempre sostenuto. 

Vale a dire che la ricerca scientifica più avanzata confermerebbe la validità di una concezione non dualista (si badi però che "non dualismo" non significa monismo) del mondo, confutando così anche da un punto di vista scientifico la concezione dualista che contraddistingue le tre religioni monoteiste (anche se non la dimensione "esoterica" o comunque "mistica" di queste religioni)  e che soprattutto a partire dalla  distinzione cartesiana tra res cogitans e res extensa ha caratterizzato il pensiero europeo-occidentale moderno.

D'altronde, è noto che anche Jung, sia pure secondo una prospettiva diversa da quella di Grazia Marchianò, riteneva che la fisica delle particelle subatomiche confermasse che non era più possibile opporre materia e psiche, tanto che la stessa idea di materia alla luce della fisica contemporanea sarebbe alquanto problematica (si veda Jung e Pauli. Il carteggio originale: l'incontro tra psiche e materia; sulla concezione junghiana della psiche si veda L. Aurigemma, Jung fra critica kantiana e ontologismo vedantico). 

Anche per la più nota allieva di Jung, Marie-Louise von Franz, la ricerca sulla psiche e la fisica contemporanea mostrerebbero che la struttura profonda della psiche non differisce nella sostanza da quella del mondo fisico.

Orbene, ammesso che questa interpretazione della fisica contemporanea sia valida (ma è questione controversa), si potrebbe affermare che si è abolita  ogni forma di dualismo? 

Certo, oggi è proprio la ricerca più avanzata della fisica che prova che è difficile sostenere la validità di una concezione dualista del mondo come quella cartesiana o comunque un "ingenuo" e "volgare" materialismo .

Tuttavia, il problema del dualismo non pare affatto risolto se si prende in considerazione la questione della storia (cui è connessa la questione del "politico" e di conseguenza quella della tecnoscienza, il cui ruolo per quanto concerne la lotta per l'egemonia o per il potere è sempre più rilevante).

Del tutto illusorio, infatti, è cercare di spiegare il divenire storico con la ierostoria, i cicli cosmici ecc., dato che si tratta di spiegazioni che in pratica negano  la serietà della storia (e quindi anche la serietà della nostra vita individuale, poiché riconoscere le radici universali del nostro sentire e del nostro sapere non significa, come osserva Aurigemma, annullare la propria individualità).

Peraltro "ignorare" la storia - ovverosia ritenere che sia necessario, per così dire, un' "uscita dal mondo" al fine di prendersi cura solo di sé stessi o del "Sé" (da non confondere con l'io) equivale appunto a contrappore la dimensione spirituale (comunque la si intenda) a quella storica (e politica).*

Insomma è inevitabile che una concezione spirituale (che sia una religione o una dottrina spirituale esoterica sotto questo profilo poco importa) che non sia (più) in grado di "orientare" il divenire storico ovverosia a caratterizzare il processo di civilizzazione si configuri come una dimensione spirituale "impotente", cioè scissa dalla potenza.

In altri termini il dualismo cacciato dalla porta rientrerebbe dalla finestra ("non dualismo" significa appunto "vedere" l'Uno nei Molti  e i Molti nell'Uno).

Ovviamente non si tratta di fare l'apologia di questa forma di dualismo. Quel che invece occorre evidenziare è che la questione del rapporto tra la storia e ciò che si definisce come sapienza"**è comunque di capitale importanza per comprendere lo stesso significato della "sapienza", sempre che non si condivida una concezione sostanzialmente nichilistica,*** secondo cui non esiste alcuna "sapienza", oppure una concezione (implicitamente) dualista, secondo la quale la "sapienza" non è di "questo mondo".


*Va da sé che non si tratta di negare la necessità un distacco dal mondo per sottrarsi ad ogni forma di conformismo e poter accedere ad una dimensione metastorica (il distacco dal mondo è quindi un'operazione di conoscenza necessaria per liberarsi dalla "tirannia dell'ego", come insegnano i "mistici" d'Oriente e d'Occidente). Ma è noto che all'uscita dalla caverna segue un rientro nella caverna per liberare i propri "compagni" ossia la conoscenza deve farsi "verbo" (deve "comunicarsi"), altrimenti (in un certo senso) si rimane "prigionieri" del proprio ego. Pertanto, pare lecito affermare che "ci si libera" insieme anche se si ammette la possibilità di una "liberazione" individuale.

**Si badi che è una questione che concerne, come ben sapevano i Greci, anche la possibilità di un'opera di "trasformazione del politico", benché non la si debba confondere con una aberrante strumentalizzazione politica della "sapienza", come dovrebbe insegnare la storia stessa delle religioni, giacché anche se le religioni sono riuscite a caratterizzare il processo di civilizzazione è pur vero che non raramente sono state usate per difendere gli interessi e i privilegi di gruppi dominanti. Chiaramente con il termine "sapienza" non si designa la confusa mescolanza di idee e pratiche assai differenti che contraddistingue la cosiddetta "New Age" ma (ad esempio) quel che Giorgio Colli definisce come "sapienza greca" (al riguardo si vedano i tre volumi di G. Colli, La sapienza greca) o una forma di conoscenza che non si costituisce come un soggetto opposto all'oggetto, di modo che scompare la convinzione o l'illusione di essere una individualità separata dal Tutto (benché sia necessario distinguere tra "non separazione" - che ammette diversi gradi di unione o unificazione - e totale annullamento della individualità). Peraltro, la stessa filosofia (basti pensare al neoplatonismo) si può configurare come una forma di conoscenza che si può definire "sapienziale". In definitiva, il nostro sapere non può non consistere di congetture, e anche per quanto concerne la "sapienza" quindi si tratta di congetture con fondamento (non si deve dimenticare che il linguaggio - poetico, filosofico ecc. - che "esprime" l'Assoluto non è l'Assoluto) ma il fondamento in questo caso non è solo la ragione (la cui importanza ovviamente non può essere messa in discussione senza fare l'apologia del peggiore irrazionalismo) ma anche e soprattutto l'intuizione intellettuale.

***Massimo Cacciari osserva in Della cosa ultima che la critica della ricostruzione heideggeriana del destino della metafisica occidentale come onto-teologia sarebbe oggi inconcepibile senza l'immenso lavoro storico di Werner Beierwaltes. Invero, per il (neo)platonismo, come dimostra Beierwaltes, non è tanto la questione dell'Essere che rileva quanto piuttosto quella dell'Uno e dei Molti. Si potrebbe quindi affermare che si tratta di una "dimensione sapienziale" che difficilmente si può definire come onto-teologia, con tutto quel che ne segue per la comprensione del rapporto tra metafisica occidentale e nichilismo. Comunque sia, è un "diverso" senso del sapere che caratterizza la metafisica che affonda le sue radici nel pensiero di Platone. E si tratta di una metafisica che ricorda (almeno sotto certi aspetti) la "sapienza orientale", benché pure quest'ultima sia in sé differenziata.



sabato 16 marzo 2024

LA STRATEGIA DEI SONNAMBULI

Che Putin abbia sempre saputo che la Nato non aveva intenzione di aggredire la Russia (di fatto non ne aveva nemmeno la possibilità, tranne per quanto concerne una guerra nucleare) è vero. Tuttavia è chiaro che se truppe europee della Nato intervenissero nel conflitto in Ucraina l'Europa sarebbe in guerra con la Russia. E se l'aviazione di alcuni Paesi europei dovesse cercare di fare la differenza (dato che gli eserciti europei hanno pochi uomini e pochi mezzi), dovrebbe necessariamente colpire in profondità la Russia, rischiando così di scatenare una guerra totale. E se dovesse intervenire pure l'esercito americano (l'unico a potere fare la differenza in un conflitto di terra contro l'esercito russo in Ucraina, dato che ci vorranno anni per rafforzare gli eserciti europei) sarebbe perfino più probabile non evitare una guerra totale e quindi nucleare (gli americani, del resto, non rinuncerebbero certo ad un impiego massiccio della propria aviazione). 

Peraltro, l'Ucraina non fa nemmeno parte della Nato e quindi se intervenissero solo alcuni Paesi della Nato non si potrebbe neppure applicare l'articolo 5 della Alleanza  Atlantica (che comunque non implica necessariamente un intervento militare di tutti i Paesi della Nato nel caso sia attaccato un Paese della Nato, contrariamente a quanto molti affermano).

D'altra parte, l'Europa non riesce nemmeno a produrre le munizioni di cui l'Ucraina ha bisogno e ha pure gli arsenali quasi vuoti. Certo, se arrivassero di nuovo gli aiuti militari americani all'Ucraina, la situazione dell'esercito ucraino anche per quanto concerne le munizioni di artiglieria probabilmente non sarebbe così grave come affermano i sedicenti esperti putiniani (che paragonano il numero delle munizioni di artiglieria di "tutti" i tipi prodotte o sparate dai russi alle munizioni da 155 prodotte dall'Occidente ovverosia senza calcolare pure le munizioni  per i pezzi di artiglieria da 122 e 105 e i mortai da 120 e 81).

Nondimeno anche la difesa aerea ucraina è in difficoltà per mancanza di un numero sufficiente di missili antiaerei, mentre l'esercito russo non ha problemi a continuare ad attaccare (gli stessi analisti militari occidentali ritengono che la macchina bellica russa non avrà seri problemi prima del 2026) anche con l'aviazione, che adesso con le bombe plananti sta infliggendo colpi duri alla difesa ucraina (si sa che all'Ucraina dovrebbero essere consegnati alcune decine di caccia F-16 ma, a parte che si tratta di pochi aerei soprattutto se si considera il numero degli aerei da combattimento russi, pare che quest'estate gli ucraini ne potranno disporre meno di dieci). 

D’altronde l’esercito ucraino, benché sia ancora capace di infliggere gravi perdite alle Forze Armate russe, ha troppi problemi non solo di mezzi ma pure di uomini. Ad esempio solo il 30% dei mobilitati è impiegato al fronte e ancora non è stata approvata la legge che abbassa la soglia minima dell'età di leva da 27 a 25 anni (ed è una soglia minima sorprendentemente troppo alta), mentre aumenta la renitenza alla leva e pure il rischio di un crollo del fronte interno. In definitiva, pure il “morale” degli ucraini non è più quello della primavera del 2022.

Questa è la realtà. Ma non è solo questione di armi e mezzi. Putin, infatti, non ha alcuna intenzione di ritirarsi dall'Ucraina e può ancora contare sul sostegno dei russi, tranne un'opposizione che non è insignificante ma il cui "peso politico" è irrilevante. Certo il regime autocratico di Putin gode di notevole consenso anche perché controlla praticamente tutti i media russi è noto, ma questo non cambia la sostanza. In altri termini, anche se la militarizzazione dell'economia e della società russa gettano un'ombra inquietante sul futuro della Russia, attualmente non vi sono segni di una crisi del regime di Putin.

Un conto quindi è cercare di evitare una sconfitta (totale) dell'Ucraina ossia impedire una vittoria totale della Russia, un altro cercare una vittoria totale contro la Russia. In sostanza, finché si farà dipendere la questione della difesa dell'Ucraina da quella della riconquista militare di tutti territori ucraini occupati dai russi (in cui peraltro gran parte della popolazione è filorussa, anche se pure in questi territori vi sono ancora molti ucraini che non sono affatto filorussi), si continuerà a cercare di correggere un errore con un errore perfino più grave.

Non si deve dimenticare, infatti, che non si sono date subito all'Ucraina le armi di cui aveva bisogno e al tempo stesso ci si è rifiutati di aprire una trattativa sulla questione della “sicurezza collettiva” (che ovviamente implica pure la sicurezza dell'Ucraina) sostenendo che prima i russi dovevano ritirarsi perfino dalla Crimea; dopo la mobilitazione parziale dei russi e la costruzione della “linea Surovikin”, anziché scegliere una “difesa attiva” si è preferito lanciare una controffensiva che poteva avere successo solo se fosse crollato il morale dell'esercito russo; fallita la controffensiva ucraina l’estate scorsa, c'è stato il “blocco” degli aiuti militari americani ed ora “si ciancia” di mandare truppe Nato in Ucraina.

Se questa è strategia, allora è la strategia dei sonnambuli.


venerdì 8 marzo 2024

PACE E "DISORDINE MENTALE"

La tesi dei cosiddetti “putiniani “ è nota: la Nato aveva messo un coltello alla gola della Russia, che di conseguenza ha dovuto reagire. La guerra della Russia contro l’Ucraina quindi sarebbe una guerra preventiva e necessaria ossia una “guerra giusta”.

Si tratta di una tesi che è senza fondamento, al punto che ignora  la fondamentale differenza tra pressione (geo)politica - che implica una reazione (geo)politica - e una grave e “imminente” minaccia militare, che implica un’azione militare preventiva. 

In sostanza, per chi scrive, si può anzi si deve criticare la narrazione "putiniana" della questione ucraina senza condividere la narrazione euro-atlantista, che nega che vi fosse una seria pressione atlantista (geo)politica nei confronti  della Russia, benché sia evidente che questa pressione vi fosse - ossia è un” fatto” come è un “fatto” che l’Ucraina non confina con gli Stati Uniti ma con la Russia - e che abbia pure “gettato benzina sul fuoco” rafforzando l’estremismo nazionalista russo e le “fobie” di Putin. (Inutile dire che si tratta di una posizione che implica una sorta di “ostracismo” per chi la sostiene).

Comunque sia, diversa da quella dei “putiniani” è la tesi dei cosiddetti “pacifisti” ( gli opinionisti e il direttore del FQ, Jorit ecc.). Questi ultimi, infatti, da un lato affermano di essere “pacifisti” e a favore della libertà (anche se proprio perché è illiberale il regime di Putin piace molto ai neofascisti e ai neostalinisti “putiniani”), dall’altro  ritengono che la guerra di Putin contro l’Ucraina sia una guerra necessaria ossia una “guerra giusta”. 

Ovviamente si tratta di una posizione che è esattamente l’opposto di quella che dovrebbe sostenere un “pacifista”, per il quale (se è coerente) non ci sono “guerre giuste” ( ma si sa che un conto è essere  a favore di una “pace giusta” , un altro negare il diritto alla legittima difesa ovvero difendere la “pace del cimitero”). 

Sarebbe cioè come se si affermasse che si è per la pace in Palestina e a favore di due Stati per due popoli e al tempo stesso si sostenesse che il governo di “Bibi”  fa bene a “spianare” Gaza e a fare pulizia etnica in Cisgiordania.

Insomma, anche ammesso che i nostri "pacifisti" non siano dei “criptoputiniani” (ma se ne può dubitare), pure questo “falso pacifismo” è una delle tante manifestazioni del "disordine mentale" che caratterizza il nostro Paese , antiamericanismo incluso. 

Del resto, come esiste un anticomunismo "intelligente" (perlomeno nella misura in cui si forza di comprendere le “ragioni storiche” del comunismo, pur senza condividerle) e uno stupido e volgare, così esiste un antiamericanismo "intelligente" (ossia seriamente motivato e non contraddistinto dai più triti e insulsi stereotipi ideologici fascisti o comunisti, che sono ancora assai diffusi nel nostro Paese) e uno volgare e stupido, che non a caso è quello condiviso dalla maggior parte dei “putiniani” e dei sedicenti “pacifisti”.

Negli anni Settanta del secolo scorso la P2 e il terrorismo (rosso e nero, in quanto entrambi, sia pure per ragioni opposte, espressione di una immagine del tutto fasulla e distorta del mondo) gettarono il napalm su un processo di trasformazione del nostro Paese in senso democratico e socialista. Che il declino (non solo economico ma anche e soprattutto politico-culturale) del nostro Paese sia (anche) il “frutto avvelenato” di quegli anni è ben difficile negarlo, ma è una “lezione” politico-culturale che evidentemente pochi hanno imparato.

giovedì 22 febbraio 2024

L'EUROPA AL BIVIO

Jeffrey Sachs in un articolo pubblicato il 12 febbraio scorso* ricorda le innumerevoli malefatte (e pure i notevoli fallimenti) della Cia. Nulla di nuovo, anche se è sempre necessario rinfrescare la memoria degli atlantisti neoliberali. Nemmeno la necessità di combattere il comunismo e in particolare quella di opporsi all’Unione Sovietica, infatti, può giustificare la politica di “prepotenza” dell’America nella seconda metà del secolo scorso, tanto è vero che non è certo cessata con la scomparsa dell’Unione Sovietica e la fine del “pericolo rosso”.

D’altronde, è anche noto il "coinvolgimento" degli Usa nel rovesciamento del governo di Viktor Yanukovych (non si conoscono i dettagli ma è sufficiente ricordare il ruolo di Victoria Nuland, benché non sia stata la "burattinaia di Maidan" come affermano i putiniani).  Naturalmente, per gli atlantisti o, meglio, per gli euro-atlantisti era ovvio che Putin avrebbe cercato di inglobare con la forza l’Ucraina nello spazio geopolitico russo. Tuttavia, non spiegano perché Putin lo abbia fatto nel febbraio 2022 anziché nel 2014 o nel 2015, quando cioè l’esercito ucraino era così debole che un buon numero di battaglioni ucraini che combatterono nel Donbass erano finanziati da oligarchi ucraini. Invero il modo in cui  gli euro-atlantisti “leggono” la questione ucraina è meramente ideologico ossia non spiega nulla e omette fatti rilevanti. 

Ad esempio, l’ostilità di principio nei confronti della Russia di Putin, anche se giustificabile sotto il profilo politico-culturale, sotto quello geopolitico ha certo avvantaggiato soprattutto gli ultranazionalisti russi, che non a caso criticavano Putin perché dopo Euromaidan non aveva cercato di abbattere il regime ucraino con le armi (allora lo stesso Dugin venne allontanato dall’università di Mosca per le sue posizioni nettamente favorevoli alla guerra contro l’Ucraina). Ma gli euro-atlantisti non hanno mai avuto come obiettivo principale la crescita politica e geopolitica dell’Europa, bensì il rafforzamento della dipendenza dell’Europa dall’America in quanto "gendarme" dell’ordine mondiale neoliberale e del capitalismo predatore occidentale. 

Viceversa, per gli europeisti il rafforzamento dei rapporti tra l’Europa occidentale e la Russia non solo era necessario proprio per mettere fine alla dipendenza geopolitica e politico-culturale dell’Europa dall’America ma avrebbe potuto anche favorire una trasformazione del sistema politico e sociale della Russia in senso democratico. Peraltro, più crescevano i rapporti economici tra l’Europa occidentale e la Russia (basta pensare al gasdotto Nord Stream 2, realizzato dopo che la Russia aveva annesso l’annessione della Crimea) e meno importante diventava l’Ucraina per la Russia, nonostante che si sapesse che per i nazionalisti russi l’Ucraina non poteva non appartenere all’aerea di influenza della Russia. Si poteva comunque ritenere che alla Russia non convenisse risolvere questo problema con le armi, dato che era scontato che una guerra di aggressione contro l’Ucraina avrebbe portato ad una rottura totale tra la Russia e l’Europa.

Nondimeno, anche prima del 24 febbraio 2022 l’involuzione autoritaria e perfino sotto certi aspetti totalitaria del regime di Putin non prometteva nulla di buono, tanto più che era chiaro che, oltre all'aggravarsi dei vari "mali" che affliggono il mondo occidentale, il declino dell’egemonia degli Usa e la crisi della Nato, diventata ancora più grave dopo il disastroso ritiro americano dall’Afghanistan, rischiavano di convincere il Cremlino che fosse possibile modificare gli equilibri di potere in Europa a vantaggio della Russia con una politica aggressiva e di fatto neoimperialista, quasi che una siffatta politica di "prepotenza" non potesse compromettere definitivamente i buoni rapporti con l’Europa occidentale e in specie con la Germania, la cui economia dipendeva in buona misura dall’importazione del petrolio e del gas russi.

Comunque sia, l’improvvida e scellerata decisione del Cremlino di risolvere la questione ucraina con le armi, oltre ad avere reso decisamente ostile nei confronti della Russia la maggior parte degli ucraini, ha tagliato tutti i ponti con l’Europa ed è chiaro che ormai sulla Russia di Putin, sempre più simile ad uno Stato che si potrebbe definire "neostalinista" anche se certamente non comunista, non è più possibile contare per “smarcarsi” dall’America senza cedere (s'intende) ad alcuna tentazione autoritaria o addirittura totalitaria.

Nondimeno, è ancora più evidente di quanto lo potesse essere negli anni scorsi che per l'Europa "smarcarsi" dall'America (di cui ormai nemmeno gli stessi euro-atlantisti si possono fidare ciecamente) ossia camminare “con le proprie gambe” e puntare su un “ordine” politico e sociale non illiberale ma nettamente diverso dal neoliberalismo e dal capitalismo predatore neoliberale, è un imperativo politico-culturale e strategico. Ovviamente non è affatto facile, ma l'Europa se non vince questa sfida (e purtroppo è probabile che non vi riesca,  dato che sono molti anzi troppi gli ostacoli da superare) non potrà evitare un declino irreversibile o perfino di peggio.

*https://www.commondreams.org/opinion/cia-destablizes-the-world.

domenica 11 febbraio 2024

L'EUROPA TRA L'INCUDINE TRUMPISTA E IL MARTELLO PUTINIANO

L'Huffington Post ha pubblicato la trascrizione integrale dell'intervista a Putin di Tucker Carlson.

Leggendo questa trascrizione si capisce che con Putin è difficile anche una trattativa che abbia lo scopo di arrivare non ad un trattato di pace (di cui non ci sono le condizioni, a causa della questione dei crimini di guerra, delle sanzioni , dei territori ucraini occupati dai russi ecc.) ma almeno ad un cessate il fuoco, a patto che (questo il busillis) siano garantite l'indipendenza e la sicurezza "militare" dell'Ucraina (si badi che trattativa non è affatto sinonimo di accordo, tanto è vero che una trattativa, ossia un'azione diplomatica, può durare a lungo e anche fallire).

La "fantastoria" di Putin, infatti, sembra non lasciare alcuno spazio ad un'Ucraina indipendente, al punto che Putin  "ignora" non solo la brutale  repressione del sentimento nazionale ucraino da parte della Russia zarista ma perfino che la Russia riconobbe l'indipendenza dell'Ucraina nel dicembre del 1991 e che con il Memorandum di Budapest del 1994 si era impegnata a rispettare i confini dell'Ucraina (certo si sapeva che lasciare all'Ucraina la Crimea  avrebbe potuto avvelenare le relazioni tra i due Paesi ma alla Russia furono comunque consegnate tutte le testate nucleari che erano in Ucraina).

Per di più Putin ha addirittura sostenuto che una zona dell'Ucraina sarebbe ungherese e soprattutto che responsabile della Seconda guerra mondiale fu la Polonia (sic!) anziché la Germania.

D'altronde, da diversi anni in Russia si riscrivono i libri di storia (dei libri di storia se ne occupa direttamente lo Stato) per esaltare l'imperialismo russo e sovietico,  mentre le  "leggi sulla memoria" vietano qualunque analisi critica dell'Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale (si è chiuso Memorial, principale centro di ricerche storiche sui crimini dello stalinismo, non si può neppure affermare che il massacro di Katyn fu compiuto dai sovietici, Stalin è considerato nuovamente una sorta di "padre della patria" e via dicendo).

Ma l'Europa  deve non solo confrontarsi con un regime autocratico (al punto che presenta perfino dei tratti totalitari) che considera "terra di Russia" qualunque luogo in cui vi sia una comunità russa o semplicemente russofona o che sia appartenuto all'impero russo, ma pure con un'America sempre più condizionata da Trump che è giunto ad affermare che i Paesi europei si meriterebbero di essere aggrediti dalla Russia.

Insomma, adesso l'Europa rischia di trovarsi, senza essere  un vero "soggetto (geo)politico", tra l'incudine trumpista e il martello putiniano. In sostanza si tratta del fallimento (geo)politico di un euro-atlantismo che si è spacciato per vero europeismo.

giovedì 8 febbraio 2024

LA SITUAZIONE MILITARE IN UCRAINA

I “putiniani” (che cianciano di libertà e democrazia ma fanno l'apologia di ogni "dittatura sovrana e popolare", quasi che una democrazia liberal-socialista non fosse una valida alternativa all'attuale sistema neoliberale) esultano perché Avdiivka è sul punto di essere conquistata dai russi. In effetti, la conquista di Avdiivka sarebbe un successo politico e tattico dei russi, dato che questa piccola città, nonostante sia ormai del tutto distrutta, si trova a pochissimi chilometri dalla città di Donetsk.

La caduta di Avdiivka sarebbe comunque davvero grave per gli ucraini se l'esercito russo fosse in grado di proseguire l'offensiva in direzione di Kramatorsk-Slovjansk e/o di Prokovsk (un "hub logistico" dell'esercito ucraino) e quindi di sfondare la principale linea di difesa ucraina nell'oblast' di Donetsk. Se invece l'esercito russo si fermasse (come accadde dopo che la Wagner conquistò Bakhmut), a causa del costo salatissimo che ha dovuto pagare per prendere Avdviika (su cui vi è una abbondante documentazione, con buona pace dei "putiniani") non si tratterebbe certo di un successo "strategico" dei russi.

Comunque sia, è evidente che adesso l'esercito ucraino si trova in seria difficoltà, soprattutto per la penuria di munizioni di artiglieria (per ogni colpo d'artiglieria sparato dagli ucraini ora i russi ne sparano cinque) e ovviamente per il blocco degli aiuti militari americani (del resto, già notevolmente diminuiti alla fine dell'estate scorsa). 

Pertanto, il vero vantaggio dei russi è una netta superiorità “materiale” (ossia per quanto concerne il numero di soldati, di mezzi e di munizioni), che rischia di aumentare nei prossimi mesi. D’altronde, il blocco degli aiuti militari americani indebolisce gravemente anche la difesa aerea dell’Ucraina, che non dispone ancora nemmeno di qualche caccia F-16, mentre è noto che i russi hanno fatto notevoli progressi per quanto concerne la guerra dei droni e quella elettronica.

Al riguardo, è comunque interessante la spietata e lucida analisi dei difetti delle Forze Armate russe da parte dell’ex capo di Stato maggiore russo Baluevskij (si tratta di un’analisi militare pubblicata su “Army Standard”, una rivista della Difesa russa), secondo cui i sistemi d’arma occidentali sono nettamente superiori a quelli russi (Baluevskij contraddice cioè in modo esplicito le recenti affermazioni di Putin sulla superiorità tecnologica delle armi russe rispetto a quelle della NATO). 

In particolare Baluevskij riconosce che l'azione dell'aviazione russa è "frustrata" dalla difesa aerea ucraina, che praticamente impedisce ai caccia russi di penetrare in profondità nello spazio aereo ucraino e quindi di potere effettuare quegli attacchi aerei di “interdizione” che sarebbero necessari per mettere in crisi l’intero apparato logistico, di comando e comunicazione degli ucraini.*

Tuttavia, è chiaro che né i difetti della macchina bellica russa né i (sorprendenti) successi ucraini contro la marina militare russa nel Mar Nero, possono annullare la superiorità “materiale” dell’esercito russo rispetto a quello ucraino.

In sostanza, in questa fase della guerra le sorti dell’’Ucraina dipendono soprattutto dagli aiuti dell’Europa che, in un contesto mondiale caratterizzato da una Russia tornata ai tempi  dell’imperialismo zarista o stalinista e da un'America sempre più condizionata da Trump, sembra (meglio non farsi illusioni) essersi resa conto di dover camminare con le proprie gambe.

In altri termini l’Europa sembra avere compreso che deve acquisire necessariamente proprio quell’autonomia strategica e geopolitica che, quando ancora l’autocrate russo pareva non essere disposto a sacrificare i buoni rapporti tra la Russia e l’Europa, si poteva ritenere di conseguire integrando la Russia nello spazio economico e politico dell’Europa e (di conseguenza) favorendo una trasformazione in senso democratico della stessa Russia.

PS La situazione nelle ultime settimane però è cambiata a vantaggio dei russi, dato che la difesa antiaerea ucraina non è più in grado di "frustrare" l'azione dell'aviazione russa, tanto che la stessa conquista di Avdiivka sarebbe dipesa soprattutto dall'azione dell'aviazione russa che, grazie all'uso di bombe plananti, adesso riesce a infliggere perdite gravissime alle difese ucraine.

domenica 4 febbraio 2024

UN "ALTRO" OCCIDENTE

In Occidente i neoliberali continuano a ripetere che è necessario difendere l'attuale ordine mondiale. Eppure è sotto gli occhi di chiunque che da molti anni non esiste più alcun ordine mondiale, benché sia noto che, scomparsa l'Unione Sovietica, l'America (rimasta l'unica vera superpotenza) cercò di imporre un ordine mondiale unipolare. Ma, fallito il progetto di instaurare un ordine mondiale incentrato sulla indiscussa egemonia americana, non si è assistito alla nascita di nessun altro ordine mondiale. 

La crisi dell'egemonia americana è infatti coincisa con la nascita di una forma di multipolarismo che non si configura affatto come un nuovo ordine multipolare ma piuttosto come un "disordine mondiale" o, meglio, come un "disordine multipolare", favorito dalla crescita di nuove potenze (grandi e piccole), il cui principale scopo è quello di estendere la propria area di influenza ovverosia aumentare la propria potenza (militare  ed economica) sfruttando il declino della potenza egemone liberal-capitalista.

Di conseguenza si è anche formata un'area geoeconomica non più egemonizzata dall'America o dall'Occidente (basta pensare ai BRICS), in quanto composta da Paesi che hanno acquisito una autonomia strategica e non intendono rinunciarvi per difendere gli interessi e i "valori" occidentali.

Si tratta però di Paesi con interessi assai diversi, tanto che tra alcuni di essi non vi è nemmeno un rapporto di "amicizia". Vale a dire che nemmeno i BRICS rappresentano un "polo geopolitico" anti-egemonico, benché la Russia si stia impegnando in questo senso, cercando di fare leva sia sulla collaborazione della Cina sia sul “risentimento” (indubbiamente giustificato) di buona parte del Sud del mondo nei confronti del mondo occidentale (e si tratta di un “risentimento” reso maggiore dalla incapacità dell’America di "mettere un freno" alla politica scellerata dell’attuale governo israeliano, che nemmeno il pogrom del 7 ottobre scorso può giustificare) o, se si preferisce, nei confronti del capitalismo predatore occidentale.

Nondimeno, anche se si può già affermare che esiste un "asse geopolitico" anti-egemonico costituito dalla Russia, dall'Iran e dalla Corea del Nord, almeno per ora non si è in presenza di un "polo geopolitico" anti-egemonico di cui faccia parte la Cina, anche perché i rapporti tra la Cina e la Russia sono più complicati di quanto possa sembrare. Peraltro, a differenza della Russia, per la Cina è ancora essenziale avere buoni rapporti con il mondo occidentale, sebbene la Cina di XI sia differente da quella di Deng che, pur essendo anch’essa caratterizzata dalla dittatura del partito comunista, era certamente meno “chiusa” di quella di Xi che non nasconde le sua ambizioni di egemonia, al punto di volere sfidare l'America anche sotto il profilo militare. Non si può pertanto nemmeno escludere che si formi un vero "blocco politico-militare" anti-occidentale che comprenda la Cina che conduce già esercitazioni militari con la Russia e l'Iran.

Comunque sia, è chiaro che nessuna vera potenza anti-egemonica (come la Russia o la Cina) o che comunque si contrapponga nettamente all'Occidente liberal-capitalistico (come l'Iran o la Corea del Nord) si può definire liberale o democratica (ad esempio l'India si può definire un Paese democratico ossia non illiberale e certo non anti-occidentale, anche se negli ultimi anni si è assistito ad una certa "involuzione autoritaria" del sistema politico indiano)*. Del resto, lo stesso regime "comunista" cinese - anche se si deve riconoscere che ha saputo con una lungimirante strategia politica usare gli apparati dello Stato e un'economia di mercato per ridurre la povertà e trasformare la Cina in un grande Paese industriale avanzato - si basa su un capitalismo perfino più aggressivo di quello occidentale per promuovere la crescita della potenza (economica  e militare) della Cina.

Il rischio dunque che si corre è che si ripeta  - mutatis mutandis, s'intende -  quanto accadde nel secolo scorso, allorché le potenze cosiddette have nots, profittando del declino dell'egemonia della Gran Bretagna, cercarono di dar vita ad un ordine mondiale contraddistinto da un capitalismo predatore e da un imperialismo peggiori di quello britannico.

Tuttavia, è lo stesso Occidente che, generando problemi che non è in grado di risolvere, non solo ha rafforzato i propri “nemici” e rischia di inimicarsi Paesi che non sono nemici dell'Occidente ma ha creato una situazione in cui non è possibile che vi sia un ordine mondiale. In altri termini, è ormai evidente che nessun ordine mondiale può basarsi sui "valori occidentali" se questi ultimi sono quelli dell'attuale Occidente neoliberale. In questo senso, la crisi dell'egemonia americana o del mondo occidentale e la crisi del sistema liberal-capitalistico sono due facce della medesima medaglia.

In definitiva, solo se l’Occidente saprà “conciliare” libertà e giustizia sociale, incastonando l'economia in un ampio ventaglio di istituzioni, politiche, giuridiche, sociali e culturali (come era accaduto - sia pure parzialmente e in un contesto storico assai diverso da quello attuale - nella seconda metà del secolo scorso, in specie nei Paesi scandinavi),** si potrà ridefinire il rapporto tra mondo occidentale e Sud del mondo, in modo tale da promuovere nuove forme di cooperazione internazionale, senza cedere a tentazioni autoritarie o totalitarie ovverosia basate sul rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli.

*Si potrebbe affermare che ormai anche le cosiddette "democrazie liberali" sono in realtà delle oligarchie neoliberali con alcuni elementi di democrazia, ma qui si usa il termine democrazia come sinonimo di sistema politico non illiberale, che presuppone la presenza di alcuni elementi di autentica democrazia come quelli che contraddistinguono ancora i Paesi occidentali.

**Ovviamente si tratta di istituzioni che sono sempre presupposte da ogni attività economica e quindi anche dal mercato, ma vi è una differenza sostanziale tra una "società di mercato" e una "società con mercato", come dimostra la stessa storia europea del secolo scorso.