giovedì 24 novembre 2022

LA GUERRA DEI NEOCON

Se gli italiani che si occupano di geopolitica avessero studiato seriamente la strategia americana in Ucraina saprebbero che quanto sta accadendo in Ucraina è esattamente quello che i neocon volevano che accadesse.

Infatti, non è un caso che l'amministrazione Biden si caratterizzi per la presenza di numerosi neocon che hanno sostenuto le guerre degli Stati Uniti in Serbia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003) e appoggiato i ribelli islamisti in Siria e in Libia (2011). 

Recentemente Jeffrey Sachs ha scritto: "I neocon hanno cercato questa battaglia. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sia gli Stati Uniti che la Russia avrebbero dovuto cercare un’Ucraina neutrale, come cuscinetto prudente e valvola di sicurezza. Invece, i neocon volevano 'l’egemonia' degli Stati Uniti mentre i russi hanno intrapreso la battaglia in parte per difesa e in parte anche per le loro stesse pretese imperiali."

Per i neocon la potenza militare degli Stati Uniti è la "chiave strategica" per impedire il declino della egemonia americana. Anche se l'America non può sfidare militarmente né la Cina né la Russia senza rischiare di scatenare una guerra termonucleare, può sempre sfruttare a proprio vantaggio una situazione come quella che si era creata in Ucraina dopo la scomparsa dell'Unione Sovietica. 

Del resto, l'appoggio ai nazionalisti ucraini da parte dei neocon, prima e dopo i fatti di Maidan, non è un segreto, ma è soprattutto con l'intervento russo a sostegno dei "ribelli" filorussi del Donbass che ai neocon si è presentata l'occasione non solo di trasformare l'Ucraina in una fortezza atlantista ai confini della Russia, ma di attirare in una "trappola strategica" la Russia, nella convinzione (purtroppo rivelatasi corretta) che prima o poi Mosca avrebbe cercato di rovesciare con la forza il governo nazionalista e russofobo di Kiev.

Già nel 2014-15 erano presenti in Ucraina ufficiali americani per studiare le tattiche e i "punti deboli" dell'esercito russo (rapporti redatti da alcuni di questi ufficiali sono stati pubblicati in rete) ed è noto che militari americani, inglesi, canadesi e di altri Paesi della Nato negli anni scorsi si sono impegnati in un intenso addestramento dell'esercito ucraino.

In pratica, l'Ucraina avrebbe dovuto essere per la Russia quello che era stato l'Afghanistan per l'Unione Sovietica. Un esercito ucraino, addestrato, armato e "sostenuto" dagli apparati di intelligence della Nato, avrebbe potuto, secondo i neocon, non solo contrastare con successo l'esercito russo ma trasformare l'Ucraina in un "inferno" per i soldati di Mosca. Scopo fondamentale, quindi, dei neocon era (ed è) consolidare l'egemonia americana sul continente europeo e infliggere un colpo letale alla Russia, tale da "indebolire" pure la Cina, privandola del suo alleato principale.

D‘altronde, non si deve ignorare che i neocon sono tutt'altro che degli sprovveduti, dato che contano nelle loro file eccellenti studiosi e analisti militari. Ad esempio il noto istituto ISW (Institute for the Study of War), che pubblica ogni giorno un'analisi del conflitto russo-ucraino, è un istituto neocon, di cui fanno parte  Kimberley Allen Kagan e suo marito, Frederich Kagan che è autore di opere fondamentali sulla storia militare della Russia e dell'Unione Sovietica (Frederick Kagan è figlio di Donald Kagan, che si può considerare uno dei massimi storici della guerra del Peloponneso, e fratello di Robert Kagan, che è sposato con Victoria Nuland, che, com'è noto, ebbe una parte essenziale nella rivolta di Maidan).

Non sorprende, dunque, che l'ISW sia contrario ad ogni trattativa con la Russia e sostenga addirittura che l'Ucraina possa e debba riconquistare anche la Crimea. Tuttavia, anche se il livello di preparazione dei neocon è certamente assai alto, è assai dubbio che l'America possa non solo rafforzare ma ampliare la propria egemonia mediante una politica di potenza.

In un certo senso, infatti, la strategia dei neocon si è già imbattuta nei suoi limiti, dato che la Russia non è affatto "isolata". Non solo la Cina e l'India ma decine di altri Paesi non hanno imposto sanzioni alla Russia, dimostrando così che non sono affatto disposti a seguire le direttive strategiche di Washington. Peraltro, anche il "sequestro" delle riserve estere della Banca centrale russa (oltre 300 miliardi di dollari) rischia di infliggere un grave colpo all'egemonia del dollaro, dato che l'America potrebbe fare lo stesso per quanto concerne le riserve in dollari di qualsiasi altro Paese (alleato o no dell'America).  

In definitiva, se la strategia dei neocon si fonda soprattutto sugli indubbi “difetti” del regime di Putin e dell’esercito russo (tanto che i neocon hanno venduto la pelle dell'orso prima di averlo ucciso), ciò non significa che essa stessa, nella misura in cui non si limita a garantire che l'Ucraina sia in grado di difendersi dall'aggressione russa, non sia frutto di un errore di calcolo, che potrebbe rivelarsi non meno grave, almeno sotto certi aspetti, di quello che la Russia ha commesso invadendo l’Ucraina nello scorso febbraio.*

* Il senso di questa breve nota non è che i neocon siano responsabili della guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina, ma che contavano proprio sul fatto che il Cremlino avrebbe compiuto "un passo più lungo della gamba" cercando di inglobare con la forza l'Ucraina nello spazio (geo)politico russo. 

mercoledì 23 novembre 2022

LA GEOPOLITICA DELLA RUSSIA E LA DIPENDENZA DALL’OCCIDENTE

 La Russia, si afferma, si trova nella tipica situazione di dipendenza dal capitalismo (predatore) occidentale “a guida (anglo)americana”, in quanto è un Paese che esporta materie prime (strategiche) a basso costo in cambio di manufatti prodotti in Occidente (in sostanza, l'economia della Russia è simile a quelle di un Paese in via di sviluppo, tranne per il fatto che esporta pure armi ed è una grande potenza nucleare, tanto che è in grado di sviluppare anche importanti programmi aerospaziali).


Putin, quindi, attaccando l’Ucraina lo scorso febbraio, avrebbe rovesciato la scacchiera geopolitica mondiale, allo scopo di liberare la Russia da questa dipendenza, potenziare l’industria (che è ancora nettamente inferiore a quella delle maggiori potenze economiche occidentali e non occidentali) e la domanda interna russa, contando ovviamente sulla formazione di un “mondo multipolare” (Brics ecc.) tale da mutare il rapporto tra centro e periferia a vantaggio di Paesi non occidentali (Russia inclusa ovviamente) e in grado di mettere fine all’egemonia (anglo)americana.


Tuttavia, anche se si può concedere che la Russia non sia in grado di “incorporare” nella sua sfera di influenza gli ex satelliti dell’impero sovietico, in che senso si può sostenere che, per liberarsi dalla dipendenza del capitalismo occidentale, la Russia doveva necessariamente avere il “controllo” dell’Ucraina e fare “a braccio di ferro” con l’America almeno per otto anni (in realtà perfino più di otto anni), e poi addirittura invadere l’Ucraina e dovere confrontarsi militarmente, sia pure non direttamente, con la Nato? 


Insomma, se la Russia voleva “voltare definitivamente le spalle” all’Occidente, per quale motivo dopo Maidan, ha annesso la Crimea ed è intervenuta militarmente (anche se non lo ha mai ammesso) per difendere i filorussi del Donbass? E perché in questi anni si è adoperata per rafforzare le sue relazioni con la Germania, la Francia e l’Italia? E perché lo scorso febbraio ha invaso l’Ucraina con il preciso scopo di instaurare un governo filorusso a Kiev e nel settembre scorso ha perfino deciso di annettere ben quattro regioni dell’Ucraina? 


Peraltro, non si può nemmeno dimenticare che l’attuale formazione sociale russa non si può definire come una specie di “socialismo di mercato” (per non parlare degli scopi che la Russia persegue in Africa con il Gruppo Wagner…). Insomma, se il sistema politico russo è un’autocrazia, sotto il profilo politico-economico la Russia attuale si configura come una oligarchia di tipo capitalistico o nazional-capitalistico (che si può anche definire neoimperialista nella misura in cui Mosca cerca di ampliare la sua sfera di influenza con una politica di potenza, benché assai diversa da quella che caratterizza l’America).


Comunque sia, è facile notare che quel che si afferma in un’ottica economicistica, per spiegare il conflitto tra la Russia e l’Ucraina (e la Nato), è non la causa di questa guerra ma l’effetto di questa guerra e delle sue conseguenze, tra cui le durissime sanzioni economiche imposte alla Russia dal mondo occidentale e in particolare la rottura dei rapporti economici con l’Ue (e in specie con la Germania), che non solo minacciavano la stessa egemonia americana sul continente europeo ma erano un pilastro fondamentale dell’economia russa.


Pertanto, la Russia (che probabilmente dopo il disastroso e “caotico” ritiro americano dall’Afghanistan, non si aspettava una reazione così dura da parte di tutto il mondo occidentale e della Nato) ha dovuto, volente o nolente, cambiare la sua strategia politica ed economica soprattutto a causa delle conseguenze di una guerra per la quale la Russia ha dimostrato di non essere nemmeno preparata sotto il profilo militare. Un “mutamento di rotta” comunque reso possibile dal fatto che la Russia non è affatto “isolata”, grazie appunto a quel processo storico che si definisce multipolarismo e che sta mutando i rapporti di forza sulla scacchiera geopolitica. Nondimeno, si dovrebbe pure tenere presente che non esiste (ancora?) alcun polo anti-egemonico ma una sorta di “costellazione” geopolitica costituita da più centri di (varia) potenza anti-egemonici, alcuni dei quali sono pure rivali o in lotta tra di loro, anche se decisi ad opporsi ad una potenza egemonica come l’America, che pretende di essere al tempo stesso giocatore e arbitro della politica internazionale (e di conseguenza dell'economia mondiale). 


D’altronde, se è vero che la Russia (che non ha ancora perso questa guerra, nonostante le umiliazioni e le sconfitte subite in questi mesi) può sempre giocare la “carta” geopolitica e geoeconomica del multipolarismo, è pur vero (anche a prescindere dalla questione della inefficienza e della corruzione del regime di Putin e del “grottesco mondo” degli oligarchi russi) che la Russia rischia di uscire da questa guerra fortemente “ridimensionata” sotto il profilo geopolitico, anche rispetto ai suoi alleati non occidentali. Almeno per ora solo la Russia, insieme con pochi altri Paesi che non sono grandi potenze, rischia dunque di non potere più “giocare al tavolo occidentale”  (a differenza della Cina che, pur non rinunciando ad una "difesa attiva", ha cercato di promuovere la cooperazione internazionale, anche se negli ultimi anni pure la Cina sembra essere "tentata" da una politica potenza).


Inoltre, è lecito sostenere che la Russia ha ottenuto l’opposto di quel che si proponeva: voleva “meno Nato” e invece è indubbio che adesso abbia “più Nato”. Ed è amaro constatare che l’errore di calcolo strategico di Mosca abbia anche gravi conseguenze per l’Europa occidentale (inclusa l’Italia), dato che pure per l’Europa occidentale (continentale, si intende) è essenziale avere un buon rapporto con la Russia, proprio per “smarcarsi” dalla dipendenza (o perlomeno da una eccesiva dipendenza) dall’America.


In altri termini, non era la Russia che voleva “tagliare i ponti” con l’Ue ma l’America o meglio i "falchi" della Nato (neocon inclusi) che volevano, per così dire, “buttare fuori” la Russia dall’Europa, trasformando l’Ucraina in una “fortezza" della Nato ai confini della Russia. In questo senso si può affermare che la Russia invadendo l’Ucraina ha dato all’America pure la possibilità di penalizzare quei Paesi europei che, pur dipendenti dall’America sotto il profilo geopolitico, avevano ottimi rapporti economici e politico-culturali con la Russia che, comunque la si pensi riguardo al regime di Putin, è parte costitutiva della storia e della cultura europea. Insomma, un conto sono le “ragioni geopolitiche” della Russia, un altro la questione della strategia russa per fare valere le sue “ragioni geopolitiche”, sebbene  non si possano certo definire tali le ambizioni imperiali del regime di Putin.


In definitiva, nell’attuale fase storica (che è una “fase di transizione egemonica” che presenta però caratteristiche diverse dalle “fasi di transizione egemonica” che hanno contraddistinto l’età moderna) è certo necessario ridefinire i rapporti tra mondo occidentale (che peraltro non è solo quello neoliberale – e che vi sia anche un Occidente non neoliberale è questione della massima importanza sotto ogni punto di vista) e non occidentale (e pure tra America ed Europa) ma non “romperli del tutto”, se non si vuole che la guerra sia l’unico modo per risolvere le controversie internazionali, tanto più che il mondo non occidentale non è ancora preparato per sfidare l’Occidente (neoliberale) sul piano militare, come ha dimostrato anche questa guerra (benché “indiretta”) tra la Russia e l’Occidente, indipendente dal fatto che nell’era atomica è sempre più difficile agire in modo tale che la guerra sia la prosecuzione della politica con altri mezzi.


mercoledì 9 novembre 2022

NON È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA

 La premessa di qualsiasi analisi geopolitica o di qualsiasi strategia (geo)politica per quanto concerne la questione ucraina dovrebbe essere che la Russia (si badi, la Russia, non solo Putin) non può permettersi di subire una sconfitta disastrosa, senza che collassi l'intero sistema politico e sociale della Federazione Russa, ovverosia uno Stato di oltre 17 milioni di chilometri quadrati, con più di 140 milioni di abitanti e che dispone di migliaia di testate nucleari.

Posta in questi termini la questione ucraina, si eviterebbe perlomeno di confondere le ciance pro o contro la Russia con un'analisi geopolitica obiettiva. Peraltro, perfino la stessa etica della responsabilità presuppone il realismo (geo)politico, non le ciance ideologiche di coloro che, incapaci di trasformare mediante l'azione politica il proprio pensiero in essere, scambiano i propri "sogni" o i propri "deliri" per la realtà, rischiando così di ottenere l'opposto di quel che si propongono di ottenere. 

Nondimeno, “interpretare” questo conflitto (che è una guerra civile e un conflitto regionale ma con implicazioni mondiali che rischiano di travolgere un'Europa che pare avere smarrito l’uso della ragione allorché si tratta di risolvere delle questioni geopolitiche) come uno scontro tra "democrazia" e autocrazia, è pur sempre necessario per i gruppi dominanti occidentali al fine di "mascherare" la strumentalizzazione (geo)politica della questione ucraina da parte dell'America, il cui scopo principale certo non è la difesa della sovranità dell'Ucraina. 

Ragion per cui è lecito invece parlare di una guerra per procura che l'America sta conducendo non solo contro la Russia (cui cerca di infliggere il maggior danno possibile) ma pure contro la Germania e in generale nei confronti dei Paesi europei che avevano buoni rapporti con la Russia. In sostanza, rifornire la Russia di manufatti tedeschi in cambio di materie prime era una delle "chiavi strategiche" dell'economia tedesca e dello sviluppo sociale ed economico della Russia. Ed era soprattutto uno scambio che apriva nuove corsie geopolitiche alla stessa Ue, rendendo di conseguenza possibile una progressiva riduzione della dipendenza geopolitica della Ue dall'America. 

Nulla di meglio per l'America, pertanto, dell'improvvida decisione del Cremlino di invadere l'Ucraina (convinto di potere agire come l'America sulla scacchiera geopolitica), che invece ha offerto agli americani la possibilità di ridefinire i rapporti con l'Ue a proprio vantaggio. Certo, più si prolungherà questa guerra e maggiori saranno i danni che subirà l’Ucraina, dato che il regime di Kiev senza gli aiuti militari ed economici occidentali crollerebbe nel giro di qualche settimana. Ma i notevoli successi tattici dell’esercito di Kiev e l'impreparazione bellica della Russia hanno aumentato gli “appetiti” della Nato e del regime etno-nazionalista ucraino, nonostante che la Russia possa continuare ad infliggere ferite orrende ad un Paese che in buon parte è già ridotto ad un cumulo di macerie.

In pratica, il piano strategico di Mosca, che consisteva nell'instaurare un governo filorusso a Kiev, è fallito e adesso la Russia deve combattere non solo contro l'Ucraina ma anche, benché indirettamente, contro la Nato, che dopo il caotico ritiro americano da Kabul sembrava davvero in uno "stato di morte cerebrale" e invece d'ora in poi con ogni probabilità potrà contare anche su due Paesi “storicamente” neutrali come la Svezia e la Finlandia.

L'America, quindi, non solo ha potuto consolidare la propria egemonia sull'Europa e in particolare sull’Europa occidentale, ma, in quanto potenza politicamente e militarmente egemone, è riuscita pure a fare affluire numerosi capitali negli Stati Uniti e ad aumentare, a scapito della stessa Europa, la competitività del proprio sistema industriale (un vantaggio di non poca importanza per un Paese caratterizzato da decenni da un enorme deficit commerciale). 

Eppure, vi è da considerare anche il "rovescio della medaglia", sebbene venga pressoché del tutto ignorato dai media mainstream occidentali. 

L’America e suoi vassalli occidentali, infatti, non sono riusciti ad isolare la Russia, a cui non hanno voltato le spalle - né possono voltare le spalle - decine di Paesi che sulla scacchiera geoeconomica e geopolitica conteranno sempre più con il passare del tempo. 

Sono Paesi che non tollerano che l’America sia al tempo stesso un giocatore e l’arbitro della politica internazionale, che detti le regole del gioco e le violi o le riscriva ogni volta che le conviene, che si ingerisca negli affari interni di ogni Paese avvalendosi di tutti mezzi offerti dalla “guerra ibrida” contro quei governi che non siano disposti a seguire le direttive strategiche di Washington.

Il multipolarismo, quindi, scuote dalle fondamenta il sistema del capitalismo predatore occidentale a guida americana, proprio quando nel “cuore” stesso dell’impero americano cresce la distanza tra le élite dominanti e il popolo (ossia la maggior parte della popolazione, che è pure quella economicamente più svantaggiata) e aumentano i fenomeni di disgregazione sociale, al punto che per molti cittadini americani il loro principale “nemico politico” si trova a Washington. 

Si è in presenza, dunque, di un processo storico i cui sviluppi sono sì difficili da prevedere ma che non può essere certo fermato dalla narrazione occidentale del conflitto russo-ucraino né dalle sanzioni imposte alla Russia né dai successi tattico-operativi dell’esercito ucraino, nonostante che in Occidente si sia venduta la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. 

Del resto, non sarà nemmeno la questione dei cosiddetti “valori occidentali” e della stessa “democrazia liberale” - che ormai non si distinguono dai “valori” della middle class occidentale (sedicente) cosmopolita e da una oligarchia neoliberale sempre più simile ad una sorta di “plutocrazia tecnocratica” – che potrà cambiare il corso della storia. In altri termini, è finito il tempo in cui si poteva sostenere che la comunità internazionale coincideva con il cosiddetto “mondo occidentale”.

venerdì 28 ottobre 2022

MULTIPOLARISMO E STRATEGIA POLITICA

 Putin ha certo ragione ad accusare l’America e in generale l’Occidente di avere creato le condizioni geopolitiche per lo scoppio di questa guerra, di “ignorare le ragioni” storiche e geopolitiche del multipolarismo e di avallare una ripugnante russofobia. Né ha senso definire “democratico” un regime etno-nazionalista in cui non vi è alcuno “spazio” politico, sociale e culturale per la minoranza (filo)russa. 

Tuttavia, la Russia non correva il pericolo di essere attaccata dalla Nato e il veto certo della Germania e della Francia impedivano l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Del resto, alla guerra ibrida si deve sapere rispondere con una guerra ibrida non con un “attacco frontale” contro l’Occidente. La trappola strategica tesa dagli angloamericani alla Russia (se di trappola strategica si può parlare) era appunto quella di istigare la Russia a scatenare un attacco contro l'Ucraina.

Vero comunque che lo scopo della Russia non era quello di occupare militarmente l’Ucraina, ma con ogni probabilità quello di instaurare un governo filorusso a Kiev, con l’aiuto di una quinta colonna filorussa. Ma se questo era il disegno strategico di Mosca, allora è miseramente fallito dato che la situazione strategica in Ucraina è cambiata con l’intervento della Nato a sostegno del regime di Kiev (e si tratta di un intervento che ha messo pure a nudo i gravi difetti della macchina bellica russa, nonché dello stesso regime di Putin). Se il disegno strategico di Mosca non fosse fallito, la Nato non avrebbe nemmeno avuto la possibilità di intervenire a sostegno del regime di Kiev. Ci sarebbero state sanzioni e combattimenti, ma Mosca avrebbe avuto le chiavi strategiche dell’Ucraina (tranne quelle dell’Ucraina occidentale, se il governo ucraino si fosse trasferito a Leopoli).

La Russia invece nei primi mesi di guerra non è nemmeno riuscita a prendere il controllo di tutto il Donbass, ma ha solo conquistato buona parte dell’oblast’ di Cherson e la fascia costiera occidentale del Mar d’Azov, anche se a Kiev e a Kharkov (o Charkiv) buona parte delle sue truppe d’élite (paracadutisti, forze speciali, fucilieri e truppe corazzate della guardia) è stata decimata. Poi si è impegnata in duri combattimenti contro l’esercito ucraino conquistando Mariupol e Severodonetsk, ma in seguito ha pure subito la controffensiva ucraina. E adesso è costretta sulla difensiva e deve cercare di indebolire la resistenza e la logistica dell’esercito di Kiev colpendo le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, benché non abbia ancora conquistato il dominio dell’aria dopo otto mesi di guerra.

In pratica, nonostante i danni e le sofferenze che l’esercito russo ha inflitto e può ancora infliggere all’Ucraina (tanto più che adesso Mosca può contare anche sui riservisti, che non saranno motivati né bene addestrati né bene equipaggiati ma che comunque possono fare sentire il loro “peso” sul campo di battaglia), Putin (almeno per ora) ha ottenuto l’opposto di quel che si proponeva. Non solo la Nato (che dopo il disastroso ritiro americano da Kabul nell’estate del 2021 pareva davvero essere “in stato di morte cerebrale” come aveva sostenuto Macron nel 2019) adesso è di gran lunga più forte e pericolosa per la Russia di quanto lo potesse essere un anno fa, ma la Russia ha compromesso gravemente i vitali rapporti con l’Europa occidentale, subendo delle sanzioni che hanno un costo salatissimo per un Paese con un’industria manifatturiera nemmeno paragonabile a quella Germania o dell’India (per non parlare della Cina), e dipendente in gran parte dalle importazioni di tecnologia occidentale.

Certo la Russia non è affatto “isolata”, con buona pace degli (euro)atlantisti, ma l’appoggio alla Russia, peraltro limitato, di molti importanti Paesi non occidentali dipende soprattutto dal fatto che questi Paesi non tollerano più che l’America sia al tempo stesso un giocatore e l’arbitro della politica internazionale. Nondimeno, questi Paesi non costituiscono un “blocco di potenza” come quello della Nato a guida americana né hanno intenzione di lanciare un “attacco frontale” contro l’Occidente e in particolare contro l’America, anche perché sanno che il tempo gioca comunque a loro favore e che il ruolo della Russia nel mondo dipende dal multipolarismo non viceversa. Comprendono, pertanto, le ragioni geopolitiche della Russia e non volteranno le spalle a Mosca, ma non sono neppure disposti a sacrificare i propri interessi per favorire i disegni anti-egemonici di una Russia che sembra agire come se fosse ancora l’Unione Sovietica.

In altri termini, la Russia aggredendo l’Ucraina in un certo senso ha voluto “imitare” la politica di prepotenza dell’America (in questo caso il grave eccesso di legittima difesa non si distingue da una guerra di aggressione, con tutto quel che ne è conseguito per i civili), ma agendo così ha commesso dei gravi errori di “calcolo strategico” perché non ha la potenza militare dell’America, perché perfino l’America dopo la Seconda guerra mondiale non è riuscita ad imporre la propria volontà in situazioni analoghe e perché ha sottovalutato le conseguenze che ne sarebbero potute derivare, oltre alla resistenza del regime di Kiev e di gran parte della popolazione ucraina (la cui ostilità nei confronti dei russi non è certo diminuita in questi mesi, nonostante le terribili ferite inflittele dall'esercito russo).

Va da sé quindi che non c'è differenza più significativa sotto il profilo (geo)politico della differenza tra il fine che ci si propone di conseguire e la strategia mediante la quale ci si propone di conseguire un determinato fine. Il fatto che quest'ultimo sia desiderabile, condivisibile o "giusto", non implica affatto che non conti l'agire strategico, che concerne la questione (essenziale) del rapporto tra mezzi e fine (non a caso un generale "amico" incapace può fare danni maggiori di un generale "nemico" capace). Un conto dunque è comprendere o condividere le ragioni di un attore geopolitico, un altro giudicare il modo in cui un attore geopolitico cerca di "farle valere".

Ovviamente il prossimo inverno sarà “lungo” non solo per la Russia ma pure per l’Ucraina e l’Europa, e nessuno quindi sa come potrà finire questa guerra (che peraltro si combatte in Ucraina non in terra di Russia), nonostante che in Occidente si cerchi di vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma è indubbio che la “mossa” o, meglio, la “contromossa” di Putin non debba essere confusa con la questione del multipolarismo. 

Casomai sono l’America e la Nato che si illudono di potere togliere al multipolarismo il suo “pungiglione geopolitico”, cercando di mettere la Russia con le spalle al muro e ostinandosi a considerare chiunque non condivida i cosiddetti “valori dell’Occidente” un nemico dell’umanità, come se l’umanità fosse solo quella dell’English-speaking world. E questa politica dell'Occidente forse è la migliore “carta geopolitica” che la Russia può ancora giocare.


mercoledì 26 ottobre 2022

EURO-ATLANTISMO E DECLINO DELL’EUROPA

 “L'industria europea nelle mani di Biden: così il potere si sposta verso l’America” è il titolo di un interessante articolo di Federico Fubini pubblicato sul “Corriere della sera” il 24 ottobre scorso.

Secondo Fubini, la guerra in Ucraina ha accentuato la dipendenza del continente europeo dall’America, al punto che “potrebbe non essere più l’Estremo Oriente a erodere la base industriale dell’Italia e dell’Europa. Quel ruolo potrebbe passare all’Estremo Occidente: l’America”. Il governo americano, nota Fubini, ha già stanziato 50 miliardi dollari per sussidi diretti alle imprese americane, al fine di sviluppare la produzione di semiconduttori e rendere l’America il più possibile indipendentemente da Taiwan in un settore industriale di così grande importanza strategica. 

Ma in programma vi sono aiuti ad altri settori industriali strategici, e anche le decine di miliardi dollari spesi dagli Usa per aiutare l’Ucraina contribuiscono a rafforzare il complesso militare-industriale americano, che, del resto, trarrà pure profitto dal forte aumento delle spese militare dai Paesi della Nato. Insomma, come sempre (anche se questo Fubini non lo afferma esplicitamente) è lo Stato (con buona pace dei neoliberisti come la Meloni) che anche in America svolge un ruolo strategico creando le condizioni che le imprese americane possono sfruttare per svilupparsi ed essere più competitive a livello mondiale. 

Peraltro, ricorda Fubini, anche l’acquisto del gas americano - ottenuto con la tecnica del fracking che in Europa non si vuole impiegare per i danni che causa all’ambiente -avvantaggia nettamente l’industria americana rispetto a quella europea, dato che agli americani il gas adesso costa sei volte meno che agli europei (ad agosto agli europei costava otto volte di più). 

Nondimeno, questa dipendenza sempre più marcata dell’Europa dall’America sarebbe inevitabile, dato che l’Europa non potrebbe fare a meno dell’America per difendersi dalla Russia. Secondo Fubini, difatti, “senza la difesa statunitense oggi l’armata russa forse minaccerebbe già Varsavia o almeno Vilnius, Riga e Tallinn. È Biden che sta garantendo l’integrità geopolitica dell’Europa, dunque non possiamo protestare.” 

Tuttavia, è facile osservare che questa è una conclusione del tutto “arbitraria” considerando le stesse premesse del discorso di Fubini, dato che se gli interessi dell’America e quelli dell’Europa sono non solo diversi ma addirittura opposti, è ovvio che l’Europa dovrebbe potenziare la propria difesa per “smarcarsi” dagli Stati Uniti. Un compito che sarebbe tutt’altro che impossibile (anche senza prendere in considerazione l’ombrello nucleare della Francia, che comunque può essere rafforzato, se necessario), anche tenendo conto solo delle risorse e dei mezzi dei quattro principali Paesi del continente europeo (ossia Francia, Germania, Italia e Spagna), tanto più che, come ha dimostrato la guerra che si combatte in Ucraina, la potenza militare convenzionale della Russia è di gran lunga inferiore a quanto si potesse immaginare alcuni mesi fa, basandosi sulla propaganda della Nato.

D'altronde, se le materie strategiche della Russia (non solo gas e petrolio) sono essenziali per l’industria manifatturiera europea, pure quest’ultima è essenziale per la Russia, che non avrebbe quindi alcun interesse ad “uccidere la gallina dalle uova d’oro”. Ma è Fubini stesso che riconosce, benché implicitamente, che la guerra che si sta combattendo in Ucraina ha offerto la possibilità all’America di “tagliare i ponti” tra l’Ue (e in specie la Germania) e la Russia, al fine di rafforzare la propria egemonia politica ed economica sul Vecchio Continente (e non è un mistero che l'America punta anche a "tagliare i ponti" tra l'Ue e la Cina , che è il "nemico" più pericoloso per gli Usa).

Il problema non è allora che l’Europa non si può permettere di “smarcarsi” dall’America al fine di tutelare i propri interessi, ma che le élites dominanti europee, per difendere i loro interessi e i loro privilegi, non vogliono “smarcarsi” dall’America (peraltro, si dovrebbe pure considerare la differenza tra gli interessi dell'Europa occidentale e quelli dell'Europa orientale, in particolare quelli della Polonia e dei Paesi baltici). In definitiva, anche per quanto concerne i rapporti tra l’Europa e l’America si conferma che un “vincolo esterno” presuppone necessariamente un “vincolo interno”.

domenica 23 ottobre 2022

REALISMO GEOPOLITICO

In politica è decisivo non solo il fine che ci si propone, ma pure "se, come e quando" lo si possa conseguire.

In sostanza, a nessuna forza politica si può chiedere di ottenere ciò che in una determinata fase storica è praticamente impossibile ottenere.

 In altri termini, pure sulla questione ucraina occorre essere realisti, distinguendo ciò che si ritiene che sarebbe giusto fare da ciò che è possibile e necessario fare considerando il contesto storico e geopolitico in cui si deve agire.

Che cosa allora dovrebbe fare una forza politica italiana per tutelare il nostro interesse nazionale ed evitare che si arrivi ad uno scontro diretto tra la Nato e la Russia?

Che l'Italia rinunci adesso all'invio di armi al regime di Kiev non pare probabile (anche se non è assurdo chiederlo), ma possibile e necessario sarebbe chiedere di porre perlomeno un "limite", vale a dire che gli aiuti militari a Kiev cesseranno nel caso che l'esercito ucraino non si limitasse a cercare di riconquistare i territori conquistati dai russi dopo il 23 febbraio scorso.  

L'Italia, del resto, non è né la Turchia né Israele. Non può quindi che agire nel quadro dell'Ue, con particolare attenzione alla politica della Francia e della Germania. Chi davvero conta comunque è, volenti o nolenti, l'America. 

Pertanto, finché Washington non cambierà politica sulla questione ucraina, probabilmente l'unica cosa che si può e si deve fare è adoperarsi affinché la difesa dell'Ucraina sia definita in modo tale da non compromettere la possibilità di una soluzione negoziale (peraltro si può trattare anche quando si combatte) che riconosca pure i diritti della popolazione del Donbass e le ragioni di entrambi i belligeranti.  

Questo non significa né chiedere a Kiev di arrendersi (ossia che sia Mosca a dettare le condizioni della pace), né che sia Kiev a dettare le condizioni della pace (e che quindi Kiev possa puntare alla riconquista militare di tutto il Donbass e pure della Crimea), né che si faccia dipendere la pace dal crollo del regime di Putin o perfino dalla disgregazione della Russia. 

Può darsi che per molti non sia la soluzione migliore, ma nelle condizioni in cui siamo ottenere questo sarebbe già un risultato eccezionale, al punto che è lecito dubitare che lo si possa davvero ottenere.

domenica 16 ottobre 2022

NEOLIBERALISMO E GEOPOLITICA

Allorché si discute di neoliberalismo è necessario intendersi non solo sulla differenza tra neoliberalismo e liberalismo ma anche e soprattutto sulla differenza tra ciò che si può definire come liberalismo antico ( in particolare dei Greci) e liberalismo moderno. 

Scopo principale del liberalismo antico, infatti, era quello di cercare di risolvere la questione politica per eccellenza, vale a dire come conciliare un ordine politico che non sia oppressione con una concezione della libertà che non sia né arbitrio né licenza (il fatto che storicamente questa conciliazione non ci sia mai stata o ci sia stata solo in forme più o meno imperfette conta poco sotto il profilo metapolitico).

In particolare, per il liberalismo antico decisiva era l'antropologia politica giacché l'(auto)formazione spirituale dei membri della polis era considerata la condizione necessaria perché vi fosse una polis "rettamente ordinata" sotto il profilo politico.

Scrive Leo Strauss: "L’educazione liberale è l’antidoto contro la cultura di massa, i suoi effetti corrosivi e la sua tendenza intrinseca a non produrre altro che 'specialisti senza spirito di discernimento ed epicurei senza cuore'. L’educazione liberale è la scala con cui cerchiamo di salire dalla democrazia di massa alla concezione della democrazia nel suo senso originario. L’educazione liberale è lo sforzo necessario per fondare un’aristocrazia nell’ambito della società democratica di massa. L’educazione liberale ricorda la grandezza umana ai membri della democrazia di massa che hanno orecchie per intendere."

(Strauss sapeva bene, del resto, che lo Stato omogeneo e universale, che è lo scopo politico "ultimo" del neoliberalismo, sarebbe stato il trionfo del conformismo e la fine della "filosofia” - intesa come espressione della intelligenza critica non sottomessa al potere - ovverosia la dittatura "perfetta". Criticando l’ordine politico delineato da Kojève, scrive infatti Strauss: "Kojève [...] conferma la concezione classica secondo cui il progresso tecnologico illimitato […], inteso come condizione indispensabile per la creazione dello Stato universale e omogeneo, è distruttivo dell’umanità dell’uomo").

In questo senso, non solo il liberalismo dei moderni è nettamente diverso da quello antico, come sostiene Strauss, ma il neoliberalismo è l'esatto contrario del liberalismo antico.

Tuttavia, non vi è errore peggiore che credere che per combattere il neoliberalismo sia necessario un ordine politico "illiberale", non solo perché un ordine politico fondato sull'oppressione (in cui cioè l'uso della forza - che pure talvolta è indubbiamente necessario – sia "metodo di regno") non si può certo considerare "migliore" di un regime neoliberale (anche questa è appunto una lezione del liberalismo antico), ma soprattutto perché sarebbe una strategia politica errata, considerando che il regime neoliberale - in quanto si configura come un sistema capitalistico fondato su una volontà di potenza e una bramosia di possesso "illimitate" - ben difficilmente può non rivolgere la propria "punta distruttiva" contro sé medesimo.

Pertanto, il pericolo che si deve evitare è che il crollo o la "progressiva degenerazione" del regime neoliberale equivalga ad una "catastrofe globale". E questo rileva in specie sotto il profilo geopolitico, perlomeno nella misura in cui il multipolarismo (che, si badi, è un processo storico non una ideologia) può davvero essere un "freno" alla pre-potenza dell'Occidente neoliberale. 

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Al riguardo, ci si dovrebbe chiedere se e quanto siano significative sotto il profilo geopolitico le caratteristiche di una determinata formazione politica e sociale, dato che gli Stati non sono come delle astronavi che si muovono nel vuoto cosmico, ma “creature” storiche che agiscono nella storia, come prova il fatto stesso che il conflitto sociale e politico, benché anch’esso possa essere un conflitto tra élites, non “si riduce” solo al conflitto tra élites dominanti.

In definitiva, se l’analisi geopolitica, come insegna la teoria delle relazioni internazionali, deve necessariamente tener conto delle “costanti” che contraddistinguono il conflitto tra diverse “potenze” (e in specie tra “grandi potenze”), non può nemmeno prescindere da un’analisi delle caratteristiche politiche e sociali delle singole “potenze” in lotta tra di loro, come ha dimostrato la stessa storia del secolo scorso.